Sei su dieci: tanti erano, quando è diventato presidente, i cittadini liguri che aspettavano una prestazione sanitaria oltre i tempi previsti dalla ricetta medica. Oggi quel numero è sceso a uno e mezzo su dieci. Non è ancora zero, e zero è l'obiettivo dichiarato, ma la direzione, racconta il presidente di Regione Liguria Marco Bucci a La Voce di Genova, è quella giusta.
Gestire la sanità di una regione da 1.530.000 abitanti, con 26.000 operatori e un milione di turisti estivi che ogni anno si aggiungono al carico, non è semplice: le liste d'attesa, il sovraffollamento dei pronto soccorso, le ambulanze bloccate per mancanza di barelle, sono voci ricorrenti nel dibattito pubblico ligure, e Bucci non le schiva. "L'obiettivo è accontentare tutti e rendere tutti felici, ed è un obiettivo molto aggressivo".
Il punto di partenza della strategia regionale è apparentemente ovvio, ma secondo Bucci viene spesso trascurato: "Prima di costruire l'offerta, bisogna capire la domanda. Non l'offerta disponibile, non i reparti esistenti, non le macchine installate. La domanda: quante risonanze vuole la popolazione, quante TAC, quante mammografie, quante visite specialistiche, quante operazioni chirurgiche di che tipo, quanti trapianti". Per mappare tutto questo, la Regione ha convocato oltre mille medici da tutto il territorio ligure, raccogliendo contributi e dati capillari. Il risultato confluirà nel nuovo piano sanitario regionale, atteso per fine maggio o inizio giugno. "Solo una volta completata quella mappa, si potranno allocare con precisione reparti, personale e strumentazioni in modo coerente con i bisogni reali. Se nella provincia di Genova ci sono quasi cinquemila parti l'anno, devo attrezzare i reparti per fare cinquemila parti. Dove la domanda supera l'offerta, come in ortopediam bisogna intervenire di conseguenza".
Tra le azioni già in corso c'è anche l'aumento delle performance di visita e di diagnostica: le macchine esistenti, sottolinea Bucci, non vengono ancora utilizzate al 100% della loro capacità. Quello è un margine di miglioramento immediato, senza bisogno di nuovi investimenti strutturali. A supporto di questo lavoro arrivano strumenti tecnologici per valutare l'appropriatezza delle prescrizioni: software che analizzano le ricette mediche e segnalano eventuali anomalie, prescrizioni eccessive o insufficienti, restituendo poi un feedback ai medici di base. Un sistema di apprendimento iterativo che nel tempo dovrebbe ridurre gli sprechi e migliorare la qualità della domanda stessa.
C'è un altro fronte che Bucci cita con preoccupazione esplicita: i liguri che scelgono di curarsi fuori regione. È un fenomeno legato anche alla struttura demografica, una popolazione anziana, con bisogni sanitari elevati e complessi, ma che pesa sul sistema e che la Regione intende affrontare direttamente. "Dobbiamo risolverlo, assolutamente. Trattenere i pazienti in Liguria significa rafforzare l'offerta locale fino a renderla competitiva con le strutture fuori confine".
Bucci individua poi tre cause distinte del sovraffollamento nei pronto soccorso liguri: "La prima, e più grave, è la mancanza di letti nei reparti: i pazienti restano bloccati in pronto soccorso semplicemente perché non c'è posto dove trasferirli. La seconda è strutturale: i codici bianchi e verdi attendono perché cedono la priorità ai codici rossi. Se arrivi con un problema non urgente e nel frattempo arriva un'emergenza, vieni giustamente scavalcato". Il messaggio che Bucci vuole far passare è netto: chi ha un codice bianco o verde non dovrebbe andare al pronto soccorso. "La terza causa sono i picchi improvvisi, quegli episodi, due o tre volte l'anno, in cui l'afflusso di casi gravi esplode senza preavviso, come accaduto in un recente weekend. In quei casi, c'è poco da fare: devono essere trattati tutti con urgenza". Ma sono eccezioni, non la norma.
Il rimedio strutturale al sovraffollamento passa in parte dalle strutture intermedie per pazienti che non hanno più bisogno del letto acuto ma non sono ancora pronti a tornare a casa, perché soli, o perché ancora fragili, pur senza necessitare di cure intensive. Gli Ospedali della Comunità sono 11 in tutta la regione, e liberano letti nei reparti ospedalieri e, a cascata, fluidificano i flussi dal pronto soccorso. "I giorni di super-affollamento sono già statisticamente diminuiti", afferma Bucci. "C'è ancora bisogno di tempo, ma l'effetto si vede già".
Bucci dedica un passaggio sentito alle persone che lavorano nel sistema sanitario ligure. Ventiseimila operatori, con tutto ciò che questo comporta in termini di varietà di opinioni e umori. Eppure, dice, la stragrande maggioranza ha capito e abbracciato il metodo: mappare la domanda per costruire un'offerta coerente. Si sono impegnati nel definire quella piattaforma, hanno dato i loro contributi. "Sono molto confidente nel futuro", dice Bucci.
Bucci ha da poco inaugurato la Casa della Comunità di Quarto, a Genova. Entusiasta della struttura, riconosce però che il vero ostacolo non è edilizio: è culturale. Le Case della Comunità sono aperte senza appuntamento, accessibili a chiunque come un pronto soccorso, pensate proprio per intercettare quei codici bianchi e verdi che intasano i pronto soccorso. Eppure il cittadino, abituato per anni a ripiegare sul pronto soccorso come unico punto di riferimento certo, stenta a fidarsi. Il ragionamento è comprensibile: al pronto soccorso si aspetta, ci si lamenta, ma alla fine ci si sente al sicuro. Nella casa di comunità, quella certezza psicologica va ancora costruita.
"Glielo puoi dire più volte, ma quello che conta è l'esperienza. I migliori testimoni sono quelli che ci sono già stati e sono usciti contenti". Un passaparola che richiede tempo, ma che sta già cominciando. E c'è un dettaglio in più che vale la pena sottolineare: nella Casa della comunità potrebbe esserci il proprio medico di medicina generale. O comunque un altro medico di base, obbligato a visitare anche i pazienti non suoi. La struttura non è un sostituto degradato del pronto soccorso: può essere, in molti casi, persino più efficace.
Anche i medici di medicina generale, inizialmente tiepidi verso questa riorganizzazione, stanno cambiando atteggiamento. Lavorare nelle case di comunità significa più ore con i propri pazienti, più casistica, più possibilità operative. Un anno fa la resistenza era palpabile. Adesso, dice Bucci, "hanno capito che funziona".
Per accelerare il cambio di abitudini, la comunicazione istituzionale di quest'anno punterà su un unico messaggio centrale: insegnare ai cittadini come e quando usare le Case della comunità, quando chiamare il nuovo numero telefonico dedicato in arrivo nei prossimi mesi, che fornirà indicazioni personalizzate su dove andare in base alla tipologia del problema, e perfino come leggere correttamente una ricetta medica: chi chiamare, cosa fare, come orientarsi nel sistema. Riportare il cittadino a capire come funziona la sanità, in sostanza. Spot, programmi di promozione, presenza sulle piattaforme digitali.
"Non è facile, perché vuol dire cambiare un'abitudine radicata". Ma è ottimista. "L'effetto sarà massiccio" conclude.













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