Ammonta a 3 anni e 6 mesi di reclusione la richiesta di condanna invocata dal pm, Anna Maria Clemente, per un giovane di origini maghrebine accusato di maltrattamenti perpetrati nei confronti della moglie. Maltrattamenti che il 30enne avrebbe commesso anche quando la donna aspettava il loro bambino.
Stando alla ricostruzione dell'accusa, l'imputato – per circa tre anni – avrebbe commesso violenze fisiche e psicologiche nei confronti della consorte che, solo dopo l'ennesimo atto di violenza avvenuto quando teneva in braccio il piccolino di soli due mesi, è riuscita ad allontanarsi dalla casa coniugale e a rivolgersi a un'associazione che sostiene le donne vittime di violenza.
Non sempre gli episodi dei presunti maltrattamenti sono stati denunciati alle forze dell'ordine o ai sanitari poiché la donna versava in un costante stato di paura, ha sottolineato la pm durante la propria requisitoria.
In aula sono state prodotte, a sostegno della ricostruzione dell'accusa, anche le foto delle ferite e dei lividi causati alla vittima, colpita nel tempo con schiaffi e calci e su cui sarebbe stata perpetrata violenza psicologica attraverso costanti minacce di morte.
Per l'accusa la testimonianza della donna "è attendibile" e il suo narrato è riscontrato "dai documenti e dalle testimonianze", e le condotte dell'imputato si inseriscono in un meccanismo di "sopraffazione sistematica e programmatica". Per la difesa del 30enne, invece, le dichiarazioni della parte offesa sarebbero "contraddittorie".
Alla richiesta del pm si è associato il legale di parte civile che, durante la propria discussione, ha evidenziato inoltre le limitazioni che la donna è stata costretta a subire durante il matrimonio, tanto da essere rinchiusa in casa in parecchie occasioni e controllata durante le poche, sporadiche uscite. Un controllo fisico, ma anche della sfera economica.
Infine, il legale ha evidenziato le minacce presumibilmente subite dalla vittima, come quella di essere ferita con dell'olio bollente, e il ricatto economico dovuto alle somme che la donna percepiva quale sussidio di maternità. Per questo contributo, infatti, la donna sarebbe stata aggredita nonostante tenesse in braccio il bambino. Per la parte civile non ci sono dubbi: "è stata raggiunta la piena prova della responsabilità delle condotte".
Il processo è stato aggiornato al 16 novembre quando, dopo le repliche delle parti, il giudice monocratico di Cuneo - Graziana Cota - si ritirerà in camera di consiglio per emettere la sentenza.












