Il giorno dopo è quello dell'analisi. Ma c'è ancora spazio per la festa. Piazza Castello ha riunito tutte le anime per celebrare una vittoria che a Torino è stata schiacciante, senza ombra di dubbio. E che prepara in qualche modo il campo per il 2027. Anno di politiche, ma anche di amministrative in città.
A 24 ore di distanza qualche centinaio di persone si è ritrovato nel cuore di Torino per rivendicare un risultato che ha superato ogni aspettativa sia in termini di consensi che di partecipazione.
Sotto le bandiere dei Giovani Democratici, dell’Arci e della Cgil, dell'Auser, accanto ai rappresentanti locali e regionali di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi Sinistra, Articolo 21, Rifondazione Comunista. Ma anche rappresentanti della magistratura torinese, insieme al gruppo degli Avvocati per il No.
Il dato politico: Torino locomotiva del dissenso
L'analisi che rimbalza tra i portici è squisitamente politica: Torino si conferma una roccaforte capace di ribaltare il trend regionale, con un’affluenza che ha smentito i timori della vigilia. "Se i capoluoghi dominati dalla destra hanno visto la vittoria del No, significa che il Paese reale ha respinto l'arroganza della riforma", commentano gli organizzatori.
L'attacco al "modello Delmastro"
Inevitabile la stoccata al Sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, fresco di dimissioni.
"Ha parlato della sua 'intima gioia' nel pensare ai detenuti ristretti nei blindati della penitenziaria senza respiro. Vergogna! La nostra, oggi, è la vera intima gioia: quella di chi rifiuta la cultura della prepotenza, dell'abuso e dell'arroganza con cui hanno cercato di violentare la Costituzione e con cui hanno riportato a casa, con un volo di Stato, il torturatore Al-Masri."
La "Generazione Gaza" e l'80° del voto alle donne
Un risultato che è stato influenzato da un forte ricambio generazionale nel bacino elettorale. Merito, secondo i partecipanti della oggi, dei milioni di giovani coinvolti nelle assemblee degli ultimi mesi: la cosiddetta "generazione Gaza", che ha trovato nel referendum un terreno di espressione politica.
Ma restano vivi i modelli del passato.
"Non potevano toccare la riforma di Calamandrei proprio nell’ottantesimo anniversario del voto alle donne, e non potevano farlo nel nome di figure come Lollobrigida, Santanchè o Nordio", è stato ribadito in piazza.
Torino chiude così la partita referendaria confermandosi laboratorio di un'opposizione al governo Meloni. E che nel 2027 proverà a compattarsi nel solco del successo referendario.

















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