Renzo Oldani, o dell’entusiasmo, della passione viscerale per la bicicletta e il suo mondo, per la storia del ciclismo e dei suoi campioni. Renzo Oldani, o della sensibilità, nel far sì che la bicicletta diventi una compagna di vita e di svago, uno strumento capace anche di farci riflettere su noi stessi. Cavaliere della Repubblica dallo scorso 17 marzo, presidente della Società Ciclistica “Alfredo Binda”, corridore “universale” tuttora detentore del record di 28 minuti nella cronoscalata Varese-Campo dei Fiori, l’uomo è di quelli che non si dimenticano, generoso e aperto al dialogo, un vero amico delle due ruote e di chi come lui vive per il ciclismo, quello fatto di sudore e sacrifici.
Nella sede della “Binda”, in piazza Monte Grappa, nel mezzo di telefonate e appuntamenti per l’imminente Tre Valli, Renzo Oldani parla di sé e della sua vita, di ciò che ha desiderato e ottenuto, delle vittorie e di qualche rimpianto, delle gare “ruspanti” di un tempo, quando l’eterno secondo Tano Belloni per caricare i compagni diceva: «Quater pesciàa e i femm föra tucc», della leggenda Binda fino all’alieno Pogačar. L’intervista parte da sola, domanda e risposta, un fuoco di fila di ricordi e aneddoti e auspici per il futuro.
Renzo, ricorda la prima volta che è salito su una bicicletta?
Certo, era una bici con le rotelle, avevo sei anni e, siccome mia mamma aveva un bar a Fogliaro, facevo avanti indietro da lì fino alla chiesetta di Santa Caterina, con in testa il cappellino del Giro d’Italia. I miei raccontavano che durante i Mondiali varesini del ’51 diversi tifosi si erano fermati a dormire sotto il portico di casa nostra.
Che sensazione ha avuto salendo in sella?
Di autonomia, di poter dire adesso posso andare dove voglio, anche se poi non è sempre così.
In famiglia c’erano già appassionati sportivi o corridori?
Papà aveva giocato nella Biumense e poi nel Varese, e sarebbe dovuto passare al Grande Torino, per fortuna non se ne fece niente. Era terzino destro, soprannominato “negher” per il colore dei capelli. Grazie al calcio, prima della guerra aveva messo da parte i soldi per costruire la casa. Nel 1945 con quei soldi potevi acquistare sì e no un chilo di pane.
Quale è stata la sua prima gara?
Avevo 13 anni, Giochi della Gioventù, si partiva da via Crispi e si faceva tre volte la salita del Montello, correvo per l’Unione Sportiva “Sant’Ambrogio”.
La bicicletta a cui è più affezionato?
In assoluto quella costruita dall’artigiano Tunesi ai tempi della Barbaiana, la società ciclistica milanese per cui ero tesserato, l’ho ancora in solaio. Poi la Pavarin, che aveva in sé una sorta di “galleria del vento”, perché correvo con pedivelle, leve di freno e cambio bucate con il trapano per renderla più leggera. Anche Merckx gareggiava con una bici simile. Con la Pavarin vinsi nel 1976 l’ultima tappa del Giro di Persia, e fui premiato dal fratello dello Scià sotto l’Azadi Tower, a Teheran. Conservo la fotografia, e anni dopo mio figlio Emanuele, mi spedì lo stesso scatto con lui proprio sotto la torre, cosa che mi riempì di gioia.
Qual è il percorso che ama di più?
Varese-Angera, l’avrò fatto un milione di volte, con tre o quattro giri sulla salita di Ranco. Mi piaceva allenarmi lì perché sentivo nell’aria il profumo della primavera e dell’autunno, testimoni della prima e l’ultima gara dell’anno.
Cosa l’ha spinto a organizzare gare di ciclismo?
Quando ho smesso di gareggiare ho fatto il direttore sportivo, mi piaceva guidare le macchine dietro i corridori, ero l’autista di Pieri Bassano, il direttore corse della Tre Valli, poi sono entrato nella “Binda”, ci collaboro da 45 anni, prima come vice e da presidente dal 2004.
Qual è il corridore del passato che ha più ammirato?
Senza dubbio Eddy Merckx, per quello avevo forato la mia bicicletta…
E del presente?
Dire Pogačar sarebbe scontato, anche Van der Poel o Evenepoel, sono campioni che hanno riacceso la passione per il ciclismo, dopo che era scemata un po’ negli ultimi anni.
Tra Coppi e Bartali per chi avrebbe tifato?
Forse per Coppi, i miei me lo raccontavano.
Come concilia il suo lavoro con la passione?
Ci sono difficoltà, piacere ma anche tanti sacrifici. Del resto senza fatica non c’è soddisfazione.
Come è nata la sua azienda di onoranze funebri?
In origine era la falegnameria di mio suocero, costruivamo le casse per le altre ditte. Però fatico a fare questo mestiere, mi pesa parecchio a livello psicologico, combatto con la mia sensibilità. Per fortuna mi aiuta mio figlio Lorenzo, mentre Elisa è ingegnere aerospaziale ed Emanuele, dopo essere stato console a Tel Aviv, ora è a capo della segreteria dell’ambasciata italiana a Parigi.
La Tre Valli a cui si sente più legato.
Ognuna è particolare, ci sono gioie ed emozioni indescrivibili. Ricordo l’edizione 2007, quando vinse Christian Murro, con l’agosto che sembrava pieno inverno, i due trionfi di Pogačar nel 2022 e 2025, e la vittoria di Nibali nel 2015.
Varese fa abbastanza per il ciclismo?
Qui è necessaria una riflessione. Da noi fa tanto anche il territorio, e ci stanno vicino Stato, Regione, Provincia e Camera di Commercio, però sono preoccupato per quanto ancora conti l’Italia nel panorama mondiale. Ora l’UCI privilegia alcuni paesi emergenti che non hanno cultura e tradizione ciclistica, ma soltanto voglia di avere visibilità grazie alle gare, oggi va bene il ciclismo domani magari il ping pong. Noi siamo l’ultimo baluardo a tutela delle radici, ma se non siamo difesi a livello politico e istituzionale avremo vita breve. L’UCI, vorrebbe anche tagliare alcune giornate del Giro d’Italia, e un calendario fatto a misura dei paesi che più interessano. Contiamo molto sul nostro ministro Giancarlo Giorgetti, tra l’altro appassionato di sport, che possa farsi sentire a livello statale e non solo. Noi alla Tre Valli abbiamo in 7 per cento di share televisivo, 2 ore di diretta per la gara femminile, due e mezzo per la Tre Valli e altrettante per la Gran Fondo. Qual è la città italiana che può vantare tutte queste ore di diretta su Rai2, Rai Sport e Rai Italia che viene vista in tutto il mondo?
Ha qualche rimpianto?
Di non aver pensato, da ragazzo, ad abbinare lo studio al ciclismo. Del resto mio padre diceva: “O te lavuret o te vet a purtà la carèta”. Forse lo studio mi avrebbe aperto altri orizzonti, però devo dire che la mia università è stata il viaggiare e il conoscere culture e persone diverse. Quando il direttore del Tour de France, Christian Prudhomme, in mezzo a tantissime persone, viene diritto da me a salutarmi e mi abbraccia, oppure Alberto di Monaco mi stringe la mano, sono sicuro di aver fatto bene. Del resto i valori sono la persona che sei.
Cosa manca a Varese secondo lei?
A Varese non manca niente, deve crescere la voglia di proporsi, di uscire un po’ dal guscio, rimboccarsi le maniche e buttarsi in nuove avventure. Occorrono investimenti nel turismo e nel comparto alberghiero, e dimenticare un po’ il nostro campanilismo.
Renzo Oldani va ancora in bicicletta?
Certo! Voglio però dare un consiglio: affidatevi alla bicicletta con pedalata assistita, si fa la fatica giusta ed è impagabile trascorrere una domenica con la moglie e i nipotini pedalando per la ciclabile del lago. Ho anche acquistato una bici da strada, non assistita, ma non l’ho ancora provata. Con l’elettrica faccio spesso il giro dei laghi di Varese e Comabbio, vado ad Angera e torno dalla Quassa. Non vedo l’ora di finire con Tre Valli e compagnia per dedicarmi di più alla bicicletta. Ho anche un altro sogno: comperare una casa con vista sul lago di Varese, per trascorrere serenamente la vecchiaia (ride), ma qual è la vecchiaia?
Che ricordo ha di Alfredo Binda?
Di un campione e di un grande uomo, dai valori solidi. Faceva parte della banda di Cittiglio e con le figlie abbiamo ancora un forte legame. Nel 1972, vinsi il Giro della Provincia di Varese, che due anni prima aveva visto trionfare Baronchelli, con arrivo all’interno della Bassani Ticino. Binda mi premiò e fu come se mi avesse in qualche modo passato il testimone.
Domanda finale: chi vincerà questa Tre Valli?
Spero un grande campione, ma la vera vittoria è che tutto vada bene, nessuno si infortuni e si faccia bella figura con il nostro territorio e i tanti ospiti.







