Il Nazionale

Cronaca | 02 ottobre 2026, 19:35

Presunte violenze nel carcere di Cuneo: al via l’istruttoria, in aula il racconto degli investigatori

Prima udienza istruttoria del processo sulle presunte violenze ai danni dei detenuti. Sentito il comandante Roberto Streva: "Un fenomeno emerso anche in altri istituti"

Presunte violenze nel carcere di Cuneo: al via l’istruttoria, in aula il racconto degli investigatori

È iniziata oggi, davanti al Tribunale di Cuneo, l’istruttoria dibattimentale del processo relativo alle presunte violenze avvenute all’interno della casa circondariale di Cuneo. Il procedimento, nato da una serie di denunce ed esposti riguardanti presunti pestaggi ai danni di alcuni detenuti, era arrivato alla fase istruttoria dopo la conclusione dell’udienza filtro. Dieci gli imputati.

In aula è stato sentito come primo testimone Roberto Streva, comandante del Nucleo investigativo regionale della Polizia penitenziaria, che ha ricostruito le attività investigative svolte sull’istituto cuneese e le condizioni emerse nel corso degli accertamenti.

Il quadro delineato dal testimone riguarda, innanzitutto, una situazione di forte criticità degli istituti penitenziari piemontesi, caratterizzata da carenze di personale e, in alcuni casi, da problemi nei sistemi di videosorveglianza. A Cuneo, in particolare, alcune telecamere risultavano funzionanti, mentre altre erano obsolete o non operative. Da tempo, ha spiegato Streva, erano state avanzate richieste per implementare la videosorveglianza nei reparti detentivi e nelle aree di transito.

"Un modus operandi riscontrato anche in altri istituti"

Secondo quanto riferito in aula, tra il 2023 e il 2024 sarebbero emerse diverse situazioni accomunate da presunti episodi di violenza all’interno degli stessi reparti.

In alcuni casi, a fronte di comunicazioni di notizia di reato per resistenza o oltraggio nei confronti dei detenuti, gli stessi avrebbero successivamente riferito, durante gli interrogatori, di essere stati aggrediti dal personale.

Un fenomeno che, secondo Streva, "era, si può dire, un modus operandi riscontrato anche su altri istituti", dove erano state svolte indagini per fatti analoghi, tra cui Torino e Ivrea.

Gli investigatori avrebbero quindi incrociato le dichiarazioni dei detenuti con la documentazione relativa ai turni di servizio e agli spostamenti all’interno dell’istituto. Particolare rilievo, nella ricostruzione fornita dal testimone, avrebbero avuto i registri cartacei dei movimenti e la documentazione interna, ritenuta in alcuni casi più attendibile rispetto al sistema informatico "che a volte non viene però aggiornato in tempo reale".

Le segnalazioni sarebbero arrivate da più fonti: dagli stessi detenuti, dai loro avvocati e anche dall’amministrazione penitenziaria. Alcuni detenuti trasferiti in altri istituti avrebbero inoltre riferito episodi che, secondo quanto emerso, non avevano denunciato mentre si trovavano ancora a Cuneo per timore di possibili ritorsioni.

L’area dell’isolamento e il problema delle telecamere

Uno dei punti centrali della testimonianza ha riguardato la zona dell’isolamento, indicata come uno degli ambienti nei quali si sarebbero verificati diversi degli episodi oggetto delle indagini.

Si tratta, secondo quanto riferito in aula, di un’area collocata "quasi in un sotterraneo dell’istituto", nella quale "non ci sono telecamere".

Anche il cosiddetto casellario, dove i detenuti consegnano gli oggetti personali e vengono effettuati i controlli all’ingresso o durante i trasferimenti, sarebbe stato indicato come luogo interessato dalle segnalazioni. "Tante segnalazioni erano relative alle violenze che avvenivano in quella sorta di magazzino", ha riferito il testimone.

Proprio la mancanza di immagini ha reso particolarmente importante, secondo la ricostruzione dell’investigatore, il confronto tra le dichiarazioni dei detenuti, i registri interni e la presenza del personale nei diversi momenti.

Le intercettazioni ambientali

Nel corso dell’indagine sono state successivamente disposte anche attività tecniche di intercettazione ambientale. Streva ha spiegato le difficoltà incontrate dagli investigatori nell’installazione degli apparati all’interno del carcere, soprattutto perché "qualcuno deve per forza aprire la porta e tutti vedono che sei un estraneo".

Le microspie furono quindi collocate nell’ufficio della sorveglianza, un ambiente particolarmente frequentato nel quale venivano svolte diverse attività, comprese le contestazioni disciplinari ai detenuti.

Il testimone ha inoltre riferito che, attraverso le intercettazioni, era stato possibile acquisire elementi ritenuti di interesse investigativo e confrontarli con quanto già emerso dalle dichiarazioni raccolte. In particolare, in relazione a uno degli episodi, ha riferito di aver sentito "il rumore di uno schiaffo".

I cinque detenuti pakistani e le immagini dell’infermeria

Una parte significativa della testimonianza ha riguardato anche l’episodio relativo a cinque detenuti di nazionalità pakistana.

Gli investigatori erano intervenuti nel carcere tra il 26 e il 27 giugno, acquisendo documentazione, atti e immagini di videosorveglianza. Secondo quanto riferito in aula, una protesta dei detenuti era stata registrata nei giorni precedenti.

Quanto alla videosorveglianza, il testimone ha spiegato che "gran parte delle telecamere esistenti all’interno dell’istituto non funzionavano". Nella zona dell’infermeria erano presenti due telecamere, "e ne funzionava soltanto una". Di quella telecamera era stata acquisita la registrazione, che "non era sovrascritta".

Dalle registrazioni sarebbero stati individuati alcuni appartenenti al personale, compresi soggetti che in quel momento risultavano liberi dal servizio ma che erano entrati nell’istituto. Tra questi, secondo quanto riferito dal testimone, alcuni sarebbero stati riconosciuti nelle immagini e risultavano anche indicati nella documentazione relativa agli interventi effettuati quella sera.

Gli investigatori avrebbero inoltre acquisito le richieste di remunerazione degli straordinari del personale intervenuto fuori servizio, utilizzandole tra gli elementi per ricostruire la presenza degli agenti all’interno dell’istituto.

La sovrascrizione dei filmati legata al tempo trascorso

Nel corso dell’esame è emerso anche il tema della conservazione delle registrazioni. Parte del materiale video, infatti, risultava già sovrascritta al momento dell’acquisizione, in ragione del tempo trascorso tra la registrazione degli eventi e l’acquisizione dei filmati da parte degli investigatori.

La circostanza è stata approfondita anche dalle parti civili e dalle difese. Alla domanda sulla differenza tra le immagini dell’infermeria, che non risultavano sovrascritte, e quelle relative al corridoio delle celle di transito, che invece risultavano già sovrascritte, il testimone ha risposto di non sapere spiegare la ragione della diversa conservazione.

Gli investigatori, ha riferito, "hanno chiesto le registrazioni di tutte le telecamere funzionanti". Quanto alle eventuali ulteriori immagini, il testimone ha precisato che, se ve ne fossero state altre, "evidentemente non erano state consegnate all’atto della richiesta".

Il nodo della presenza del personale

Un altro elemento affrontato nel corso dell’udienza è stato quello relativo alla presenza degli agenti nei momenti indicati dai detenuti nelle loro dichiarazioni.

Gli investigatori hanno confrontato le indicazioni fornite dai detenuti con la documentazione relativa ai turni. In alcuni casi, ha spiegato Streva, "il soggetto non risultava in servizio". È emerso inoltre che veniva richiamato, in alcune circostanze, "in modo anomalo, personale non in servizio ma che stava in carcere".

Con riferimento alla notte del 20 giugno, dalle immagini sarebbero stati individuati e riconosciuti alcuni appartenenti al personale, alcuni dei quali "liberi dal servizio". Per alcuni risultavano inoltre richieste di straordinario.

L’udienza è stata rinviata al 16 ottobre, quando proseguirà l’istruttoria dibattimentale.

CharB .