Sport | 17 ottobre 2021, 00:01

Giacomo Chinellato: «Al Varese eravamo come fratelli, ci ho lasciato il cuore. Auguro ai tifosi di tornare almeno in serie B»

Lo stopper, per due stagioni protagonista a Masnago, ricorda gli anni in biancorosso: «Con Arcelli club all'avanguardia, indimenticabili gli scherzi di "Ernestino la Peste" e i consigli dei senior. Maroso era come un padre: ci portava all'ippodromo per divertirci ma non potevamo scommettere, il rispetto delle regole era fondamentale»

Giacomo Chinellato: «Al Varese eravamo come fratelli, ci ho lasciato il cuore. Auguro ai tifosi di tornare almeno in serie B»

Giacomo Chinellato nasce a Favaro Veneto e cresce calcisticamente nelle giovanili della Juventus, per poi passare al Varese e, in seguito, alla Roma. Stopper potente nel gioco aereo, nella sua carriera anche le maglie del Pescara, del Cagliari, della Cavese e del Catania. Terminata la carriera in campo, nel 1986, per diversi anni sarà allenatore in vari settori giovanili e nelle serie minori. 

Chinellato, ci racconta come ha iniziato a giocare a calcio? 
Da ragazzino sono stato selezionato per il settore giovanile della Juventus, dove ho giocato sia negli Allievi che nella Juniores. Ci allenavamo a Villar Perosa e facevo gruppo con Paolo Rossi: un ragazzo straordinario, già maturo pur essendo un adolescente; passavamo molto tempo insieme e lui era davvero bravo a giocare a biliardino. Un giorno mi videro giocare Pietro Maroso e Gianni Bui. Fu così che arrivai a Varese, dove trovai compagni meravigliosi e un allenatore, appunto Maroso, che era un po’ come un padre. 

Si ricorda quegli allenamenti? 
Sì, molto bene. Lui ci faceva lavorare con il pallone mentre la preparazione fisica era curata dal professor Enrico Arcelli, un vero e proprio luminare: come sapete, ha di fatto inventato lui la figura del preparatore atletico. Venivamo seguito con attenzione sia per quanto riguarda i carichi di lavoro, sia per dieta e preparazione dal punto di vista psicologico. Il Varese era all’avanguardia. 

I compagni?
Nei due anni che ho vissuto in biancorosso, giocando in serie A e in serie B, ho fatto parte di un gruppo davvero speciale: Libera, Mayer, Ramella, Marini, Gentile, Prato, De Lorentiis, Fusaro, Rimbano, Martina, Valmassoi, Dal Fiume, Guida, Maggiora, Arrighi, Fabris, Della Corna, Tresoldi… Temo di averne dimenticato qualcuno e mi scuso, ma sono passati tanti anni.... A Varese e a Roma ho lasciato il cuore, sono stati gli anni migliori della mia carriera. 

 

Qualche curiosità sui compagni in biancorosso?
Eravamo come fratelli, ci volevamo bene, avevamo tutti voglia di giocare a calcio e tutti eravamo ben motivati. I compagni con esperienza ci hanno subito fatto entrare nel gruppo, dandoci consigli e anche “cazziandoci” se non ci impegnavano negli allenamenti. Come sempre nel gruppo c’era il compagnone che faceva gli scherzi: era “Ernestino la peste”… Troppo simpatico. Siamo ancora in contatto ed è rimasto un eterno ragazzo. Marini e Valmassoi, i più seri, leggevano e studiavano sempre. Marini aveva la mania del telefono: aveva sempre molti gettoni in tasca ed era sempre impegnato in conversazioni telefoniche. Giacomo Libera, un ragazzo e un fisico straordinario, con un cuore d’oro. Ricordo che Prato per caricarlo gli gridava: «Giacomin, basta prendere calci: adesso segna!». E lui ci metteva l’anima, finché andava a rete. 

Ha ancora legami con Varese? 
Sento ogni tanto Ramella e sono amico di Emilio Premoli, che ai tempi è stato dirigente accompagnatore del Venezia. 

Cosa ricorda in particolare della Città Giardino?
L’ambiente tranquillo, una tifoseria che ti stava vicino senza crearti pressione. Mi piaceva molto passeggiare sotto i portici e ai Giardini Estensi. Ricordo con piacere anche i dolci locali che mangiavamo nelle belle pasticcerie del centro città.

È vero che Maroso vi portava all’ippodromo per farvi passare qualche ora durante i ritiri?
Sì, andavamo alle corse alle Bettole. Era però assolutamente vietato giocare e puntare sui cavalli. Maroso e il suo staff volevano che fossimo uniti in gruppo: arrivavamo con il pullman societario e avevamo delle precise regole da rispettare. 

Lei, nel suo ruolo di stopper, ha marcato tanti forti calciatori…
Sì. E allora era un gioco diverso da oggi: il marcamento era stretto, molto stretto. Ricordo una marcatura su Peppe Savoldi che giocava nel Bologna. Ho cercato di fermarlo, in maniera dura ma lecita; a fine partita Savoldi mi disse che un trattamento simile non l’aveva mai avuto… Gli risposi molto candidamente: «Campione, se non avessi fatto così scappavi e segnavi». Il tutto finì con una stretta di mano. Il giocatore più elegante e gentile che abbia mai incrociato è Gianni Rivera: vederlo giocare era uno spettacolo. I centravanti più audaci erano Chinaglia e Boninsegna: cercavano spazio in qualunque modo e se dimostravi indecisione o paura eri finito. 

Cosa fa oggi Giacomo Chinellato? 
Non alleno più ma seguo ancora il calcio, anche se sinceramente mi appassiona poco. Ogni tanto vado a Roma a vedere giocare la Roma e incontro i miei compagni di allora: Pruzzo, De Sisti, Piccinelli, Nobili… Mi piace anche il calcio femminile, il livello si è alzato. Approfitto per salutare tutti i tifosi biancorossi, a cui auguro di poter vedere la loro squadra almeno nella serie cadetta.

Claudio Ferretti

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