Cronaca | 16 settembre 2020, 07:11

"Ponente Forever”, Sgrò incastrato dalle intercettazioni per l'aiuto al latitante: "Ci sono stato sempre! Dalla A alla Z in modo economico e di appoggio"

Nelle quasi 200 pagine dell' ordinanza di custodia cautelare emerge il coinvolgimento del 38enne, residente a Sanremo, nel favoreggiamento al boss 'ndranghetista Morgante in fuga dalla giustizia: per lui sostegno tra Taggia, Savona, Francia e Lombardia

"Ponente Forever”, Sgrò incastrato dalle intercettazioni per l'aiuto al latitante: "Ci sono stato sempre! Dalla A alla Z in modo economico e di appoggio"

“Ha dimostrato abitualità nel delinquere e l’unica misura idonea è quella della custodia cautelare in carcere”. Per il gip del Tribunale di Genova, Carmelo Sgrò, 38enne originario della Piana di Gioia Tauro e residente da anni a Sanremo, coinvolto nella maxi inchiesta 'Ponente for ever'  messa a segno ieri dai Carabinieri, non ci sono dubbi: “sono stati riconosciuti i gravi indizi di colpevolezza per numerosi e gravi reati da cui è emersa la contiguità con la compagine malavitosa di tipo ‘ndranghetista”.

Nelle quasi duecento pagine dell’ordinanza di custodia cautelare- che ha riguardato 13 persone accusati a vario titolo di detenzione e traffico di armi e sostanze stupefacenti, fabbricazione e possesso di documenti d’identità falsi e procurata inosservanza di pena aggravate dalla modalità mafiosa-  emerge tutto lo strapotere criminale che il gruppo aveva accumulato nel corso del tempo per inondare il Ponente, e non solo, di droga. Un’indagine questa condotta insieme alle autorità francesi che invece, hanno emesso provvedimenti per 32 persone accusate di banda armata, associazione finalizzata all’importazione ed esportazione di stupefacenti e armi, riciclaggio e rapina.

Sgrò da un lato sarebbe quindi si sarebbe reso responsabile di molti traffici di droga, cocaina e marijuana, attraverso una vera e propria squadra di complici, e dall’altro avrebbe assicurato l’impunità al latitante Filippo Morgante, esponente apicale della ‘ndrangheta ed in particolare della cosca Gallico di Palmi, nel reggino. Si tratta di una delle ‘ndrine più sanguinarie e violente che negli anni hanno diramato anche al nord Italia, in particolare in Liguria e Lombardia,  i propri interessi economico-mafioso. Durante la faida mafiosa innescata con i Parrello-Condello, la famiglia di Sgrò ha deciso, però di trasferirsi in Liguria per cercare di uscire indenne dalla scia di sangue. Dopo una serie di inchieste condotte dalla Dda, ed in particolare quella denominata 'Cosa mia', condotta dai pm Giovanni Musarò e Roberto Di Palma, boss e gregari soni state sepolti da vari ergastoli e condanne a molti anni di carcere dalla Corte di Cassazione.

Morgante nel 2017 si è visto confermare 16 anni 9 mesi di carcere, ma di andare dietro le sbarre no ne aveva voglia. Ed ecco che i parenti lontani adesso dovevano 'onorare' le tradizioni: aiutarlo nella latitanza. Secondo i pm della Dda di Genova, e i carabinieri del Ros e del comando provinciale di Imperia, il giovane Sgrò lo avrebbe aiutato “a sottrarsi all’esecuzione della pena, fornendogli assistenza logistica, denaro, un telefono, accompagnandolo negli spostamenti durante il periodo di latitanza”.

Come riportato nelle carte dell’inchiesta Sgrò lo avrebbe accolto ad Arma di Taggia e poi gli avrebbe procurato un’abitazione in Francia dove il latitante si sarebbe nascosto per 20 giorni, prima di trasferirsi in provincia di Bergamo. Il 38enne gli avrebbe persino procurato documenti falsi, anche da mostrare all’estero, e lo avrebbe fatto accompagnare a Borghetto Santo Stefano, nel savonese, per effettuare riunioni segrete, ma anche a Milano e poi a Roma: ed è nella capitale che le forze dell’ordine lo hanno catturato. Inoltre, Sgrò gli avrebbe anche consegnato, proprio a Roma, “la somma di 14 mila e 200 euro in contanti” e si sarebbe anche adoperato per procurargli assistenza legale facendo pervenire indirettamente al suo difensore 2 mila euro”. Prima di essere catturato a Roma, secondo l’accusa, Sgrò nell’estate del 2018 “gli assicurava lo spostamento dal luogo in cui si trovava alla Calabria nella zona di Monasterace, Riace (in provincia di Reggio Calabria ndr) per incontrare la famiglia".

Ad incastralo ci sono decine e decine di intercettazioni- Nel corso di una conversazione “Sgrò, è riportato nell’ordinanza di custodia cautelare, chiarisce a Giuseppe Morgante figlio di Filippo, di aver sempre aiutato il padre durante la latitanze e, a dimostrazione del suo impegno, confessa tra l’altro, di avergli reperito un alloggio in Francia durante il primo periodo, di aver organizzato i suoi spostamenti in Lombardia e in Liguria, a Borghetto Santo Spirito dove partecipava a riunioni di ‘ndrangheta, di avergli dato sostegno economico consegnandogli consistenti somme di denaro”.

Non sapendo di essere intercettato Sgrò dirà: ”io gli ho lasciato a tuo papà 15 mila euro a Roma, poi ogni volta scendevo 1.500, 2.000 perché era combinato ‘abart’, cioè quello che ho fatto per tuo padre (…) ci ho lasciato 15 mila e non so dove sono finiti quando lui l’hanno arrestato”. Il discorso continua e Sgrò racconta anche la trasferta in Calabria per far incontrare il latitante con la moglie e la figlia. “L’ho mandato io una volta in Calabria, dirà Sgrò, nel periodo estivo è andata pure tua mamma, tua sorella, a trovarlo nelle zone di Monasterace, Riace”.

Mensilmente, per gli inquirenti, avrebbe sovvenzionato il latitante con cifre che oscillavano dai mille a i mille e 500 euro “rendendo così palese che il suo appoggio non nera stato occasionale”. Addirittura per uno spostamento del ricercato a Milano avrebbe rischiato durante il tragitto effettuato in auto: dimostrazione questa che per la famiglia ci si mette sempre a disposizione. “Sempre ci sono stato sempre…sempre! dalla A alla z in modo economico ed in modo di appoggio”, dirà per comprovare il suo impegno.  A Morgante poi avrebbe procurato una carta di identità, intestata a un soggetto che ne aveva denunciato lo smarrimento, e anche altri documenti realizzati all’estero che “non glieli ho fatto io,  però non andavano bene”. La "confessione" continua, e Sgrò, sempre intercettato, ribadiva di aver sostenuto il latitante in tutti i modi: “L’unico che c’è stato a parte te…sono io”. Il 38enne infine, sarebbe stato perfettamente a conoscenza dello stato di latitante di Morgante. È sempre lui a dirlo: A tuo papà quando si è mollato latitante, il primo che l’ha portato qua sono stato io..ok?”, così come era a conoscenza della sua appartenenza alla ‘ndrangheta tanto da averlo accompagnato alle riunioni segrete svolte nel savonese.

Il gip poi, è lapidario nel descrivere la contiguità con la cosca dei Gallico. “Risulta l’inserimento dello Sgrò nell’ambito della compagine malavitosa, il sostegno dello stesso prestato ai membri dell’associazione, la consapevolezza della posizione del Morgante nell’ambito dell’associazione”. Il suo non sarebbe stato poi 'solo' un aiuto al latitante bensì “un aiuto all’organizzazione in quanto le permette di mantenere e poter contare su uno dei suoi esponenti epocali”. 

Angela Panzera

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