C'è chi ha visto "l'asfalto aprirsi", chi ha visto il tirante "sbriciolarsi" e chi ha urlato disperato incastrato nell'auto per farsi sentire dai soccorritori. Come riporta l'Ansa, sono i racconti di dieci sopravvissuti del crollo del ponte Morandi (14 agosto 2019, 43 vittime) sentiti questa mattina nel corso del processo.
Le udienze sono entrate nel vivo con l'audizione dei testimoni. Domani mattina proseguiranno le testimonianze di chi si è salvato. "Ho sentito un rumore fortissimo e il mio collega urlare. Ho alzato gli occhi dal tablet e ho visto l'asfalto sbriciolarsi. Sono rimasto appeso per quattro ore con accanto il mio collega morto fino a che non ci hanno estratti dalle lamiere" ha raccontato Gianluca Ardini.
"Dopo che siamo precipitati - hanno ricordato Eugenio Babin e la moglie Natalja Yelina, i coniugi che stavano andando in vacanza in Costa Azzurra - cercavamo di gridare, chiedevamo aiuto. Abbiamo pensato che non saremmo più usciti vivi". Ad ascoltarli i parenti delle vittime, seduti in fondo al tendone, gli occhi lucidi. Dai racconti dei testimoni sono emersi non solo i momenti del crollo ma anche le conseguenze fisiche e mentali dei mesi successivi. C'è chi non dorme più la notte, chi ha paura di guidare, chi trema appena sente un rumore forte, chi non riesce più ad attraversare con l'auto un viadotto. Paure che non sono passate nemmeno dopo mesi di terapia e incontri con psicologi. Sono 58 le persone imputate tra ex dirigenti di Autostrade e Spea (la controllata che si occupava delle manutenzioni) e tecnici, ex e attuali dirigenti del ministero delle Infrastrutture e del provveditorato delle opere pubbliche.
Le due società sono uscite dal processo patteggiando circa 30 milioni di euro. Secondo l'accusa tutti sapevano delle condizioni del Morandi ma nessuno fece nulla seguendo la logica del risparmio per garantire maggiori utili da distribuire ai soci.













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