Paolo Conte l’avrebbe definito «un lampo al parabrise», nel caso suo era giallo come il sole, questa volta è rosso e al posto dell’elegante francesismo c’è la plastica di un paio di occhiali da ciclista, ma l’effetto sorpresa è lo stesso, tale da farci frenare di colpo nel bel mezzo del corso Matteotti. Toh, una scritta in dialetto, in un negozio dello snobissimo cuore della città, un ritorno alle origini e alla tradizione, un vero “manifesto” scritto in caratteri cubitali - da titolo della vecchia “Notte” di Nutrizio - e messo in bella vista per clienti e passanti: «CIACER», con sottotitolo che spiega «cotte al forno».
In mezzo a vetrine sussiegose e globalizzate, uguali qui come a Shanghai, all’inglese imperante e vacuo, del finto bon ton, un colpo d’artista, il dialetto che racconta di “chiacchiere” di pasticceria accanto a quelle che normalmente si fanno passeggiando sotto i portici, e la voglia di mostrare che qualcosa della vecchia Varese è rimasta, col parlare bosino forse per quattro gatti, ma intanto qualcuno comprenderà.
Del resto “il Cantù”, oggi gestito da Luciana e Mariarosa, è l’esercizio più vecchio della città, lì dal 1842, e ai tempi tutti, nobili compresi, parlavano dialetto e, anche se Carnevale è passato e siamo in Quaresima, i “ciacer” sono un classico del negozio, una specialità, accanto ai ravioli e alla pasta fresca, così spolverate di zucchero a velo e croccanti al palato.
In attesa che qualche altro negoziante cultore di Speri Della Chiesa metta in vetrina scritte come «Pan e nôs mangià da spùs» o «Ris e verz, büsecca e cassoeula», godiamoci il lampo rosso di corso Matteotti, che rafforza il nostro senso di appartenenza e riporta alla mente la città operosa di un tempo, piena di botteghe e artigiani dove il dialetto correva veloce e schietto. A volte, per rievocare tutto ciò, come diceva il compianto Tino Scotti, «basta la parola!».















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