Il Nazionale

Cronaca | 27 ottobre 2026, 15:40

"Voglio essere solo una teenager e stare in pace", l'incubo dei maltrattamenti commessi dal patrigno scritti nel diario segreto: il pm chiede 3 anni e 8 mesi di carcere

Decisive le testimonianze dei compagni di scuola e delle amiche contro le reticenze della madre e dei familiari: "la giovane insultata, presa a schiaffi e cinghiate"

"Voglio essere solo una teenager e stare in pace", l'incubo dei maltrattamenti commessi dal patrigno scritti nel diario segreto: il pm chiede 3 anni e 8 mesi di carcere

"Sono stanca, voglio essere solo una teenager tranquilla, voglio solo pace". È affidato alle pagine segrete di un diario il grido di disperazione di una ragazzina che per anni, nel Saviglianese, ha subito soprusi, percosse e un controllo soffocante tra le mura di casa. Una richiesta elementare di libertà e normalità spazzata via da un incubo domestico che oggi rischia di costare al patrigno, 3 anni e 8 mesi di carcere.

È la pena richiesta dal pm, Francesco Lucadello davanti al Tribunale di Cuneo — presieduto dal giudice Pio con a latere Coggiola e Cota — a conclusione della sua requisitoria nel processo che vede l'uomo imputato per maltrattamenti in famiglia per episodi avvenuti dal 2019 al 2021 e protrattisi anche nel 2022.

Durante l'udienza, il rappresentante dell'accusa ha ricostruito con parole chiare il calvario vissuto dalla giovane, all'epoca dei fatti minorenne e figlia della compagna dell'imputato.

"Alla luce dell'istruttoria dibattimentale è stata raggiunta la prova dei maltrattamenti perpetrati ai danni della figliastra, ossia la figlia della compagna", ha scandito in aula il pmLucadello. "Il racconto della minore è lineare e attendibile, scevro da intenti calunniatori e di richieste di risarcimento danno, in quanto non si è neanche costituita parte civile".

Ripercorrendo la spirale di violenza fisica e psicologica, la requisitoria ha evidenziato come l'uomo esercitasse sulla ragazza un "asfissiante controllo esercitato anche attraverso l'averle impedito di usare il cellulare". Sul telefono della giovane era infatti attiva sette giorni su sette un'app di parental control che le bloccava lo smartphone dalle 9 di sera alle 7 del mattino: "Nulla contro queste app da parte dei genitori, ma in questo caso si configurano come continui controlli sulla sua sfera relazionale".

Non solo violenza psicologica, ma anche verbali e fisiche: "l'imputato infliggeva punizioni, la insultava anche con parole pesanti quali puttana, prostituta e stupida. Non c'è alcun intento calunnatorio nei confronti dell'imputato, il suo narrato è stato sempre genuino e credibile. Il racconto delle percosse è stato preciso e dettagliato".

Tra gli episodi contestati figurano schiaffi, colpi inferti con un mestolo, immortalati in una foto allegata agli atti, una cinghiata sul costato e minacce estreme, come quella in cui l'imputato le avrebbe detto di volerla far sanguinare o l'avrebbe minacciata con un coltello dicendole che l'avrebbe ammazzata.

Un punto cruciale emerso nel dibattimento riguarda la fonte della prova. A dispetto delle pesanti reticenze registrate in ambito familiare — a partire dal comportamento della madre che, pur conscia degli abusi al punto da commentare che "queste cose in Italia non si possono fare", non è mai intervenuta per fermare le violenze —, le testimonianze chiave che hanno inchiodato l'imputato sono state quelle dei compagni di scuola e degli insegnanti.

È stato tra i banchi del liceo che la giovane ha trovato un varco di ascolto. Durante le lezioni piangeva e si confidava con le amiche. I compagni di classe, saliti sul banco dei testimoni, hanno confermato integralmente il quadro: hanno raccontato che la ragazza non poteva frequentare coetanei di sesso maschile, che doveva rientrare a casa entro le 19 e che era costretta a struccarsi prima di varcare la porta di casa per non scatenare l'ira del patrigno. Una compagna ha persino riferito di aver saputo direttamente dalla vittima di essere stata picchiata per non aver messo in ordine i vestiti in camera.

Decisivo è stato anche il ruolo di una professoressa alla quale la studentessa ha raccontato di essere stata cacciata di casa: da lì è stato immediatamente attivato il percorso di tutela della minore.

Di segno opposto la difesa dell'imputato, che ne ha chiesto l'assoluzione piena  o in subordine la derubricazione del reato in abuso dei mezzi di correzione. Il legale ha sostenuto che l'uomo fosse un "padre presente" e un cittadino tranquillo che voleva solo proteggere la ragazza da brutte frequentazioni, adombrando la tesi che i lividi potessero derivare anche da altre contesti.

L'imputato in aula ha anche affermato che la giovane fosse vittima di bullismo a scuola, circostanza però del tutto smentita dai compagni e dalle verifiche sul periodo del liceo. Nessun episodio di bullismo si è mai verificato, ma come ricordato dal pm si ha contezza di "insulti" avvenuti 

Nonostante la pena richiesta sia alta a causa dei precedenti dell'imputato, il PM ha espresso parere favorevole alle attenuanti generiche per il buon comportamento processuale tenuto dall'uomo.

La decisione finale spetta ora al Collegio giudicante: l'udienza è stata rinviata al 5 novembre per le repliche e la sentenza.

Angela Panzera