"Questa situazione non è accaduta nel deserto". A quasi due mesi dal funerale della piccola Beatrice, monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-Sanremo, torna a parlare della tragedia della bambina di due anni morta lo scorso febbraio a Bordighera. E lo fa partendo da una domanda che continua ad accompagnare questa vicenda: come è stato possibile che il disagio di una bambina così piccola non sia stato intercettato prima? Suetta aveva celebrato il funerale di Beatrice lo scorso 14 agosto, pronunciando nell'occasione un'omelia che aveva allargato lo sguardo oltre il dramma della singola famiglia: "Una vicenda come questa non interpella soltanto una famiglia, interroga una società intera". Ora torna su quelle parole in un'intervista realizzata per Canale 122 - Fatti di Nera, trasmessa nel corso della puntata di Pomeriggio d'Inchiesta dedicata al caso Beatrice.
"Di quel funerale mi rimangono dolore e smarrimento". Il primo ricordo è quello della chiesa e delle tante persone che avevano voluto salutare la bambina. "Mi è rimasto tanto dolore ed effettivamente anche lo smarrimento", racconta Suetta, pensando "alle persone più vicine alla piccola Beatrice, al suo nucleo familiare, alle sue sorelline, al fratello, ai parenti", ma anche "a tutta la gente, tantissima, che era presente al funerale". La morte, osserva il vescovo, porta sempre con sé la domanda del perché. Ma quando riguarda un bambino, quella domanda assume un peso ancora maggiore. "Quando la morte arriva così precoce in un bambino, come nel caso di Beatrice, le domande si fanno più pesanti". Ed è proprio da quelle domande che Suetta torna alla riflessione sviluppata durante l'omelia: una tragedia del genere non può interrogare soltanto chi viveva all'interno di quella famiglia.
"Non è accaduto nel deserto". È forse il passaggio più forte dell'intervista. Suetta parte da un paradosso della società contemporanea: mai come oggi siamo connessi, ma questa connessione è spesso virtuale e rischia di avere sostituito quella rete quotidiana di rapporti che un tempo caratterizzava quartieri e piccoli centri. Il vescovo ricorda la propria infanzia e una comunità nella quale famiglia, scuola, parrocchia e vicinato costituivano un tessuto reale. Una rete che non rappresentava soltanto una forma di controllo, sottolinea, ma anche di "custodia dei bambini". Da qui la domanda sul caso Beatrice. "Quello che la piccola Beatrice ha vissuto e ha subito, in che modo è potuto sfuggire allo sguardo e dunque anche all'intervento di persone che materialmente le erano prossime?". Suetta non individua responsabilità e lo precisa espressamente: «Io non conosco la situazione e quindi non mi permetto di pensare a questo o a quello». Il suo interrogativo riguarda piuttosto la capacità di una comunità di vedere ciò che accade al proprio interno. "Avrà avuto qualche vicino di casa, avrà avuto qualche persona che anche casualmente poteva vedere dei movimenti, ci saranno state delle persone che per ragioni varie hanno interloquito con le sorelline o avrebbero potuto intercettare uno stato di disagio". Poi la frase che sintetizza il suo ragionamento: "Questa situazione non è accaduta nel deserto, è accaduta in un luogo vissuto e abitato. Ma dal punto di vista della sostanza è davvero accaduta nel deserto, come se nessuno avesse visto o sentito nulla".
"Dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare". La riflessione si sposta così sui bambini e sulla capacità degli adulti di riconoscere un disagio che non necessariamente viene espresso attraverso le parole. "Penso che dobbiamo recuperare molto da questo punto di vista", sostiene Suetta. Oggi esistono opportunità educative, formative e ricreative enormemente maggiori rispetto al passato. Ma, secondo il vescovo, "l'ascolto è un'altra cosa. L'ascolto vuol dire accorgersi che una persona c'è, accorgersi che una persona non è soltanto un interlocutore per dei bisogni materiali o per una sorta di database dove si spuntano delle caselle e poi il discorso finisce qui". E con i bambini, continua Suetta, ascoltare significa soprattutto imparare a osservare. "Ci sono modi di parlare, soprattutto dei bambini, che non sono verbali: sono atteggiamenti che i bambini esternano dal loro modo di porsi, dal loro esserci o non esserci, da un'espressione del volto, anche dalla cura con cui sono accuditi, vestiti, nutriti". Il vescovo richiama anche quanto emerso successivamente dagli accertamenti medico-legali su Beatrice e, in particolare, il quadro nutrizionale evidenziato dall'autopsia. Per Suetta è un ulteriore esempio di come il disagio possa manifestarsi senza essere raccontato: "Ci sono tanti modi, nei bambini soprattutto, ma anche negli adulti, di esternare un disagio non necessariamente con le parole". Servono allora "uno sguardo attento" e una reale capacità di entrare "in relazione e in empatia", affinché quei segnali possano essere colti.
Giustizia e vendetta: "Prima di tutto bisogna accertare i fatti". L'ultima parte dell'intervista torna invece su un altro passaggio dell'omelia del 14 agosto: il rapporto tra giustizia, pena, vendetta e perdono. Un tema particolarmente delicato mentre il procedimento giudiziario sulla morte di Beatrice è ancora in corso. "La vendetta non è mai una soluzione del problema", afferma Suetta. "È semplicemente un danno, una ferita, un peso, una sofferenza che si infligge e che naturalmente pesa su chi la riceve, ma purtroppo non è in grado di restituire ciò che è stato tolto, soprattut La giustizia, sottolinea, è qualcosa di profondamente diverso. "È un discorso doveroso. Naturalmente prima di tutto bisogna acclarare i fatti, attribuire correttamente le responsabilità ed eventualmente anche le connivenze".to nel caso di un omicidio". Una pena giusta, nella riflessione del vescovo, non deve trasformarsi in vendetta, ma deve comportare l'assunzione delle proprie responsabilità e delle relative conseguenze, mantenendo come orizzonte ultimo la possibilità di redenzione della persona.
"Il perdono non può essere banalizzato". Ed è proprio sul perdono che Suetta invita a evitare ogni semplificazione. "Il perdono è un'altra cosa", spiega. Per il credente esiste il perdono di Dio, ma questo "non è mai chiudere gli occhi" davanti al male. Al contrario, "mette l'uomo davanti al suo peccato, al suo male", offrendogli al tempo stesso una possibilità di riscatto. Esiste poi il perdono tra le persone. Ma anche questo, avverte il vescovo, non può essere imposto a chi ha subito una ferita. Da parte di chi ha commesso il male devono esserci "una presa di coscienza, un'assunzione di responsabilità e una volontà di redenzione, un effettivo dispiacere di ciò che ha fatto". E dall'altra parte "non è detto che le persone offese siano sempre capaci o tenute al perdono".
Per questo, davanti a una vicenda come quella di Beatrice, Suetta rifiuta l'idea di un perdono pronunciato come semplice formula. "Non mi sentirei mai, di fronte a qualsiasi situazione, soprattutto grave come quella di Beatrice, di banalizzare il perdono né di Dio né degli uomini". La conclusione torna così alla necessità di un percorso, tanto per la giustizia quanto per le coscienze. "Il perdono è un itinerario di vita, è un percorso esistenziale. Chiede tempo, chiede sincerità e chiede volontà vera di liberarsi dal male, sia subito sia compiuto".







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