Il rapporto tra Raffaele Costa e Forza Italia non fu mai di totale allineamento organico, ma piuttosto un approccio che divenne poi convivenza, fondato sul pragmatismo e sulla comune collocazione nel centrodestra, pur nel rispetto dell'irriducibile identità laica e liberale, valori per lui non negoziabili.

Era a tutti gli effetti un uomo della Prima Repubblica, che aveva saputo conquistarsi uno spazio di primo piano a livello nazionale in un partito, piccolo, ma in cui la dialettica interna era vivace quando non aspra.
Altri diranno, indubbiamente meglio di me, che cosa ha rappresentato nella storia del liberalismo italiano.
Mi limito ad alcune considerazioni in ambito cuneese, non senza considerare la sua puntuale attenzione all’informazione locale.
Non solo perché era a sua volta giornalista e avendo colto l’importanza dell’informazione (anche locale) aveva fondato il Duemila.
Non si accontentava tuttavia di avere un “suo” organo di stampa.
Ricordo quando, nel fine settimana (spesso la domenica pomeriggio e anche nelle feste comandate, una nel giorno di Natale), ricevevo le sue telefonate.
Interpellava il sottoscritto, allora giovane apprendista giornalista di provincia, direttore di un piccolo settimanale. E così faceva con gli altri colleghi dei giornali provinciali.
Chiedeva informazioni, voleva conoscere i problemi del territorio e addirittura avere il mio (ininfluente) parere sulla politica nazionale.

Sapeva – citando Napoleone – che “c’è da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette”.
Questa era la sua forza, costruita contendendo palmo a palmo il consenso in una provincia dove la Democrazia Cristiana e la Coldiretti in particolare la facevano da padroni.
Ma non doveva solo vedersela con la Dc e le altre forze politiche del pentapartito, anche nel suo Pli le battaglie, specie in occasione delle tornate elettorali, erano dure.
Se fossero ancora vivi, i senatori Giuseppe Fassino e Giacomo Paire, suoi colleghi di partito, quanti aneddoti potrebbero narrare, per non parlare dell’avvocato cuneese Gianmaria Dalmasso, il quale, in più occasioni, dovette fare i conti con il suo ostracismo.
Tempi passati, in cui la politica era lotta e si faceva nelle sezioni a colpi di tessere e di mozioni: ci si scannava ma, insieme ai grandi temi ideologici nazionali e internazionali, l’attenzione alle tematiche locali non veniva tralasciata.
Anzi, il parlamentare viveva in simbiosi con l’area geografica che lo aveva espresso.
Nel 1994, all’indomani di Tangentopoli che travolse la Prima Repubblica, si sciolse il Partito Liberale Italiano — che Costa aveva guidato nell'ultimo, difficile tornante della sua storia — aveva dato vita all'Unione di Centro confluendo nel neonato Polo delle Libertà , avvicinandosi poi (ma con cautela) all'area berlusconiana.
Portò in Forza Italia la tradizione del liberalismo classico e la sua storica battaglia contro la burocrazia e gli sprechi della pubblica amministrazione.
Pur collaborando lealmente nei governi di centrodestra da ruoli istituzionali, mantenne sempre una cifra politica autonoma, da "fustigatore" dei vizi pubblici qual’era, poco incline alle rigide discipline di fazione.
Se era stato un “lupo solitario” rispetto ai grandi partiti di massa e alle loro ideologie, questo atteggiamento lo mantenne anche nei confronti del partito-azienda di Silvio Berlusconi.
Con lui si chiude una pagina che ha segnato una grande stagione – fatta come tutte le vicende storiche di luci e di ombre - della politica cuneese.












