Poteva essere la serata della distensione. Già l'orario, anticipato alle 20 rispetto alle 20.45 delle prime tre puntate, sembrava quasi un gesto di misericordia verso consiglieri, assessori, pubblico e cronisti ormai alle prese con una relazione stabile – e non necessariamente felice – con il PGT di Varese.
E anche Andrea Civati pareva essersi adeguato al nuovo clima: dopo tre sere trascorse a distribuire «pareri negativi» agli emendamenti della Lega, l'assessore ai Lavori pubblici aveva inaugurato il più delicato «parere non positivo», gratta gratta sempre un no ma più carino, gentile.
È durata poco. Perché dopo quattro consigli consecutivi, centinaia di pagine, ordini del giorno ed emendamenti, la catena è saltata a tanti. Per stanchezza, sicuramente. Per gli argomenti, anche. E allora musica, maestro, anche se è meglio andarci piano con la musica, giusto consigliere Monti?
A prendersi la scena, almeno nella prima parte, sono stati quasi sempre gli stessi. Al netto di qualche incursione di Luca Paris, via all’assolo di una Lega che rispetto alle serate precedenti abbandona lo schema dell'Angei solo al comando (leggi QUI) per passare a un attacco a due punte, schierato davanti ai guantoni da portiere di Civati. Il capogruppo rimane il centravanti di sfondamento, quello incaricato di presentare uno dopo l'altro gli emendamenti, ma alle sue spalle ecco un Emanuele Monti in versione fantasista, libero di svariare tra urbanistica, provocazioni, ironia e polemiche.
Fantasista fino in fondo, perché Monti è riuscito anche a ingaggiare una partita personale contro la musica da discoteca proveniente dai Giardini Estensi, dove era in corso un evento la cui eco entrava prepotentemente in aula, e un duello dispettoso con il presidente del consiglio Alberto Coen Porisini, arrivando a definire «insopportabile» la sua gestione dell'aula. Da lì battibecchi, voci alte e presidente che a sua volta ha perso per qualche istante l'aplomb da professore universitario. Il PGT, del resto, è anche una prova di resistenza.
Due idee di città che non si incontrano
Dietro il colore, però, il lungo ping-pong tra maggioranza e opposizione ha reso forse ancora più evidente la vera distanza politica sul Piano. Da una parte una maggioranza che difende un PGT che va all in sulla salvaguardia ambientale, sulla riduzione del consumo di suolo e sull'introduzione di regole stringenti e capaci di indirizzare inequivocabilmente lo sviluppo della città; dall'altra una Lega che non contesta quegli obiettivi in quanto tali, ma considera ideologici e troppo gravosi molti degli strumenti scelti per raggiungerli.
Due impostazioni difficilmente conciliabili, perché riproducono in fondo due modi opposti di guardare alla transizione ambientale: la regola come strumento necessario per cambiare comportamenti oppure l'incentivo come mezzo per ottenere un risultato simile senza aggiungere obblighi.
L'esempio più chiaro è arrivato sull'housing sociale. Il Piano prevede, in determinate operazioni private sopra una certa dimensione, una quota da destinare a questa funzione. La Lega ha proposto di capovolgere il meccanismo: niente obbligo, ma superficie aggiuntiva come premio per chi volontariamente realizza housing sociale. Tradotto: per la maggioranza alcune trasformazioni devono contribuire obbligatoriamente a un interesse pubblico; per l'opposizione quello stesso interesse pubblico si raggiunge meglio rendendolo conveniente. Due strade diverse per arrivare, almeno nelle intenzioni, nello stesso posto.
Piazza Repubblica, il mercato e l'università
Scorrendo gli emendamenti, a un certo punto, si è passati dai massimi sistemi urbanistici ad argomenti e luoghi molto più riconoscibili.
A partire da piazza Repubblica, sulla quale la distanza tra le parti si è confermata altrettanto plastica. Monti ha definito l'attuale collocazione del mercato «la più sbagliata che possa esserci per la nostra città», rilanciando l'idea di liberare la piazza e rafforzarne soprattutto la vocazione universitaria. La maggioranza, invece, ha difeso la strada intrapresa negli ultimi anni e le previsioni contenute nel Piano.
Ma non solo. Sempre dal Carroccio ecco una suggestione volata via en passant che potrebbe un giorno tornare d’attualità: trasformare l’ex sede della Banca d’Italia in uno studentato.
Si è parlato poi di cimiteri, prima che la discussione approdasse all'argomento che ha definitivamente mandato in soffitta il «parere non positivo» di civatiana grazia e ogni residua speranza di una serata tranquilla.
La moschea che moschea non è
È arrivata infatti la moschea che moschea non è, o che forse potrebbe diventarlo, o che comunque da trent’anni (o venticinque, o venti a seconda dell’interlocutore…) è una sala di preghiera in via Giusti. E qui il PGT, dopo aver messo a dura prova nelle serate precedenti neuroni, pizze e capacità di resistenza dei presenti, è riuscito nell'impresa di portare in aula anche il fantasma di Roberto Vannacci.
Il merito per la fattura va diviso a metà tra il fiuto sempre vivo per la stoccata politica di Davide Galimberti e due emendamenti della Lega al Piano per le attrezzature religiose: uno per eliminare il progetto relativo alla struttura di via Giusti, l'altro per cancellare la parola «moschea» dall'elenco delle attrezzature previste. Per Stefano Angei il problema non è religioso ma urbanistico: parcheggi insufficienti, viabilità, sicurezza e caratteristiche dell'immobile renderebbero inappropriato trasformare quel luogo in una moschea propriamente detta. «Qui nessuno pone un tema culturale o religioso, ma un tema di sicurezza», ha sintetizzato Monti.
La maggioranza ha rovesciato il tavolo, almeno dialetticamente: quella comunità prega lì da decenni e il PAR, ha ricordato Civati, non fa comparire una moschea per magia, ma prova a regolare una realtà che già esiste, sottoponendola finalmente a norme, vincoli, diritti e doveri. «Possiamo fingere che non esista oppure assumerci la responsabilità di governarla», è stata la sostanza della replica dai banchi del centrosinistra, quantomeno nell’intervento pacato ma deciso di Helin Yildiz.
A questo punto, improvvisa, ecco l’entrata a gamba tesa (o l’opportunismo sotto porta alla Pippo Inzaghi, dipende dai punti di vista...) di un sindaco fino a quel momento silente, che ha collegato gli emendamenti di cui sopra alle posizioni assunte sul tema da Futuro Nazionale, chiedendo ad Angei se rappresentasse la Lega o il movimento di Vannacci: «Sento nostalgia delle posizioni vannacciane…». Chi sta interpretando la mossa come il tentativo di mettere un voluttuoso dito nella piaga aperta dalle recenti riflessioni politiche, a voce alta, del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana fa peccato ma c’azzecca...
La replica del capogruppo "verde” è risuonata sdegnata: «Non so se lei sia daltonico, sindaco, ma sono almeno tre giorni che vengo in Consiglio comunale con la cravatta verde. Ho l'Alberto da Giussano sulla spilla, ho militato e milito esclusivamente nella Lega». Ci ha pensato anche Barbara Bison - per il resto della serata schierata, rispetto ai colleghi di partito, in un centrocampo fatto di garbo istituzionale e di riflessioni aperte - a replicare al primo cittadino: «Se si interessa così tanto della Lega, evidentemente la teme».
Buona domenica
Quando anche la moschea è passata agli archivi, restava ormai un unico argomento sul quale maggioranza e opposizione potevano sperare di trovare un'intesa: andare a dormire.
Alle 1.08, cinque ore dopo l'inizio della quarta serata consecutiva dedicata al Piano di Governo del Territorio – pause e ritardi compresi – una rapidissima riunione dei capigruppo ha stabilito quando rivedersi.
Domenica mattina. Ore 9.
Come si fa per le assemblee di prima convocazione, per farle saltare apposta. Solo che stavolta è tutto vero.
Buona domenica, a proposito.












