È attesa per domani mattina (lunedì 12 gennaio) la sentenza relativa alla prima tranche della maxi inchiesta che ha coinvolto il carcere di Cuneo, dove la Procura sostiene sarebbero avvenute violenze sui detenuti.
Il pubblico ministero Mario Pesucci, titolare del fascicolo, nell'udienza del 15 dicembre scorso ha chiesto la condanna di tutti e quattro gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato: l'ispettore, il medico e due assistenti capo. Per chi ha invece deciso l'iter "classico", il processo prenderà avvio nel gennaio prossimo.
Il legale Alessandro Ferrero difende l'ispettore penitenziario, accusato anche di tortura e il medico dell'istituto, sospettato di aver "coperto" quella "spedizione punitiva" avvenuta in una notte del giugno 2023 al Padiglione Gesso.
Nel pool difensivo, anche l'avvocata Susanna Battaglia, difensore dei due assistenti capo che avrebbero redatto una relazione di servizio falsa per favorire alcuni colleghi. La legale discuterà la sua arringa domani.
Nel processo si sono costituiti parti civili i detenuti e il garante regionale dei detenuti, in carica all'epoca dei fatti, Bruno Mellano. Per quest’ultimo i legali Roberto Capra e Alberto Gorga hanno chiesto un risarcimento simbolico e una provvisionale da devolvere all carcere del Cerialdo: 5 mila euro per i casi di tortura e 2.500 euro per gli altri reati. Costituiti parte civile sono anche i tre detenuti di origine pakistana che, assieme ad altri due, sarebbero stati le vittime delle presunte violenze avvenute nel carcere di via Roncata tra il 2021 e il 2022. Assieme a loro, ci sono un quarto detenuto e il garante nazionale delle persone private della libertà personale Felice Maurizio D'Ettore.
Come detto, i fatti oggetto dell'abbreviato riguardano una presunta spedizione punitiva avvenuta al Padiglione Gesso tra il 20 e il 21 giugno 2023. Il più grave fra gli episodi, sembrerebbe.
Quel giorno, cinque agenti liberi dal servizio (per loro il procedimento prenderà avvio a gennaio) si sarebbero introdotti nella cella numero 417 della quarta sezione del Padiglione Gesso. Ad averli chiamati battendo sui blindi per segnalare che il compagno della cella accanto, la numero 416, aveva male a una gamba e per questo necessitava di essere portato in infermeria, erano stati i quattro detenuti della cella stessa. Entrati, dopo aver chiuso la porta e il blindo della 415, sarebbero iniziate le violenze. A questo punto, i quattro detenuti sarebbero stati picchiati dagli agenti anche con calci alla bocca. Ad averglielo ordinato sarebbe stato l’ispettore, arrivato poco dopo. Tutti, poi, sarebbero stati condotti in infermeria venendo trascinati di peso giù per le scale.
Le violenze, però, non si sarebbero fermate qui: i quattro detenuti lungo il tragitto sarebbero stati colpiti con calci al volto e alle tempie, e pugni. Uno di loro avrebbe anche battuto la testa contro un muro. In attesa della visita medica, che poi non si sarebbe svolta, i detenuti avrebbero aspettato in una stanza dove sarebbero stati nuovamente picchiati.
Nel frattempo, il loro compagno della 416 veniva visitato dal medico. In quel momento nell’ambulatorio sarebbe entrato l’ispettore con tre agenti: “Vuoi anche tu qualcosa? – avrebbe detto al detenuto, prima di colpirlo - Così stanotte dormi bene… ti do qualcosa io”. E qui sarebbe stato colpito alla testa da un collega. E, di nuovo, dopo averlo condotto nella stanza assieme agli altri detenuti, le botte sarebbero continuate fino a quando l’ispettore non avrebbe ordinato ai colleghi di smettere.
Tutti e cinque i detenuti pakistani, furono poi collocati in isolamento, sostiene la Procura, “in stanze prive di finestre, materassi per tutti, cuscini, lenzuola e acqua in bagno”.
Dopo aver ordinato di smettere di picchiarli, l’ispettore avrebbe anche detto al medico che nessuno aveva bisogno delle visite. Sarebbe stato proprio il sanitario a coprire le violenze di quella notte. Nel nullaosta (atto obbligatorio a fronte di una visita medica quando un detenuto deve essere collocato in isolamento) avrebbe attestato che i detenuti, oltre ad essere stati visitati, avrebbero potuto sostenere il regime di isolamento, in quanto in condizioni psicofisiche idonee.
Da qui, l'accusa al medico di omissione di referto e il favoreggiamento.
Assieme a lui, per “i fatti del Padiglione Gesso”, ad essere indagati ci sono gli agenti che hanno scelto il rito "classico” e l’ispettore che, con due assistenti capo, è sospettato anche di aver redatto il falso nella relazione di servizio destinata al comandante. Questi ultimi hanno optato per l’abbreviato. L’ispettore è anche accusato di calunnia perché, in quella relazione che la Procura ritiene essere falsa, avrebbe scritto che i cinque detenuti avrebbero posto resistenza.













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