Il Nazionale

Calcio | 25 settembre 2026, 07:40

Foghinazzi e la missione Gavirate-Varese: «Il talento non basta, ai giovani bisogna dare un'opportunità. Ai tempi ogni squadra di A aveva almeno un giocatore cresciuto al Franco Ossola...»

Il presidente rossoblù parla della sinergia con il club biancorosso, del Gavirate pensato come una sorta di Under 23 e della crisi del calcio italiano: «Per troppo tempo non abbiamo creduto nei nostri ragazzi. In Italia gira il solito disco rotto: “Non sono pronti fisicamente né di testa e rischiamo di bruciarli”. Ma è solo un modo per lavarci la coscienza. Il quarto elemento necessario per diventare calciatori, oltre a qualità mentali, comportamentali e tecniche, deve metterlo il sistema: opportunità e meritocrazia»

Foghinazzi e la missione Gavirate-Varese: «Il talento non basta, ai giovani bisogna dare un'opportunità. Ai tempi ogni squadra di A aveva almeno un giocatore cresciuto al Franco Ossola...»

Dal Lago Maggiore al calcio giovanile, passando per il presente e soprattutto per il futuro di Gavirate e Varese. Massimo Foghinazzi, presidente del Gavirate Calcio e del settore giovanile del Varese Football Club, è spesso ad Arolo di Leggiuno, dove ama concedersi un caffè al bar “Non è il mare”, affacciato sulla spiaggia del paese.

Un luogo che offre lo spunto per parlare di calcio, anche per il legame di Leggiuno con Gigi Riva e con Silvio Papini, ex calciatore e team manager biancorosso. Ma soprattutto per ragionare sul movimento giovanile italiano, sulle difficoltà che negli ultimi decenni hanno accompagnato la crescita dei talenti e sul progetto che lega Gavirate e Varese: «Ai ragazzi il calcio chiede qualità mentali, comportamentali e tecniche. Ma c'è un quarto elemento che deve metterci il sistema: opportunità e meritocrazia».

Presidente, come mai questa abitudine di venire ad Arolo per un caffè?
La scenografia del luogo e la tranquillità che trovo qui mi rilassano. Poi Guido fa un caffè eccellente. In più Leggiuno ha un particolare legame con il calcio, visto che è il paese natale di Gigi Riva e anche di Silvio Papini, ex grande team manager e calciatore biancorosso.

L'Italia ha vissuto un altro Mondiale da spettatrice. Che effetto ha, soprattutto sui più giovani, vedere ancora una volta la Nazionale fuori dalla competizione più importante?
Sicuramente è una circostanza che non viene vissuta bene, né dai giovani né da noi adulti. Ormai non può più essere considerato un caso, visto che la nostra Nazionale per la terza volta consecutiva è rimasta a guardare. A pensarci sembra impossibile: i giovani dell'ultimo ventennio non hanno mai assaporato le emozioni e le gioie immense che può regalare la vittoria di un Mondiale, mentre la nostra generazione ha avuto la grande fortuna di vedere l'Italia alzare due volte la Coppa del Mondo, nel 1982 e nel 2006.

A suo parere è un problema strutturale o del nostro sistema calcio?
Un po' entrambe le cose. È un problema strutturale e direi anche culturale. Credo che il "buco" Mondiale sia anche il frutto del cattivo lavoro iniziato a metà degli anni Novanta e proseguito fino al 2012/2015, periodo nel quale sono stati abbandonati investimenti importanti nei nostri settori giovanili, che pian piano sono andati a morire, favorendo l'ingresso di ragazzi di altre nazionalità.
Ricordo perfettamente che nel 1980, quando ero un ragazzino, esistevano settori giovanili di altissimo livello. Per rimanere dalle nostre parti, il Varese aveva uno dei migliori vivai d'Italia e ha fatto crescere tanti giocatori che sono poi arrivati in Serie A, addirittura due campioni del mondo come Claudio Gentile e Giampiero Marini.
Vito de Lorentiis, grande cuore biancorosso, mi racconta sempre che ci fu un campionato di Serie A nel quale ogni squadra aveva almeno un giocatore che aveva militato da giovane nel Varese. Da ragazzo ero affascinato nel vedere giocare Vito al Franco Ossola e oggi averlo con me nel gruppo dei responsabili del settore giovanile biancorosso è una grande soddisfazione e un grande onore. Ed è bellissimo e stimolante vederlo lavorare a stretto contatto con il responsabile tecnico dell'area agonistica Costanzo Celestini, che nel Napoli è stato compagno di Maradona.

Quando, secondo lei, si è interrotto quel sistema virtuoso?
Il sistema dei settori giovanili degli anni Settanta e Ottanta ha avuto la sua massima e ultima espressione positiva con i protagonisti del Mondiale vinto nel 2006. Da allora è iniziato un inevitabile declino, causato dalla mancanza di visione, programmazione, investimenti e mentalità moderna.
Nel calcio italiano è infatti radicata la convinzione di non credere abbastanza nei nostri giovani e su di loro continua a girare lo stesso disco rotto: “Non è pronto fisicamente, non è pronto mentalmente, non ha esperienza, rischiamo di bruciarlo”. Così, però, finiamo per bruciare le opportunità di crescita dei ragazzi, lavandoci la coscienza.

Oggi qualcosa sta cambiando?
Sì. Dal 2012 in avanti diverse società sono tornate a effettuare investimenti importanti sui giovani: penso per esempio ad Atalanta, Genoa e Juventus. I risultati cominciano a vedersi anche osservando le nostre Nazionali giovanili, che a livello internazionale stanno ottenendo risultati eccellenti.

E in provincia di Varese qual è la situazione?
Nel Varesotto, quando parliamo di settori giovanili, purtroppo dobbiamo riferirci soprattutto a realtà legate al calcio dilettantistico. Devo però dire che abbiamo società importanti, che stanno investendo molto sui giovani sia nel calcio maschile sia in quello femminile.

Da presidente del Gavirate, quali prospettive vede?
Da due anni abbiamo una forte sinergia con il Varese. Entrambe le società hanno l'obiettivo di far crescere giovani calciatori, cercando di valorizzarli attraverso un'organizzazione capace di offrire loro delle opportunità. Il progetto è partito da poco, ma sta già producendo buoni risultati.

Parla spesso di valorizzazione e opportunità. Cosa significa concretamente?
Partiamo da un presupposto: il sistema calcio chiede ai giovani tre cose fondamentali per diventare calciatori, cioè l'aspetto mentale, quello comportamentale e quello tecnico. Ma esiste un quarto elemento che non deve mettere il ragazzo: deve metterlo il sistema calcio. Si chiama opportunità e meritocrazia.
Purtroppo oggi il sistema pone ancora poca attenzione a questi due aspetti. Noi, attraverso il progetto Gavirate-Varese, stiamo cercando di valorizzarli e crediamo di aver individuato una soluzione vincente.

Ci può fare un esempio?
Un ragazzo, dopo aver attraversato tutte le categorie giovanili, quando arriva in Juniores o Primavera spesso fatica a trovare spazio in prima squadra, perché il salto nel calcio dei grandi viene considerato troppo alto e quindi rischioso per una società che deve ottenere risultati. Le motivazioni sono sempre le stesse: “Non è pronto”, “non ha esperienza” e così via.
Noi, come Gavirate, grazie alla sinergia con il Varese stiamo offrendo ai ragazzi un'opportunità concreta di valorizzazione, inserendo i profili più promettenti dei nostri rispettivi settori giovanili nella prima squadra del Gavirate, che milita in Promozione e che consideriamo una sorta di U23.
Nella scorsa stagione il Gavirate è stato la squadra più giovane in assoluto in Lombardia, e potrei dire anche in Italia, dalla Prima Categoria fino alla Serie D, con una rosa formata da quattordici ragazzi classe 2007, quattro 2006, due 2005 e due 2008. Contestualmente abbiamo anche fatto esordire nella prima squadra del Varese una decina di ragazzi provenienti dal nostro settore giovanile. Ecco, questo per me significa dare opportunità e valorizzare i giovani.

Quali sono, allora, le prospettive future di questo progetto?
Dopo i primi due anni, che non sono stati facili, iniziamo a vedere alcuni risultati del lavoro svolto e questo ci stimola e ci incentiva a continuare lungo questo percorso di valorizzazione, sia per il Gavirate sia per il Varese.
Insieme al gruppo dei responsabili di area e a tutti gli istruttori che stanno portando avanti questo progetto con costanza e dedizione quotidiana, ci poniamo un obiettivo ambizioso: creare un settore giovanile importante come quello dello storico grande vivaio biancorosso degli anni Settanta e Ottanta.

Claudio Ferretti

In Breve