La ricostruzione dei fatti consente di delineare con precisione la sequenza degli eventi avvenuti nella mattinata dell’8 gennaio all'interno dell'abitazione di corso Genova, a Ventimiglia. Secondo le indagini svolte, alle 11.12 un cittadino ha contattato la centrale operativa dei Carabinieri segnalando “un’aggressione tra coniugi, durante la quale la donna, per sfuggire al proprio aguzzino, si era lanciata dal terrazzo”. Due minuti dopo, alle 11.14, è stato lo stesso uomo, M.S., 65 anni, a chiamare il 112 riferendo “di aver appena accoltellato la moglie e che questa si era gettata dal terrazzo”.
All’arrivo dei militari, alle ore 11.18, nel cortile retrostante lo stabile i Carabinieri hanno trovato la donna, A.V.D.S., 44 anni, “a terra, sanguinante e ripiegata su se stessa”, “parzialmente avvolta da un cavo di acciaio spezzato”. La donna è stata soccorsa dal personale della Croce Rossa e successivamente trasportata in elicottero all’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, dove è stata ricoverata in prognosi riservata per gravi lesioni alla colonna vertebrale. Nel frattempo, gli operatori sono saliti nell’appartamento al primo piano, dove l'uomo “si consegnava loro senza opporre alcun tipo di resistenza”.
L’aggressione in casa e sul terrazzo
Viene descritta una violenza iniziata all’interno dell’abitazione. Secondo il giudice, l’uomo avrebbe colpito ripetutamente la moglie “dapprima nella cucina all’interno dell’abitazione familiare, poi sul terrazzo dello stesso locale”, utilizzando “un paio di forbici di grosse dimensioni”. La donna avrebbe riportato “ferite da taglio sulle mani, con le quali verosimilmente cercava di ripararsi dai colpi, e sul viso”. Durante l’aggressione, l’uomo l’avrebbe “trattenuta per i capelli e spinta con forza contro la ringhiera”. Dopo essere stato disarmato dalle forbici, M.S. avrebbe preso “un grosso coltello da cucina con lama della lunghezza di cm 10”, rientrando e uscendo nuovamente sul terrazzo, inseguendo la moglie che, secondo quanto riportato, “in preda al terrore gridava ‘Aiuto, aiuto, mi vuole ammazzare!’”. È a quel punto che la donna, nel tentativo di sottrarsi all’aggressione, si è gettata dal terrazzo, afferrando un cavo d’acciaio che si è spezzato, provocando una caduta da un’altezza stimata tra i 7 e gli 8 metri.
Le prove e le testimonianze
Nel cortile e nei pressi del punto di caduta, i Carabinieri hanno rinvenuto “un paio di forbici di grosse dimensioni con le lame insanguinate” e “la lama di un coltello da cucina insanguinata della lunghezza di cm 10”. Il giudice ha evidenziato che “le dichiarazioni dei sommari informatori e della vittima appaiono precise e concordi”, e che l’indagato, nella chiamata al 112, avrebbe ammesso “di aver accoltellato la moglie”. Tra i testimoni, viene citato un operaio di una vicina officina meccanica, che ha riferito di aver udito “forti grida provenire dall’abitazione” e di aver visto la coppia litigare sul balcone, con la donna che urlava “Aiuto! Aiuto!”.
Il comportamento dopo la caduta
Particolarmente rilevante, secondo il giudice, è il comportamento dell’uomo immediatamente dopo la caduta della donna. Invece di prestare soccorso, M.S. “si è limitato ad appoggiarsi alla ringhiera e fumare una sigaretta, commentando con sarcasmo le domande del 118”. Un atteggiamento che, insieme alla “ferocia manifestata nei confronti della persona offesa”, viene indicato come elemento centrale nella valutazione del pericolo di reiterazione del reato.
I precedenti e la misura cautelare
Il provvedimento richiama anche un precedente intervento delle forze dell’ordine: il 25 novembre 2025 una pattuglia era già intervenuta presso l’abitazione della coppia “a causa di un’aspra lite innescata da M.S. in presenza dei figli minorenni”. Alla luce di questi elementi, il giudice esclude il pericolo di fuga – sottolineando che l’uomo “non si è allontanato dal luogo del fatto” e ha anzi allertato lui stesso i Carabinieri – ma ritiene concreto il rischio di reiterazione. Per questo viene applicata la custodia cautelare in carcere, ritenuta l’unica misura idonea a fronteggiare “l’inquietante incapacità di dominare gli impulsi aggressivi”, precisando che allo stato “non è possibile applicare la misura meno severa degli arresti domiciliari”.
La qualificazione giuridica del reato
Il giudice affronta anche la qualificazione giuridica del fatto. Pur riconoscendo la gravità della condotta, viene esclusa la fattispecie di tentato femminicidio, osservando che “in costanza del rapporto matrimoniale, i coniugi sono tenuti ad obblighi di rispetto e fedeltà reciproci” e che, allo stato degli atti, “non risulta in alcun modo che la lite da cui è scaturita l’aggressione fosse determinata dall’odio discriminatorio nei confronti della moglie o da un’ossessiva volontà di controllo o dominio”.









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