Il Nazionale

Politica | 20 gennaio 2026, 08:00

Media Val Bisagno, il consiglio municipale apre il 2026 dando voce alle donne iraniane

L’attivista Sharareh Moghadasi: “Vivo da tanti anni in Italia, ma non sarò libera finché l'Iran non lo sarà”. Il consigliere Roberto Zattini: “La neutralità, davanti alla repressione, diventa complicità”

Media Val Bisagno, il consiglio municipale apre il 2026 dando voce alle donne iraniane

Un Paese che uccide i propri figli non può portare democrazia a nessun altro popolo”. Citando le parole della poetessa palestinese Rasha, l’attivista iraniana  Sharareh Moghadasi, residente a Genova da anni, racconta ciò che sta accadendo oggi in Iran durante la seduta del consiglio municipale nella Media Val Bisagno. 

Ad aprire i lavori della prima seduta del 2026 è stata proprio la riflessione sulla condizione delle donne iraniane e sulla repressione in atto nel Paese, trasformando l’aula in un luogo di ascolto e testimonianza su una crisi che dura da decenni ma che continua a produrre nuove vittime. A portare il tema in consiglio è stato il consigliere municipale del PD Roberto Zattini, che ha voluto, con un’espressione di sentimento, esprimere un messaggio politico e umano di solidarietà. 

Questo regime esiste da 47 anni e non è la prima volta che il popolo iraniano scende in strada per chiedere diritti umani - racconta Moghadasi -. La differenza è che solo negli ultimi due anni quello che succede ha fatto il giro del mondo”.

Sharareh ha ricordato le mobilitazioni del 2022, esplose sotto lo slogan Donna, Vita, Libertà, e le manifestazioni organizzate anche in Italia: “Avevamo chiesto allo Stato italiano di non riconoscere e non negoziare con il regime iraniano, perché non rappresenta il popolo ed è uno Stato assassino. Ma per interessi politici ed economici questo non è avvenuto”. Nel suo racconto ha espresso forte preoccupazione anche per le recenti decisioni a livello europeo: “Tre Paesi,  Italia, Francia e Spagna, hanno rifiutato di inserire i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche. Eppure sono responsabili dell’uccisione di oltre 20 mila iraniani”.

La testimonianza si è poi concentrata sulle violenze quotidiane: ospedali invasi dalle forze del regime, giovani feriti strappati alle cure e uccisi, famiglie costrette a curare i figli in casa per paura degli arresti. “Non sono racconti - ha sottolineato - esistono video e prove. Per inviarli, le persone percorrono chilometri fino ai confini, rischiando la vita, perché internet in Iran è bloccato”.

L’attivista ha parlato di coprifuoco non dichiarato, di una militarizzazione diffusa delle città e dell’utilizzo di migliaia di combattenti stranieri per reprimere le proteste. “La maggior parte delle persone uccise ha tra i 15 e i 30 anni. Bambini, ragazzi, giovani donne. E vengono chiamati terroristi”. 

Io vivo in Italia da molti anni, ho un lavoro, una vita. Ma non mi sento libera finché l’Iran non sarà libero”, ha concluso, sottolineando l’importanza di continuare a parlarne anche nei contesti locali e istituzionali.

IL TESTO DELL’ESPRESSIONE DI SENTIMENTO 

Oggi prendo la parola non per discutere un atto amministrativo, ma per condividere un’espressione di sentimento che riguarda i diritti umani, la libertà e il coraggio delle donne iraniane.

In questi giorni abbiamo visto immagini potenti: donne che, in Iran e nella diaspora, accendono una sigaretta per bruciare simbolicamente l’immagine del potere che le opprime. Non è un gesto di odio. È un gesto di rottura. È il segno che la paura non governa più.

In Iran, per una donna, fumare in pubblico, togliersi il velo, cantare o semplicemente scegliere del proprio corpo è un atto di disobbedienza. E quando una donna compie un gesto così semplice, lo fa mettendo a rischio la propria vita. 

Le donne iraniane oggi non chiedono privilegi. Chiedono libertà. Chiedono di non essere punite per esistere. La loro forza ci ricorda che la libertà non nasce quando il potere la concede, ma quando il coraggio la accende.

Per questo, come consigliere municipale, sento il dovere di affermare che non siamo neutrali. Perché la neutralità, davanti alla repressione, diventa complicità. Oggi non accendiamo una vera sigaretta. Ma accendiamo metaforicamente una luce: la luce della solidarietà, della memoria e dell’impegno a non voltare lo sguardo.

Accendiamo questa luce per le donne che non possono parlare, per chi è stata arrestata, ferita, uccisa, per chi continua a protestare sapendo che potrebbe non tornare a casa. Le donne iraniane stanno dimostrando che la libertà può cominciare da un gesto minuscolo, ma diventa inarrestabile quando è condivisa. La loro forza, ne sono convinto, darà la libertà.

E il minimo che possiamo fare, da quest’aula, è dire con chiarezza: vi vediamo, vi ascoltiamo, vi sosterremo".


 

Chiara Orsetti

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