Il Nazionale

Cronaca | 13 ottobre 2026, 14:58

Pluriomicida evase dal carcere di Cuneo: assolto l’agente penitenziario finito alla sbarra per omessa custodia

Il 9 agosto 2022 Daniele Bedini, falegname carrarese poi condannato all’ergastolo per il duplice omicidio di Nevila Pjetri e Camilla Bertolotti, fuggì dal Cerialdo. Venne catturato alcune ore dopo su un treno diretto a Torino

Pluriomicida evase dal carcere di Cuneo: assolto l’agente penitenziario finito alla sbarra per omessa custodia

Assolto perchè il fatto non costituisce reato. È questa la sentenza pronunciata dal Tribunale di Cuneo nei confronti di un agente di polizia penitenziaria nel processo per l’evasione di Daniele Bedini, il falegname carrarese accusato e poi condannato all’ergastolo per il duplice omicidio di Nevila Pjetri e Camilla Bertolotti, uccisi tra il 5 e 6 giugno 2022 a Sarzana, in Liguria. L’uomo era stato sottoposto a fermo poco dopo i fatti, il 7 giugno.

Bedini si trovava recluso nel carcere di Cerialdo in attesa di giudizio quando, il 9 agosto 2022, riuscì a evadere dalla struttura, per venire catturato poche ore dopo a bordo di un treno diretto a Torino.

Le indagini seguite all’evasione portarono al rinvio a giudizio di un agente della Polizia Penitenziaria, chiamato a rispondere delle presunte responsabilità nella gestione del servizio di vigilanza durante la cosiddetta “ora d’aria”.

Per lui pubblico ministero ha chiesto la condanna dell’imputato a 150 euro di multa.

Ripercorrendo i fatti, il Pm ha definito quella di Bedini "un’evasione spettacolare", resa possibile da una serie di circostanze. Secondo la ricostruzione accusatoria, il detenuto, considerato ad altissimo rischio anche per precedenti tentativi di fuga, riuscì a raggiungere un cortile al quale non avrebbe dovuto avere accesso, superò il filo spinato e si mosse all’interno dell’istituto per circa mezz’ora senza essere individuato. Successivamente si arrampicò sui condizionatori d’aria fino a raggiungere una sporgenza del muro di cinta, riuscendo infine a calarsi all’esterno del carcere.

"Quel giorno ho chiesto una relazione su come fosse stato possibile che Bedini avesse circolato indisturbato per mezz’ora senza che nessuno se ne accorgesse - aveva spiegato il Pm -. Dopo sei mesi ho ottenuto la relazione interna del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che ha individuato una serie di concause".

Tra queste, l’accusa aveva richiamato la disattivazione dell’allarme acustico interno, che sarebbe stata decisa per evitare disturbo agli operatori, il mancato controllo da parte dell’addetto ai monitor e l’assenza momentanea dell’agente in servizio alla garitta.

Per il pubblico ministero, tuttavia, tali criticità non avrebbero escluso le responsabilità contestate all'imputato. 

Secondo la Procura, infatti, l’agente avrebbe dovuto vigilare sul trasferimento di Bedini dal reparto alle aree di socialità e verificare che non vi fossero percorsi alternativi verso l’esterno. "Non ha controllato che alle sue spalle uscissero indisturbati sia Bedini, sia il suo compagno di cella, poi rientrato - aveva sostenuto il Pm -. Se la porta non funzionava avrebbe dovuto posizionarsi in corrispondenza dell’accesso o avvisare il preposto. Verificare che non esistano vie di fuga alternative è un compito elementare".

Di segno opposto la ricostruzione della difesa, affidata all’avvocato Cavallo, che ha invece insistito sulle "gravi criticità organizzative" emerse nel corso dell’istruttoria.

Secondo il legale, durante l’immissione dei detenuti alle attività esterne la gestione avrebbe dovuto essere coordinata dal capo posto e dalla sala regia, con procedure scaglionate per evitare contatti tra detenuti appartenenti a diverse sezioni.

In particolare, i detenuti della quarta sezione, quella in cui era ristretto Bedini, avrebbero dovuto essere fatti scendere per ultimi.

La difesa ha inoltre richiamato le testimonianze già rese in aula dall’allora vicecomandante e dal preposto di padiglione, secondo cui il numero effettivo di agenti disponibili era inferiore a quello formalmente previsto. Lo stesso imputato aveva dichiarato di trovarsi da solo nel corridoio che conduceva a campo sportivo e palestra, pur trattandosi del suo primo incarico e dopo appena due settimane di servizio in quel settore.

"Il mio assistito non sapeva neppure riconoscere Bedini - ha sostenuto la difesa -. Era in servizio da poche settimane e non gli era stato affidato il compito specifico di sorvegliare costantemente quel detenuto. Quell’attività doveva essere organizzata e comandata da altri".

L’avvocato ha poi evidenziato come la porta finita al centro del processo dovesse necessariamente rimanere aperta per consentire il passaggio dei detenuti diretti alla palestra e come il malfunzionamento della serratura fosse noto da tempo all’amministrazione.

"Vogliamo davvero attribuire all'agente la responsabilità di un’organizzazione interna che fa acqua da tutte le parti? - ha concluso il difensore -. Un carcere di massima sicurezza non può scivolare su una serratura guasta. Questa 'buccia di banana' non può essere imputata a un ragazzo in servizio da appena due mesi".

Il giudice, accogliendo la tesi della difesa, ha assolto l'agente.

CharB.

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