Il Nazionale

Cronaca | 29 ottobre 2026, 14:28

Processo "Per Mano", in aula la drammatica testimonianza della madre di una delle ospiti: "Sul suo corpo i lividi e ci dicevano che dovevamo essere grati per il loro operato"

Prosegue l'istruttoria dibattimentale sui presunti maltrattamenti ai pazienti della struttura di Borgo San Giuseppe: un teste conferma le "difficoltà" nella gestione sanitaria dei ragazzi

Processo "Per Mano", in aula la drammatica testimonianza della madre di una delle ospiti: "Sul suo corpo i lividi e ci dicevano che dovevamo essere grati per il loro operato"

"Ora mia figlia non ha più lividi. Evidentemente non cade più".  È una battuta amara, intrisa di dolore e rabbia, quella pronunciata oggi nell’aula del Tribunale di Cuneo, presidente Pio con i giudici a latere Coggiola e Cota, dalla madre di una ragazza affetta da autismo severo, livello 3. La donna è una delle testimoni chiave del processo che vede imputati dodici tra dirigenti, coordinatori, infermieri ed educatori della cooperativa "Per Mano" di Borgo San Giuseppe, tra cui la responsabile e la figlia.

Le sue parole ricompongono il quadro di anni di sofferenze silenziose, presunti disservizi e sospette violenze subiti dalle persone più fragili. L'inchiesta, nata nel 2019 dall'esposto di un'ex educatrice e dalle perquisizioni della Guardia di Finanza, contesta agli imputati, a vario titolo, maltrattamenti fisici e psicologici, umiliazioni, contenzioni improprie, uso abnorme della stanza di decompressione e somministrazioni di farmaci non conformi alle procedure.

Il racconto della madre, costituitasi parte civile, ripercorre le tappe del ricovero della giovane, dal 1° gennaio 2017 al 23 aprile 2024: "Le è stato diagnosticato un autismo di livello 3 con bisogno assistenziale elevato, diagnosi avuta a 5 anni, fino ai 17 anni è stata a casa con noi, poi in accordo con i servizi sociali e Asl è stata collocata in una struttura per strutturare meglio le sue giornate e soprattutto un percorso riabilitativo legato alla sua condizione. All'inizio da gennaio a giugno andava solo 4 volte la settimana e 3 giorni stava a casa quando ancora era la casa famiglia 'Per noi'. Poi è stata collocata tutta la settimana perché l'alternanza casa-struttura la metteva in difficoltà. Quindi veniva a casa da noi solo una volta al mese. La prendevamo la mattina e rientrava la sera."

Di fronte al Pm Delia Boschetto e al Collegio giudicante, la donna ha spiegato l'impossibilità di accedere agli spazi in cui viveva la ragazza: "Non ci era consentito entrare nella sua stanza, è successo solo una volta. Ci veniva 'consegnata' sulla porta quindi noi non avevamo accesso ai locali. Abbiamo richiesto come genitori di andarla a trovare qualche volta ma ci è stato detto dalla direttrice che non era consentito in quanto si poteva minare la tranquillità degli ospiti. Non sono mai stata chiamata o interpellata per sue eventuali agitazioni psicomotorie importanti, ho saputo che le aveva avute leggendo gli atti dell'inchiesta."

Le anomalie riscontrate non riguardavano solo le visite, ma le stesse condizioni fisiche della giovane. "A casa mai avuti comportamenti o atteggiamenti preoccupanti, mai violenta con noi o con gli oggetti. Non era solita farsi del male da sola, capitava al massimo che se era in forte stress emotivo o fisico si mordeva le mani, ma non in modo esagerato. Sul suo corpo abbiamo notato dei lividi, magari quando andava a fare la doccia prima di rientrare in struttura. Ho chiesto spiegazione di questi segni e ci è stato risposto che o era caduta, o si era buttata a terra, o aveva avuto diverbi con i suoi pari."  A questo si aggiungevano condizioni di incuria personale: "Abbiamo notato che la sua condizione igienica personale era scadente e non dignitosa, noi fornivamo il vestiario ma quando la prendevamo o aveva vestiti sporchi o non della sua taglia, persino abiti non suoi. Ho notato unghie di piedi e mani molto lunghe, lei non è in grado di tagliarle da sola, può farlo se aiutata ma va assistita e guidata."

Solo prendendo visione degli atti dell'inchiesta la famiglia ha scoperto la spaventosa discrepanza tra la carta dei servizi e la realtà quotidiana: "Ho riscontrato una differenza dei trattamenti realmente offerti rispetto a quanto dichiarato dalla carta dei servizi, questo però l'ho appreso dalle carte dell'inchiesta e sono rimasta inorridita dalle foto viste, e dalle conversazioni intercorse tra gli operatori, gli educatori e gli psicologi. Ho riscontrato, sempre leggendo le carte, che doveva esserci all'interno della struttura personale formato, come psicologi, Oss, tecnici riabilitativi, ma vi erano solo infermieri. Ho saputo che avrebbe dovuto avere 15 ore al giorno di attività con un professionista individuale, cosa mai avuta."

Un altro punto centrale riguarda le sedazioni e i contenimenti mai comunicati alla famiglia: "Ho notato che a casa era come se fosse 'rallentata', lei aveva una terapia prescritta ma se dovevano essere somministrati altri farmaci per agitazione psicomotoria grave dovevano avvisarmi in quanto io sono il suo amministratore di sostegno. Nessuno mi ha mai avvisato. Né sono stata avvisata del fatto che abbiano usato mezzi di costrizione. Nel corso degli anni ho avuto dubbi e preoccupazioni e ho quindi cercato di capire cosa stava accadendo e gli interventi educativi previsti per mia figlia. Oltre che volevo capire i farmaci che assumeva e ho richiesto la copia della cartella clinica. Ho quindi fatto notare le discrepanze tra quanto riferito a me e realmente quanto accaduto." Particolarmente inquietante il dettaglio emerso dalle carte d'indagine secondo cui la giovane, con un viscerale terrore del buio, sarebbe stata obbligata a camminare con indumenti sugli occhi. Paura questa confermata oggi in aula dalla madre che ha riferito di un terrore per "temporali, il buio, lampi e dei pennuti". Se la ragazza manifestava questo terrore "non doveva essere toccata, bisognava parlare piano o persino stare in silenzio. Bisognava offrire la propria presenza in modo silenzioso, rispettando il suo momento e i suoi tempi". 

La teste ha poi riferito del clima del presunto insabbiamento riscontrato negli incontri con la dirigenza. Dopo le perquisizioni del 2019, la direzione liquidò l'accaduto ai genitori parlando di "un fatto inopportuno", senza redigere alcun verbale. Un confronto formale con le famiglie si terrà solo nel maggio 2023, su pressing dei genitori preoccupati per l'assenza di attività e il forte ricambio degli operatori. In quell'occasione, le risposte non furono esaustive: "Mi sono sentita dire dallo psichiatra S. che noi genitori dovremmo essere grati a madre e figlia per quanto si prodigano all'assistenza dei nostri figli, ma ricordo che non era volontariato, ma per ogni ospite c'era una retta. Per mia figlia era a carico di Asl e e delle istituzioni sociali pubbliche di 7mila e 800 euro al mese."

La teste ha poi riferito che la figlia all'improvviso era stata dimessa. ""Apprendo solo il 1° agosto che mia figlia doveva cambiare struttura e che veniva dimessa. Loro il 1° luglio avevano inoltrato le dimissioni solo ai servizi sociali, non a me né all'Asl. Lo apprendo dopo un mese e in 23 giorni avrei dovuto trovare un'altra struttura, ma come facevo? Mi sono consultata con un legale e ho fatto opposizione".  Successivamente la famiglia si è rivolta al giudice tutelare e dall'aprile 2024 la ragazza si trova in una nuova struttura in provincia di Torino. "Adesso non ha più lividi, viene tutti i sabati, è sempre pulita e profumata", ha concluso la madre. Rispondendo al controesame dell'avvocato Paolo Verra, la donna ha chiarito l'evoluzione del rapporto con la gestione: "all'inizio avevo estrema fiducia in loro, ma poi ho cambiato percezione del rapporto".

Prima della madre, ad alzare il velo sulle criticità interne è stato il neuropsichiatra D.C., teste dell'accusa ed già referente del Nucleo Autismo Adulti. Il medico ha rivelato di aver svolto visite ai pazienti della cooperativa dal 2018 per circa un anno, circa una volta al mese. Inviato dai propri superiori per dare una mano a una realtà in forte difficoltà. Un'attività svolta in orario di lavoro Asl, ma non retribuita dalla cooperativa, durante la quale interloquiva quasi unicamente con gli infermieri, senza che vi fosse traccia di un direttore sanitario ufficiale.

Interpellato su un referto del gennaio 2018 relativo a un ragazzo con ipereccitabilità motoria e tendenza alla fuga, il medico ha confermato di aver appreso dagli operatori, per consentirgli di uscire all'esterno ed evitare uscite pericolose sulla strada adiacente alla struttura, che gli facevano indossare una tuta da montagna come mezzo di contenzione fisica. Il teste ha ammesso in aula che si trattava di una situazione al limite, letta allora come un tentativo di andare incontro alle esigenze del giovane, confermando infine come l'altissimo ricambio degli operatori fosse il sintomo lampante di una struttura in profonda sofferenza.

Il processo è stato aggiornato al 19 novembre quando in aula sfileranno altri sette testimoni dell'accusa e tra questi anche altri parti civili, ossia genitori e familiari degli ospiti a cui sarebbero stati inferti i presunti maltrattamenti e abusi. 

Angela Panzera

In Breve