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Basket | 23 settembre 2026, 02:45

Della Valle, l’uomo dietro il campione. Ferrero, la Varese che sempre gli apparterrà

“Voci dal campo” ha regalato ieri sera a 150 tifosi il racconto di due amici e di un viaggio partito da Casale Monferrato per giungere qui, passando per una Peugeot scassata, l’America, le «sberle formative» e una palestra di Bra. Alla fine il passaggio di consegne tra l'eterno capitano e il fuoriclasse: «Lasciate il tempo ad Ame, lui arriverà». Applausi per Il Basket Siamo Noi, riuscito ancora una volta ad accorciare la distanza tra chi indossa una maglia e chi la sente sulla propria pelle

Della Valle, l’uomo dietro il campione. Ferrero, la Varese che sempre gli apparterrà

Metti due amici su un palco, metti in mezzo a loro un microfono e lascia correre le emozioni.

È quello che è successo ieri sera nel talk organizzato da Il Basket Siamo Noi “Voci dal campo”. Da una parte Giancarlo Ferrero, uno dei capitani più longevi e amati, pelle e cuore e praticamente casa per ogni tifoso della Pallacanestro Varese. Dall’altra Amedeo Della Valle, fuoriclasse, purosangue, sogno a occhi aperti di chi trepida per i colori biancorossi.

In mezzo, oltre a un microfono, un cerchio che si è aperto nel 2010 a Casale Monferrato (Gianca profeta - lui di Bra - quasi in patria, Amedeo - lui di Alba - giovanotto di bellissime ma ancora parzialmente celate speranze) e che forse si è chiuso proprio oggi, con un passaggio di consegne nel nome di Varese: «Ma Amedeo sa già cosa fare, fidatevi. Lasciategli il tempo, lui arriverà», l’investitura finale dell’ex numero 21.

Prima, davanti a 150 associati BSN in un De Filippi sold out, è stato bello correre lungo la circonferenza di queste due vite tangenti. E ogni tanto anche commuoversi, spesso sorridere. Della Peugeot 206 scassata con cui il più grande Ferrero portava agli allenamenti il più piccolo Della Valle, suonando il clacson a caso e salutando persone sconosciute per la via; delle «sedie che volavano» con coach Marco Crespi («eppure un periodo con uno così ci vorrebbe per ogni giocatore…»); e di quel volo che inizia a dividersi: ADV va in America, quando ancora non lo faceva nessuno, prima l’high school, poi Ohio State a crivellare di triple i canestri insegnando il verbo proprio a casa di Gesù, mentre l’ala mancina ricomincia a peregrinare alla ricerca di un orizzonte che gioca a nascondino, fino a quando arriva una chiamata di Brunetto Arrigoni: «Cerco un cavallo di rincorsa, vieni a Varese».

E mentre Ferrero si prende Varese guidandola a petto nudo negli anni più difficili del suo Medioevo, Della Valle esplode a Reggio Emilia, si gioca il lusso (ma poi soffre) di Milano, parte per Gran Canaria e vorrebbe già tornare, e finisce a Podgorica, Montenegro, mentre il mondo viene accasato dal Covid. Certi rapporti, però, quelli su cui la giovinezza posa il suo imprinting fatto di spensieratezza, quotidianità e libertà, non sentono la legge dei punti cardinali: proseguono finché non si reincontrano. Ecco allora Brescia, un’altra casa - ma stavolta di Amedeo - che accoglie Giancarlo (spassosissimi gli aneddoti sulla firma del suo contratto raccontati da Della Valle) e gli regala una terza vita, dopo Varese e Trieste. Brescia, quella macchina da canestri perfetta («ognuno aveva un ruolo, ognuno occupava degli spazi») che ha cambiato per qualche anno la geografia della pallacanestro italiana e poi - nel più nero dei giorni - è stata trafitta dalla bramosia, morendo sul colpo.

E proprio da Brescia, da ciò che è finito quando sembrava non poter finire mai, Della Valle ha tirato fuori forse la confessione più intima della serata. «Quello che è successo quest’estate mi ha dato una sveglia sulla vita. Andava tutto talmente bene a Brescia che non mi sembrava nemmeno più reale. Mi ero dimenticato di tutto: sarebbe potuto andare avanti dieci anni senza che me ne accorgessi, talmente era bello. Quello che è successo è stata una bella sberla formativa».

Una sberla. Non cestistica, o almeno non soltanto. Perché i momenti storti, in una carriera così lunga, Amedeo Della Valle li aveva già incontrati: «A Milano, quando giocavo poco; un periodo con la Nazionale; l’addio a Gran Canaria. Non tutto va sempre liscio come uno vorrebbe, ci sono fattori che uno non può controllare».

È stata in questi momenti di intimità rivelata che “Voci dal campo” ha trovato il suo senso più bello. Perché il giocatore Varese sa già chi è. Sa dei punti, delle triple, dei finali che si prende, di quella faccia che cambia quando sente arrivare il momento in cui il pallone deve finire nelle sue mani. Sa che Amedeo Della Valle è un campione. Lo sapeva prima che arrivasse e non serviva una serata al De Filippi per scoprirlo.

Mancava il resto.

Mancavano un po’ delle sue pieghe, qualche luccichio interno, quelle sfumature che la distanza tra campo e tribuna inevitabilmente nasconde. Il ragazzo che parte da Casale e si ritrova a Ohio State, in un’università con più studenti degli abitanti della città che aveva appena lasciato; quello che torna dagli Stati Uniti, arriva a Reggio Emilia, esce di casa, non vede nessuno e si domanda dove sia finito; quello che, quando il basket si spegne, torna semplicemente dalla famiglia e dagli amici. Persino il suo migliore amico arriva da un canestro: «L’ho conosciuto dopo una partita con Sassari. Avevo segnato facendo una faccia brutta e lui me l’ha disegnata stilizzata».

E poi c’è il Capitano.

Qui il viaggio è stato diverso, perché di Giancarlo Ferrero Varese pensa di conoscere ormai ogni centimetro. E probabilmente è vero, con qualche eccezione: «Qual è stato il rifugio nei momenti no della carriera? La palestra di Bra. Tornare ad allenarmi dove ho iniziato a giocare. Capitava spesso quando le cose non andavano bene. Il mio posto sacro è la palestra di Bra». Tornare al principio per ricordarsi chi si è. Forse anche questo spiega qualcosa di una carriera costruita sempre un metro più in là rispetto a dove qualcuno pensava potesse arrivare.

In mezzo ai due amici c'è stato spazio anche per un’altra storia che meritava quel palco, quella di Alessandro Pedron, vicecampione del mondo con la Nazionale italiana di basket in carrozzina: «È stata un’esperienza unica, la prima medaglia della Federazione in 53 anni di storia. Non ci aspettavamo una cosa del genere, ma quando abbiamo iniziato a vincere, soprattutto contro Usa e Inghilterra, ci siamo sbloccati. E questo è il risultato».

Il Basket Siamo Noi ha fatto esattamente ciò che dovrebbe fare una comunità quando non vuole limitarsi a contarsi, ma continuare a riconoscersi, regalando a Varese una cosa che non si compra al botteghino e che nemmeno quaranta minuti di partita possono garantire: la possibilità di avvicinarsi alle persone che stanno dentro le maglie. Senza sovrastrutture, senza il rumore del palazzetto, senza un tabellino che alla fine stabilisca chi è stato bravo e chi no. Un palco, due sedie, un microfono. E il tempo per raccontarsi.

Così Varese conosce oggi Amedeo Della Valle un po’ più di ieri. Ed è importante. Forse persino più importante di sapere quanto sia forte, perché quello lo sapevamo già tutti. Un campione lo riconosci da ciò che fa con un pallone in mano; per sentirlo davvero tuo, però, prima o poi hai bisogno di intravedere anche l’uomo. I suoi rifugi, le sue cicatrici, le sue amicizie, ciò che gli ha fatto male e ciò che lo fa ridere.

Con Giancarlo Ferrero, invece, il percorso è quasi opposto. Non c’era molto altro da scoprire: c’era, semmai, da ritrovarlo. E avere l’ennesima conferma che alcune persone smettono di giocare per una squadra senza smettere mai di appartenerle.

A un certo punto della serata è stato detto che i miti della Pallacanestro Varese stanno lassù. Stanno dove li abbiamo messi, stelle da guardare e da lasciare brillare. Gianca no. Gianca sta quaggiù, in mezzo a noi. E in mezzo a noi, a Varese, ci sarà per sempre.

Fabio Gandini

In Breve