Il Consiglio comunale chiede al governo di valutare le conseguenze del limite del 30% alla presenza in classe di studenti con cittadinanza non italiana e competenze linguistiche insufficienti, con particolare attenzione agli spostamenti tra istituti e al diritto dei bambini di frequentare una scuola vicina a casa. L’ordine del giorno, firmato da tutti i capigruppo di maggioranza, è stato approvato con 24 voti favorevoli e 13 contrari, al termine di un lungo dibattito segnato da interruzioni e ripetuti richiami della presidenza.
Il documento impegna sindaca e giunta a rappresentare al governo e al Parlamento le criticità per il territorio genovese durante l’iter di conversione del decreto. Chiede inoltre un piano strutturale per l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, con risorse per docenti specializzati, compresenze, formazione e mediazione linguistico-culturale.
Al centro delle preoccupazioni della maggioranza ci sono le possibili ricadute sulle famiglie e sull’organizzazione scolastica: trasferimenti di alunni fuori dal quartiere, nuove necessità di trasporto e un aumento della domanda di sostegno educativo. Il Comune dovrà monitorare questi effetti insieme agli istituti e agli enti competenti, potenziare i servizi di integrazione e sollecitare il rilancio di un organismo nazionale dedicato all’inclusione scolastica.
Ad aprire gli interventi è stato Filippo Bruzzone, che ha chiesto di concentrare il confronto sulle esigenze delle scuole: "Davanti al portone di qualsiasi scuola nessun bambino e nessuna bambina è straniero o straniera: sono soltanto bambini e bambine. Se vogliamo parlare veramente di scuola, cominciamo a confrontarci sull’offerta formativa, sull’accessibilità e sull’edilizia scolastica".
Maria Luisa Centofanti ha posto l’accento sui rischi organizzativi e sociali della misura: "Questo provvedimento rischia di produrre effetti contrari agli obiettivi dichiarati: creare classi artificiali, spostare bambini lontano dal proprio quartiere, aumentare le diseguaglianze educative e complicare la vita alle famiglie e ai dirigenti scolastici".
Dal fronte contrario all’ordine del giorno, Sergio Gambino ha richiamato le tutele previste per le famiglie e il ruolo degli istituti nell’applicazione della norma: "Se la scuola riceve troppe domande rispetto alla soglia consentita, ci sarà una redistribuzione tra scuole vicine. Gli spostamenti terranno conto della vicinanza a casa e delle particolari esigenze familiari. Saranno poi le scuole a decidere i percorsi più idonei per integrare i ragazzi che hanno maggiori difficoltà linguistiche".
Il tema delle risorse è stato al centro dell’intervento di Mohamed Kaabour: "Se si vuole realmente fare integrazione, bisogna avere un piano concreto per l’italiano L2, più docenti, più compresenze, più mediatori e maggiori risorse. L’italiano non è soltanto una lingua per comunicare, ma anche uno strumento per emanciparsi, partecipare e diventare autonomi nella nostra società".
Lorenzo Pellerano ha invece sostenuto l’utilità del limite per accompagnare gli alunni con maggiori difficoltà: "Porre un limite al numero dei bambini che hanno maggiori difficoltà linguistiche e culturali nell’inserimento in una classe è utile in primo luogo al bambino che arriva e non ha conoscenza della lingua. Serve a lui o a lei per avere un migliore percorso di inserimento e di integrazione nella nostra società".
A contestare i criteri del provvedimento è stato Lorenzo Garzarelli, che ha collegato il tema alle diseguaglianze sociali: "La questione dovrebbe essere la conoscenza della lingua e i bisogni educativi: è questo che si dovrebbe verificare. Invece qui si parla di cittadinanza. Il problema di fondo è la povertà, perché se lo straniero è ricco non vedo nessuno lamentarsene".
Per Alessandra Bianchi, la misura risponde invece alla funzione educativa della scuola: "Il ruolo della scuola dovrebbe essere educare, istruire e formare la persona, per consentirle di inserirsi consapevolmente nella società. Ditemi dove sia discriminatorio tutelare questo obiettivo con un tetto alla presenza di alunni che non riescono a comprendere bene l’italiano".
Sulla stessa linea Pietro Piciocchi, che ha respinto la lettura proposta dalla maggioranza: "Mettere in una classe una percentuale eccessiva di alunni che non conoscono l’italiano non è inclusione: è un danno per gli stessi studenti stranieri, che rischiano l’isolamento, ed è un freno per il resto della classe. Parlare di spostamenti forzati significa ignorare la flessibilità, le deroghe e la tutela della scuola di prossimità previste dalle norme operative".
Marco Casini ha riportato il confronto sulle condizioni degli studenti e sugli investimenti necessari: "Gli studenti non sono numeri o percentuali, né tantomeno pacchi postali da spedire a proprio piacimento. Si interviene sul numero, ma mai sul problema effettivo, che è la lingua italiana. Servono risorse e fondi per risolvere i problemi del mondo della scuola".
Paola Bordilli ha insistito sulle esclusioni dal conteggio previsto dalla norma: "Questo 30% è fissato sulla conoscenza della lingua italiana e non sulla cittadinanza, come viene detto. Bisogna escludere dal conteggio i ragazzi stranieri che parlano bene l’italiano, quelli nati in Italia e quelli che hanno già frequentato le nostre scuole. L’integrazione si fa soprattutto con la lingua, per il dialogo fra le varie culture".
A chiudere gli interventi dei consiglieri è stato Mario Mascia, che ha richiamato le precedenti indicazioni ministeriali e contestato l’impostazione dell’ordine del giorno: "Dal 2010 c’è un tetto massimo del 30% nelle circolari ministeriali, con l’obiettivo di garantire l’integrazione di chi non parla l’italiano. Leggendo bene l’ordine del giorno, non viene contestato il tetto massimo del 30%, né l’obiettivo dell’integrazione e dei corsi intensivi di italiano".
La risposta della giunta è arrivata dall’assessora Rita Bruzzone, che ha espresso parere favorevole all’ordine del giorno: "La scuola, soprattutto quella pubblica che vogliamo difendere, è il luogo in cui si esercita il diritto alla parità e all’eguaglianza. La scuola deve essere una scuola che integra, perché è uno strumento di inclusione per tutte e tutti".
Bruzzone ha riconosciuto la necessità di mediatori culturali, ricordando che per finanziarli nelle scuole genovesi si attinge ai fondi della legge 285. Ha invece contestato la rappresentazione degli alunni italiani come penalizzati dalla presenza dei compagni stranieri: "L’immagine che si vuole far passare è quella dei ragazzi italiani che vengono ghettizzati. Questa è propaganda".
L’assessora ha infine annunciato l’adesione del Comune al manifesto sull’inclusione scolastica promosso dall’assessore alla pubblica istruzione di Bologna e sottoscritto da altre grandi città italiane. Il documento approvato dal Consiglio sarà trasmesso al Ministero dell’Istruzione e del Merito, alla Regione Liguria e all’Ufficio scolastico regionale.












