Non soltanto la causa della morte, già emersa nei mesi scorsi. Le conclusioni dell’autopsia di Beatrice consentono oggi di ricostruire con maggiore precisione quando si sarebbe formata la lesione risultata fatale e come le condizioni della bambina siano progressivamente peggiorate nelle ore successive. Uno degli elementi più significativi contenuti nella consulenza medico-legale del professor Francesco Ventura riguarda infatti l’ematoma subdurale acuto provocato dal trauma cranico. Le sue caratteristiche istologiche vengono considerate compatibili con una formazione avvenuta "non oltre le 24 ore antecedenti il decesso". Un dato che precisa ulteriormente quanto era emerso dalle prime anticipazioni sull’autopsia, quando il trauma era stato collocato più genericamente entro le 48 ore precedenti la morte.
"Più colpi da mezzo contundente". La relazione permette anche di andare oltre la definizione, inevitabilmente generica, di un colpo alla testa. Nel ricostruire la dinamica maggiormente coerente con i risultati degli accertamenti medico-legali, Ventura fa riferimento a "più colpi da mezzo contundente in varie zone del corpo e in particolare al distretto cranio-facciale". Un passaggio rilevante perché descrive un quadro traumatico più articolato rispetto a quello che poteva emergere dalle prime informazioni sulla morte della bambina. La consulenza medico-legale, naturalmente, non individua chi abbia provocato quelle lesioni e non attribuisce responsabilità personali. Stabilire la dinamica completa dei fatti e le eventuali responsabilità resta compito dell’inchiesta e del successivo procedimento giudiziario.
L’ematoma e le 24 ore. La lesione determinante viene individuata all’interno del cranio. Gli accertamenti descrivono un ematoma subdurale acuto di oltre 100 grammi, dato che assume rilievo soprattutto se letto insieme ai successivi approfondimenti istologici. Sono proprio questi ultimi a permettere al consulente di restringere la finestra temporale: le caratteristiche osservate risultano compatibili con un’emorragia post-traumatica prodottasi non oltre le 24 ore precedenti la morte. Questo non permette di stabilire attraverso la sola autopsia l’ora esatta nella quale Beatrice subì il trauma. Consente però di delimitare maggiormente il periodo nel quale collocare la formazione dell’ematoma, offrendo un dato medico-legale da confrontare con testimonianze, spostamenti e altri elementi raccolti durante l’inchiesta. È uno degli aspetti che distinguono le conclusioni definitive dalle prime anticipazioni diffuse a luglio: allora si parlava di un trauma verificatosi entro le 48 ore precedenti il decesso.
Dopo il trauma il progressivo deterioramento. La relazione ricostruisce poi gli effetti provocati dall’ematoma. Il trauma cranico e la conseguente emorragia avrebbero determinato un’alterazione dello stato di coscienza, dando inizio a un progressivo deterioramento neurologico proseguito nelle ore successive. È alla luce di questo quadro che acquistano un significato medico anche alcuni dei sintomi descritti nel corso dell’8 febbraio: il vomito, la difficoltà ad alimentarsi, la crescente debolezza e le alterazioni dello stato di coscienza. Nelle testimonianze raccolte durante l’inchiesta vengono descritti anche momenti nei quali le condizioni di Beatrice sembravano parzialmente migliorare, seguiti da nuovi peggioramenti. Le sorelline avevano inoltre riferito delle difficoltà della bambina nel mantenere la testa e di uno stato di debolezza sempre più evidente. Elementi che la consulenza può oggi mettere in relazione con il quadro neurologico determinato dal trauma.
La morte non sarebbe stata immediata. È un punto importante della ricostruzione: il trauma non avrebbe determinato una morte immediata. Dopo la formazione dell’ematoma sarebbe iniziato un deterioramento neurologico protrattosi per diverse ore, durante la giornata dell’8 febbraio, fino alla perdita definitiva di coscienza e al coma terminale. La progressione delle condizioni della bambina diventa così centrale anche rispetto a un'altra delle questioni affrontate dal professor Ventura: quella dell’eventuale possibilità di intervenire. La consulenza ricostruisce infatti quale sarebbe stato il percorso sanitario in presenza di una bambina di due anni con vomito, alterazione dello stato di coscienza e un possibile trauma cranico. Un tempestivo accesso al Pronto soccorso avrebbe ragionevolmente portato a una Tac encefalica urgente e, una volta individuato l’ematoma subdurale, all’attivazione del neurochirurgo.
La possibilità dell’intervento neurochirurgico. Il passaggio successivo sarebbe stato quello di valutare l’evacuazione chirurgica urgente dell’ematoma, attraverso un intervento finalizzato a ridurre gli effetti della raccolta di sangue all’interno del cranio. È su queste basi che Ventura risponde a uno dei quesiti più delicati posti dalla Procura: se un intervento medico tempestivo avrebbe potuto modificare l’esito. La relazione non afferma che Beatrice si sarebbe certamente salvata. È una distinzione fondamentale. Il consulente ritiene però che la mancata tempestiva ospedalizzazione abbia privato la bambina di una "concreta e rilevante probabilità di sopravvivenza" e valuta che, qualora il quadro neurologico non fosse già stato irreversibilmente compromesso, un intervento neurochirurgico urgente avrebbe potuto evitare l’evoluzione fatale. È un elemento già emerso nelle anticipazioni dei mesi scorsi e tornato al centro delle cronache nelle ultime ore. Il valore della consulenza completa sta però anche nella possibilità di comprendere il quadro medico sul quale quella valutazione si fonda.
La mattina dell’8 febbraio. Particolare rilievo assume quindi la mattina dell’8 febbraio. È in quella fase che la consulenza colloca ragionevolmente l'emergere di una sintomatologia neurologica significativa. Ed è rispetto a quel momento che viene sviluppata la valutazione sulla possibilità di un intervento sanitario. Ventura arriva a parlare di possibilità di evitare la morte con "elevata probabilità logica", qualora il ricovero e il conseguente percorso diagnostico e neurochirurgico fossero avvenuti tempestivamente. Una conclusione che deve essere letta nei termini utilizzati dal medico legale: si tratta di una valutazione probabilistica e non della certezza che un intervento avrebbe salvato Beatrice. Con il passare delle ore, parallelamente al peggioramento delle sue condizioni neurologiche, anche le possibilità di intervenire efficacemente sarebbero progressivamente diminuite.
Cosa aggiunge oggi l’autopsia. La possibilità che un intervento tempestivo potesse cambiare l’esito era già emersa nei mesi scorsi. Così come era già noto che a provocare la morte fosse stato un grave trauma cranico. Le conclusioni complete permettono però di aggiungere tasselli importanti. L'esame istologico restringe a non oltre 24 ore prima della morte la formazione dell’ematoma subdurale acuto; la consulenza parla di più colpi da mezzo contundente, con particolare interessamento del distretto cranio-facciale; e soprattutto ricostruisce il deterioramento neurologico che seguì al trauma. Non si tratta quindi soltanto di stabilire perché Beatrice sia morta, ma di comprendere cosa accadde dal momento in cui si produsse l'emorragia fino a quando le sue conseguenze divennero irreversibili. Emanuela Aiello ed Emanuel Iannuzzi restano detenuti con l’accusa di maltrattamenti aggravati dalla morte della minore. Entrambi hanno respinto le accuse e l’accertamento delle responsabilità individuali resta affidato al procedimento giudiziario. L’autopsia consente intanto di fissare con maggiore precisione il dato medico-legale: il trauma non determinò una morte immediata. L’ematoma subdurale provocò un progressivo deterioramento neurologico e gli approfondimenti istologici consentono ora di collocarne la formazione entro le 24 ore precedenti il decesso.
Resta invece all’inchiesta il compito di ricostruire come quelle lesioni siano state provocate e di accertare le eventuali responsabilità individuali.









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