La Grande Varese (sottotitolo: Varese Città Giardino). Tra le liste che sosterranno Matteo Bianchi nella sua corsa a sindaco di Varese è ormai da giorni certo che ci sarà anche quest’ultima. Una creatura civico-politica molto particolare, perché accoglie al suo interno preponenti e attivisti che, solo cinque anni fa, stavano dalla parte di chi oggi è avversario, ovvero Davide Galimberti. Un uomo simbolo a guidarla, già pronto a metterci la faccia - come accaduto per anni tra le fila dell’Udc - anche se non il proprio elettorato passivo, marcando la differenza con un passato che lo ha visto consigliere e addirittura vice sindaco a fianco di Attilio Fontana. Si tratta di Mauro Morello.
È uno che non parla spesso, Morello. Quando decide di farlo, però, come in questa occasione, diventa interlocutore a 360°: politico, imprenditore, avversario dello status quo. Gli spunti sono parecchi.
Scende ancora in politica, dunque, Morello?
«Non mi candiderò e non avrò un ruolo attivo nell’eventuale amministrazione o in consiglio, perché in questo particolare momento devo pensare alle imprese della mia famiglia, che danno lavoro a più di 250 persone. Ma mi spenderò per la campagna elettorale, con la lista, per il suo programma e per i suoi obiettivi. E chi si candiderà con La Grande Varese ha lavorato con me e porterà quindi quelle che sono anche le mie idee. Darò il mio contributo concreto, insomma».
Perché ha deciso di farlo?
«Perché sarebbe molto più comodo oggi stare a guardare, vedere come va. Invece no: ci sono persone che vogliono fare del bene a Varese. E io ho la piena consapevolezza che sia possibile farlo in maniera concreta, non fosse altro perché ci sono imprenditori che sono pronti a investire per questa città, senza lasciare ammuffire i loro capitali. E poi credo che i miei figli abbiano diritto a vivere in una grande città, in una città che non si accontenta, in una città rilanciata: il centrosinistra non è in grado di rilanciarla e lo ha dimostrato in questi 5 anni».
È per questo che sceglie Bianchi?
«Bianchi ha una visione, quella che è mancata a Galimberti, la cui amministrazione mi ha deluso profondamente: avevamo creduto in lui, altrimenti nell’ultima campagna elettorale non avremmo deciso di sostenerlo. Con lui mi sento in una comfort zone da imprenditore, vedo una mentalità, vedo un futuro».
Ma qual è la visione del candidato del centrodestra e in cosa si differenzia da quanto fatto dall’amministrazione uscente?
«Matteo vuole una città integrata con Milano, con Lugano, a esse ben collegata, una città che faccia diventerà le proprie criticità delle opportunità e nella quale il Piano di Governo del territorio non sia uno strumento per speculazioni edilizie, ma di integrazione, anche inter-generazionale, utile a individuare i volani da seguire. L’amministrazione Galimberti ha peccato di individualismo e, anziché perseguire il risultato, è andata avanti a perseguire solo la conservazione di sé. Nei prossimi anni il risultato, invece, non potrà più sfuggire: arriveranno le risorse del Recovery Plan e saranno un’opportunità imperdibile di ripartenza».
Lei è un "moderato"?
«Delle volte per nulla: se devo spingere sull’acceleratore lo faccio, come imprenditore soprattutto. E cerco di guidare le attitudini degli altri»
Da imprenditore, ma anche da ex amministratore, come intende la gestione di una città?
«Parto proprio dall’esperienza maturata nelle aziende. Mi sono sempre sentito l’ingranaggio di una squadra, uno che al tavolo si siede con tutti e ci sta le ore, consapevole che i risultati arrivano non per caso, ma solo a sintesi di un percorso di condivisione. Chi amministra una città non fa differenza: deve essere un buon ingranaggio, saper girare quando gli viene richiesto, ascoltare le necessità di tutti e sincronizzarsi con gli altri, diventando motore per raggiungere i risultati. E deve avere una visione cui tutti contribuiscono, perché il contributo arricchisce tale visione. Non si può andare avanti solo a progetti imposti a colpi di maggioranza, come ha fatto Galimberti, perché sono progetti che partono già monchi. Negli ultimi anni ho visto attuare solo opere già predisposte dall’amministrazione precedente e ho visto amministratori concentrati solo su loro stessi».
Il “progetto” canottaggio può essere un esempio del concetto di condivisione? Pubblico e privato sono arrivati - insieme - a renderlo lo sport traino del territorio.
«Io sono diventato presidente della Canottieri Varese nel 2005, la prima gara internazionale è stata ospitata qui nel 2007 (la Coupe de la Jeunesse ndr), da lì non ci siamo più fermati: è stata la continuità che ci ha permesso di portare il lago al centro del mondo. Prima Varese non esisteva. All’inizio mi davano del matto, oggi le nazionali che vincono le medaglie alle Olimpiadi ci mandano le foto per ringraziarci perché hanno potuto allenarsi da noi. Cosa abbiamo fatto? Abbiamo creato infrastrutture, appeal, possibilità… in poche parole il campo gara più bello del mondo. Ed è per questo che la gente ci sceglie. I progetti non sono finiti: ne abbiamo ancora e riguardano il recupero di strutture già esistenti nella zona della Schiranna».
Il modello “lago-canottaggio” è replicabile altrove? Per esempio al Campo dei Fiori, dove la proprietà del Grand Hotel è stata acquisita dal suo gruppo…
«Lo abbiamo preso per recuperarlo, il Grand Hotel, nonostante le antenne siano un’entrata di bilancio importante. Ma se è vero che ogni recupero parte dal privato, lo è altrettanto che le istituzioni devono essere sulla sua stessa linea. Se io porto fondi di investimento necessari allo scopo, posso avere a che fare con un Comune che non risponde o che non capisce quali potenzialità ci siano e mi parla solo di bus navetta? Con Bianchi sarà diverso, ha un’altra forma mentis».
Grand Hotel ma anche Palace Hotel, uno degli alberghi - attivi in questo caso - più importanti della città: come va il turismo a Varese dal suo punto di vista?
«I numeri del Palace non sono quelli di Varese, purtroppo per Varese. La differenza è che al Palace abbiamo una visione e ci siamo circondati delle persone giuste e competenti. E poi ci siamo concentrati anche sulla comunicazione. Di recente due noti vlogger di Youtube (“In viaggio col tubo” è il nome del canale ndr), da noi invitati, hanno creato un documentario che, partendo dal nostro albergo, è stato capace di mostrare a tutti le bellezze di Varese. Il loro commento è stato quello di tanti: “Non immaginavamo che Varese e i suoi dintorni fossero così magnifici…”. E allora mi chiedo, ora che ho anche altri progetti per il Palace, progetti con investimenti da milioni di euro: sono davvero io imprenditore a dover promuovere Varese? Non sarebbe meglio il contrario, come avviene altrove? Non sarebbe meglio quantomeno collaborare con le istituzioni in tal senso? La meta dei turisti è il Palace o Varese?».
Continui.
«Il problema è in primis comunicativo, appunto, perché non sono nemmeno convinto che quanto è stato fatto finora sotto questo profilo sia stato fatto nel modo adeguato. Varese non è un luogo dove fare un “salto” e poi andarsene: il nostro territorio ha tante di quelle bellezze che servirebbero settimane per vederle tutte. E la gente, come detto prima, ne rimane stupita. Certo, poi servono i servizi: che senso ha promuovere il bellissimo Campo dei Fiori e i suoi impagabili paesaggi, anche all’estero, se poi mancano i servizi per fruirli? Solo creando un sistema il turismo è sostenibile, perché porta lavoro. Infine c’è un problema di dispersione delle risorse…».
In che senso?
«È sbagliato, a mio avviso, distribuirle a pioggia, un po’ a tutti. Si scelgano dei grandi eventi, dei progetti validi e che diano ritorno, e si premino quelli, come accaduto per canottaggio e ciclismo. A tale scopo può servire anche la tassa di soggiorno, di cui è sbagliato solo il nome: va chiamata tassa di scopo».
Prima parlava di infrastrutture e servizi. Il lago patria del canottaggio, ma che con il suo risanamento ambientale potrà puntare anche a un turismo non strettamente legato allo sport, non ne è anch’esso sprovvisto?
«Servirà dare migliore accessibilità al lago, è indubbio. Ma lì, come altrove, nessuna speculazione. Gli spazi per far convivere il canottaggio con il resto ci sono, anche coinvolgendo gli altri Comuni rivieraschi. Abbiamo a disposizione una natura pazzesca: enfatizziamola, rispettandola però. E diamo voce agli uomini di lago, come Giancarlo Giorgetti, che come tale occupa una posizione di rilievo nelle istituzioni. Ma qui torniamo al discorso iniziale: ci sono tante persone - e cito anche il presidente della Lombardia Attilio Fontana - che non vedrebbero l’ora di poter scommettere sul rilancio di Varese. Vanno ascoltate».
Senta, torniamo al Palace, che dall’alto “guarda” l’area dell’ex Aermacchi: cosa pensa di tale questione, diventata peraltro centrale nel dibattito cittadino?
«Penso che la rigenerazione urbana debba essere attuata. E penso che sia una fortuna che ci siano imprenditori che credono nel rilancio di un’area come quella, decidendo di investire: sorprendersi che vogliano guadagnarci facendolo è assurdo. Per cui il dibattito non deve essere “supermercato sì o supermercato no”, anche perché insieme al supermercato arriverà anche una piscina di dimensioni che a Varese mancano. Il dibattito corretto riguarda ciò che ha fatto notare la Sovrintendenza: se dice che un pezzo di quell’area va tutelato, bisogna ascoltarla, cercando di comprendere come salvarlo, ma senza ostacolare i piani imprenditoriali. Chi fa impresa non deve essere solo osteggiato, ostacolato, isolato…».
Ultimamente ha deciso di investire ancora nello sport, nello specifico nella storica Sestese. Perché?
«Perché è una società sana, che lavora bene e non spende male i soldi che gli vengono messi a disposizione. E questo per un imprenditore è fondamentale: non l’ho scelta per caso. Con il mio contributo sarà possibile continuare a lavorare con i giovani, come già viene fatto benissimo da sempre, permettendo a tanti ragazzi della zona di giocare con una maglia che li rappresenta».













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