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Sport | 31 ottobre 2026, 23:22

Una squadra che è già diventata una squadra anche se le manca un pezzo di squadra

IL COMMENTO DI FABIO GANDINI - C'è un filo invisibile che unisce le sconfitte di "ieri" alla vittoria di Verona: è il tempo, quello che serviva a Kastritis per insegnare e ai suoi giocatori per imparare, quello che ha trasformato una squadra mutilata dalle assenze in un gruppo capace di riconoscersi. Forse questa stagione ha già trovato il suo primo, autentico significato...

Una squadra che è già diventata una squadra anche se le manca un pezzo di squadra

C’è un palazzo a Verona che vi consigliamo di visitare a tutti i costi: si chiama Palazzo Maffei, in pieno centro, a chiudere uno dei lati corti di piazza delle Erbe.

Il pregio architettonico dell’edificio - l’unico vero barocco della città scaligera - è solo l’antipasto di un autentico viaggio dentro la bellezza: le sale interne sono infatti un “highlight” continuo nella storia dell’arte, una carrellata estasiante che va da Picasso al Canaletto, da Lucio Fontana ai trittici del Trecento, da Boccioni a Hokusai.

Tanta ricchezza si deve all’intuizione del proprietario del Palazzo, l’imprenditore Luigi Carlon, il quale ha preteso di accostare in ogni sala opere di epoche anche lontanissime tra loro: una “genialata” che proietta il visitatore verso una sorpresa dietro l’altra, senza soluzione di continuità.

Il filo del tempo non “esiste” (o meglio: assume una dimensione molto particolare) a Palazzo Maffei. Esiste, invece, in questa Varese che a Verona coglie un regalo ancor più prezioso della vittoria: la possibilità di guardarsi indietro e di trovare un senso, un percorso, dei chilometri finiti sul tachimetro per una ragione tangibile e non vagando a zonzo.

Abbiamo detestato, molto onestamente, le critiche che in questi primi due mesi di stagione hanno cercato di dare una didascalia troppo precoce alla stagione biancorossa. Le abbiamo trovate un esercizio inutile, un po’ isterico a dire il vero, e il motivo non è ravvisabile in una supposta cecità selettiva che sceglieva di non puntare lo sguardo dove le cose non funzionavano, anche in modo evidente: è semplicemente che per noi sopra le assenze di McDowell-White e Della Valle non si poteva passare.

Non c’è squadra al mondo che riesca a sopravvivere come se niente fosse ai forfait perduranti di due giocatori così importanti, il cervello e la stella (che è anche un po’ cervello essa stessa), perché sono mancanze che fanno male due volte, come tali e per come costringono tutti gli altri a straniarsi, a uscire dalle parti loro designate, a imparare copioni “stranieri”, a snaturarsi.

Avrebbe potuto morire questa Openjobmetis monca e sfortunata, avrebbe potuto rimanere al palo o quasi, ancorata alla sua insufficienza residua. Invece, dal fondo in cui è caduta prima ancora di imparare a camminare, ha avuto la forza di rialzarsi, di non biasimarsi, di ripartire.

Di imparare le “leggi” di quell’ometto sempre più bianco in panchina, che difetti ne ha come tutti, ma a cui va il merito di aver preso per mano il gruppo senza perdersi d’animo, senza farsi spaventare dai tonfi, senza perdere la fiducia nel futuro.

E nel tempo.

Nel tempo che è servito ad arrivare fino a Verona e ad avere una squadra che ha capito che non esiste alternativa alla difesa nella logica del proprio condottiero e per cui conviene ascoltarlo; una squadra che prende ancora parziali assurdi ma si ferma un metro prima di gettarsi in un burrone; una squadra che non ha mai smesso di cercarsi anche quando era più facile andare ognuno per conto proprio; una squadra che si è inventata un playmaker che non è e non sarà mai un playmaker (Duke), che ha un bomber (Hale) disposto a sporcare il proprio shining per mettersi a servizio dei compagni, che da due centri ne cava ancora solo uno ma questo uno, alla fine, maltrattato a destra e a manca (vedi Olynyk sabato scorso e Tobey oggi), rimane comunque in piedi. E potremmo andare avanti…

Una squadra che è già diventata una squadra anche se le manca un pezzo di squadra.

Guardiamoci indietro signori: questa sofferenza (anzi, chiamiamola con il suo nome di battesimo: questa sfiga…) non è trascorsa invano.

Fabio Gandini