"È troppo facile scaricare le responsabilità sui sindaci e alimentare il malcontento dei cittadini per fare propaganda”. Silvia Salis, sindaca di Genova, non usa mezze misure nell'aprire il convegno "Sicurezza integrata nelle città del territorio. Governance, territorio e nuove sfide per le comunità urbane", organizzato dal Comune di Genova e dalla Polizia locale, in corso questa mattina, mercoledì 15 aprile, presso il Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Accanto a lei, i sindaci di Bologna, Firenze e Bari, i comandanti delle rispettive polizie locali e Franco Gabrielli, direttore generale della pubblica sicurezza. Il risultato è un coro che si leva compatto: i decreti sicurezza adottati fin qui non hanno prodotto risultati concreti sui territori, e senza risorse adeguate, economiche e umane, parlare di sicurezza integrata resta un esercizio retorico.
La sindaca di Genova fissa subito i termini del problema. La chiave, dice, è la cooperazione tra forze dell'ordine e polizia locale. Ma prima ancora vengono le risorse: “Più risorse per tutte le grandi città, che si trovano ad affrontare sfide in parte simili e in parte molto diverse”. Ogni realtà ha le sue specificità, il turismo di massa pesa su Firenze in modo diverso da come pesa la portualità su Genova, eppure tutte condividono lo stesso nodo strutturale: organici in calo, vincoli assunzionali, bilanci compressi.
Negli ultimi tredici anni, ricorda Salis, l'Italia ha perso dodicimila unità di polizia locale. Un dato che dice tutto sulla direzione di marcia. “I cosiddetti decreti sicurezza non sono stati la ricetta giusta” afferma senza esitazione. “A fronte di un aumento dei reati, non si è accompagnato un adeguato investimento, ad esempio, sulla Polizia di Stato. È una strategia che non porta risultati”.
La sindaca respinge poi l'equazione, spesso implicita nel dibattito pubblico, tra più presenza sul territorio e più repressione: “Avere più presidi non significa reprimere, ma conoscere meglio il territorio, monitorarlo e intervenire in modo efficace. Le parole della destra spesso sono molte, ma nei fatti i risultati sui territori non sono stati all'altezza delle promesse”.
Il direttore generale della pubblica sicurezza Franco Gabrielli condivide la diagnosi di fondo e la radicalizza, introducendo un concetto che tiene insieme tutto il resto: le forze di polizia stanno attraversando una “tempesta perfetta”.
Le grandi immissioni di personale avvenute tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, quando solo nella Polizia di Stato si arrivava a novemila ingressi l'anno attraverso il sistema degli ausiliari, stanno oggi presentando il conto: decine di migliaia di operatori stanno andando in pensione in modo massiccio. Già nel 2018-2019, spiega Gabrielli, si stimava che tra il 2023 e il 2030 sarebbero uscite circa quarantamila persone dalla sola Polizia di Stato. “Recuperare questi organici è estremamente difficile” avverte. Le scuole di formazione non reggono i ritmi necessari, e ridurre i tempi di addestramento per inseguire il fabbisogno apre un altro problema: “In un contesto sempre più complesso, rischiamo di mandare in strada personale non adeguatamente preparato”.
Sul piano degli strumenti normativi, Gabrielli è netto: gli interventi per decreto, aumento delle pene, introduzione di nuovi reati, non stanno producendo i risultati attesi sul piano penale, e gravano ulteriormente su un sistema giudiziario già in affanno. “È come avere un motore ingolfato e, invece di pulirlo, aumentare gli ottani della benzina: non si risolve il problema, lo si aggrava”.
C'è poi una questione di metodo che Gabrielli solleva con forza: si parla quasi sempre degli effetti e quasi mai delle cause. “Intervenire sugli effetti è più semplice, anche dal punto di vista del consenso, ma non risolve il problema”. E, sul fronte della ‘percezione’ della sicurezza, espressione che dice di voler eliminare dal proprio lessico, ricorda che liquidare il senso di insicurezza dei cittadini con statistiche sul calo dei reati è non solo inutile, ma controproducente: “Sappiamo bene che molti reati non vengono più denunciati”. Per uscire dall'impasse, Gabrielli individua due priorità. La prima è la riforma della legge 65 del 1986 sulla polizia locale: cinquantamila operatori che lavorano con un impianto normativo vecchio di quasi quarant'anni, in attesa che venga chiarito ruolo, funzioni e strumenti. La seconda è il coordinamento: finché prefetti e questori non eserciteranno pienamente le loro funzioni operative sul territorio, risorse già limitate continueranno a essere disperse in iniziative non coordinate. “Senza una strategia complessiva, senza investimenti strutturali e senza un vero coordinamento, il sistema continuerà a rincorrere le emergenze senza riuscire a governarle”.
Le voci degli altri tre sindaci si innestano su questo asse, arricchendolo di dati e richieste concrete.
Sara Funaro, sindaca di Firenze, porta un esempio elementare nella sua brutalità aritmetica: “Se entrano cinquanta unità e settanta vanno in pensione, il risultato è evidente”. Il presidio del territorio, dice, è la priorità numero uno per i cittadini. Ma al governo chiede anche una revisione della normativa sulla polizia locale, che consenta agli operatori di intervenire in ambiti dove oggi non hanno competenze sufficienti. E ricorda che la sicurezza non si costruisce solo con i presidi: servono anche iniziative culturali e sociali che rendano gli spazi più vissuti, e dunque più sicuri. «Un punto deve però essere chiaro», conclude: “La competenza sulla sicurezza è dello Stato. E dal governo ci aspettiamo risposte concrete”.
Matteo Lepore, sindaco di Bologna, trasforma la frustrazione in agenda politica precisa. Con le risorse attuali, dice, garantire la sicurezza ordinaria è già difficile: parlare di sicurezza integrata, in queste condizioni, “è impossibile”. Chiede quindi che il Parlamento approvi entro la fine della legislatura una nuova legge di riforma dell'ordinamento della polizia locale. Ricorda che già lo scorso luglio i sindaci metropolitani avevano incontrato il ministro Piantedosi chiedendo un confronto sul piano nazionale per la sicurezza integrata, “ma a quella richiesta non sono seguite risposte concrete”. E boccia senza appello l'ultimo decreto: i ventinove milioni aggiuntivi stanziati sono «del tutto insufficienti rispetto ai bisogni reali», spalmati su quasi ottomila Comuni in tutta Italia.
Vito Leccese, sindaco di Bari e presidente del Forum Italiano per la Sicurezza Urbana, che riunisce circa cinquanta tra città e regioni, porta sul tavolo l'agenda elaborata insieme all'ANCI: un documento che mette al centro la sicurezza urbana integrata intesa come intervento su più livelli simultanei. Riqualificazione urbana, emergenza abitativa, salute mentale, dipendenze: tutto si tiene. “Non si può combattere il crimine nelle città senza un lavoro integrato tra amministrazioni locali e Stato. Intervenire solo sul piano penale, inasprendo le pene o cambiando decreti ogni sei mesi, non porta risultati. I quattro anni appena trascorsi lo dimostrano”. In molte città, denuncia, mancano le volanti durante la notte, e spesso non ci sono risorse nemmeno per attuare le misure già decise a livello ministeriale. “È su questo che chiediamo un cambio di passo concreto”.




















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