Ore 18.10, 90° Minuto, un bambino davanti alla Tv ad attendere i gol sulle ginocchia di papà davanti agli stadi pieni e agli inviati di famiglia con la sua squadra trascinata dai ragazzi usciti dalla Primavera: dopo la sigla, al posto di Paolo Valenti, noi ritroviamo Roberto Gatti, recordman di promozioni e allenatore della Solbiatese tornata in D dopo 15 anni che domani al Chinetti sfida il Varese in Coppa Italia (ore 18) e che ci riconsegna il profumo del calcio più puro. Quel calcio che lo spinse, dalla sua Torino e dal suo Varese, a vivere emozioni che toccano le corde dell'anima.
La storia di quest'omino - «terzino, anzi terzino che randellava» - cresciuto a pane e Toro - «il Toro di mio padre, quello del Filadelfia e del Comunale» - svolta al Franco Ossola. «Arrivai a Varese a 17 anni e ricordo come se fosse oggi l'odore della prima borsa in pelle con lo stemma del Varese Calcio, il piccolo armadietto rosso di legno con il mio nome e una città che respirava calcio in modo genuino, umile e vero. Vivevo sopra la valigeria Ambrosetti e i "vecchi" mi mandavano a prendere i panini al Golden Egg dandomi 50 mila lire e dicendomi di tenere il resto».
Gatti arrivava da Torino, "figlio" di una società chiamata Barcanova e figlio del Toro («Ci ho giocato davvero, e non soltanto contro grazie al Varese che fece 2-2 in Coppa al Comunale con gol del pari di Schachner. Ci ho giocato andando ai provini in cui il Toro non faceva classifiche: ti dava la maglia granata ed eri felice. Anzi eri del Toro. Davvero») che cresceva giocatori e uomini, così come le squadre Primavera di allora: «Oggi non ci sono più ed è questo il sintomo del nostro declino. I giocatori che uscivano dalle Primavera facevano carriera perché erano forti e se lo meritavano». Tra una partita in Coppa Italia contro la Roma di Falcao a Masnago, il rifiuto di andare a Trieste nel famoso scambio di massa che cambiò la storia dei biancorossi dopo la retrocessione dalla B dell'85, gli anni del Lugano con cui sfidò i campioni, la vittoria di una moltitudine di campionati o il raggiungimento d'epiche salvezze, Roberto Gatti - che a Vedano grazie alla sua Cristina ha trovato famiglia da oltre quarant'anni - oggi è l'allenatore della Solbiatese, «ambiente bellissimo, persone perbene. Mi riporta al mio calcio».
Mister, partiamo dal principio. Quando arrivi a Varese?
Arrivo nella stagione 1981-82, a 17 anni. Venivo dal Barcanova, una società storica di Torino che faceva soltanto settore giovanile e dalla quale sono usciti tanti giocatori. C'erano due possibilità, la Fiorentina e il Varese, e una sorta di procuratore mi consigliò Varese. Ero un ragazzino, facevo il terzino e non pensavo certo che un giorno avrei giocato in prima squadra. Io, diciamo così, menavo e basta: ero uno da randellate.
Che effetto ti fece entrare per la prima volta nel mondo del Varese?
Ero emozionatissimo. Ero venuto per giocare nella Primavera di Balestra e vedere cosa sarebbe successo. Ma ricordo ancora quando mi diedero la borsa di pelle con scritto "Varese Calcio": per me era già un'emozione enorme. Il sabato giocavamo con la Primavera e la domenica andavamo allo stadio a vedere la prima squadra: c'erano sempre otto-diecimila persone, tifo vero, caldissimo. Il Varese si respirava durante tutta la settimana, in piazza, in centro. Era un ambiente di calcio vero.
E quella Primavera era fortissima.
Una squadra pazzesca: arrivammo alle finali nazionali, sette-otto ragazzi poi hanno fatto del calcio il proprio mestiere. In porta c'era Ciucci, poi in C con una carriera molto buona, a sinistra Carnio, io a destra, davanti a noi Galeazzi e Orlando, ex Inter e Udinese, Pellegrini... forse uno dei pochi che non arrivò ad altissimi livelli fu Malnati, il numero 10 che però era fortissimo. In quegli anni le Primavere italiane producevano giocatori veri, cosa che oggi non accade più. Affrontammo la Primavera del Bologna di capitan Mancini, proprio lui, e vincemmo 6-0, battemmo 3-1 al Filadelfia il Torino di Cravero, Ezio Rossi e Comi, eliminammo il Milan nel quale giocava Maldini, seppure più giovane di molti anni rispetto ai compagni. Tra i giovani del Como giocava Borgonovo. Il livello delle Primavera era incredibile. Oggi, il nulla.
Quando capisci che puoi arrivare in prima squadra?
In realtà inizialmente non ci pensavo proprio. Poi Beppe Marotta, che era direttore sportivo, mi confermò e mi fece un contratto di cinque anni. Grazie a Catuzzi arrivò l'esordio in prima squadra contro la Triestina, 2-1 per noi a Masnago: entrai a marcare Ascagni, che era una bestia e in quegli anni vinceva campionati di Serie C in continuazione. Credo di essere stato ammonito dopo pochi minuti, perché altrimenti non lo prendevo... Ma fu un'emozione incredibile. La retrocessione in C dell'85? Eravamo già salvi e la squadra era forte: bastava un punto alla penultima casa con il Bologna, ma Marronaro a dieci minuti dalla fine fece gol. Restava un'ultima possibilità contro il Perugia di Bagni, ma la perdiamo.
Dove vivevi a Varese?
In centro, sopra la Valigeria Ambrosetti: con Paolo Ambrosetti ho ancora un bellissimo rapporto. Eravamo una decina di giocatori in appartamento: Misuri, Turchetta, Cecilli... Ricordo le serate con i compagni: giocavano a carte fino alle due del mattino e poi mandavano me al Golden Egg a comprare i panini per tutti. Mi davano cinquantamila lire e non volevano mai il resto, quindi ci andavo molto volentieri...
Che personaggi erano i giocatori di quel Varese?
Erano tutti forti. Gildo Salvadè oggi giocherebbe in Serie A in qualsiasi squadra: palla al piede era imprendibile. Poi c'erano Strappa, Auteri, Vincenzi, Misuri, Cecilli, Cerantola, Di Giovanni... E Turchetta era un fenomeno assoluto, un "mostro", uno dei giocatori con più talento che abbia mai visto.
Vi allenavate anche a Solbiate Arno.
Sì, soprattutto il giovedì, quando facevamo la partitella infrasettimanale: il Varese in realtà non aveva un vero campo di allenamento: ci allenavamo nell'antistadio, sulla terra, qualche volta a Taino. E andavamo in ritiro alla Madonnina di Cantello sia il sabato sia la domenica sera dopo la partita e dopo aver mangiato assieme. Era tutto molto diverso da oggi.
Anche i carichi di lavoro erano molto diversi...
Completamente. A Varese nacque un modo nuovo di prepararsi con Arcelli, un genio e un innovatore vero: introdusse cose che prima nel calcio non esistevano e che furono copiate da tutti, dall'alimentazione a nuove metodologie di lavoro. I volumi erano esagerati e in tanti, col tempo, ci siamo disfati... ma la squadra andava a tremila all'ora. Ricordo allenamenti con 300 balzi in pista a ostacoli, oppure 60-70 salite di 74 metri a Luvinate, oppure un'ora e mezza di corsa al Sacro Monte.
Che cosa aveva quel calcio che oggi si è perso?
Era un altro mondo, altre persone. In Serie A c'erano sedici squadre e pochissimi stranieri, prima due e poi tre, quindi gli italiani giocavano. Ma soprattutto c'era una grandissima umiltà. E giocare a Varese era qualcosa di speciale. Ricordo ancora l'odore di quelle vecchie borse di pelle: sentivi proprio il calcio. E ricordo quando entrai per la prima volta nello spogliatoio della prima squadra e trovai un piccolo armadietto rosso di legno con sopra il mio nome. Non potevo crederci: io, ragazzino, avevo l'armadietto accanto a quelli di giocatori che fino a poco prima guardavo quasi come degli idoli.
Tu eri il classico numero 2.
Sì, ma più che un terzino ero un marcatore. Una figura che praticamente non esiste più. E secondo me oggi due delle cose che si fanno più fatica a fare sono proprio smarcarsi e marcare: si parla giustamente di principi, pressione e coperture ma in area si prendono tanti di quei gol di testa... Sacchi ha cambiato il calcio e ha portato principi straordinari (stessa cosa che fece Maifredi: il mio Varese con il suo Ospitaletto non ci capì nulla e prese 4 gol), ma diceva anche che la partita perfetta finiva 0-0. Certe caratteristiche individuali si sono un po' perse.
Arrigo Sacchi lo incrociasti sia con la Primavera biancorossa, quando lui allenava quella del Cesena, ma non solo...
Quando giocavo a Lugano, dove arrivai dopo il Varese e dove poi fummo promossi in A, disputammo un'amichevole a Cornaredo contro il Milan degli Invincibili, poco prima della finale di Coppa dei Campioni del 1990 vinta dai rossoneri con il Benfica. Finì 3-1 con gol di Massaro, Van Basten e Rijkaard, ma all'intervallo eravamo 1-1. Credo che quella partita sia ancora tra quelle con più pubblico nella storia di Cornaredo: erano riuscite ad entrare, non so come, tredici-quattordicimila persone.
Prima però ci sono state tante partite indimenticabili con il Varese.
Il mio sogno da ragazzo era giocare al Comunale di Torino contro il Toro e alla fine ci sono riuscito grazie al Varese nella fase a gironi della Coppa Italia nel settembre dell'85: c'erano ventimila persone con i miei genitori sugli spalti. Finì 2-2 con doppietta granata di Schachner e gol in rimonta di Lucchi e Pescatori. Ma ho avuto la fortuna di giocare anche contro squadre incredibili. Contro la Roma di Falcao in Coppa nell'agosto dell'84 al Franco Ossola finì 0-0 davanti a diecimila persone e loro batterono qualcosa come diciassette calci d'angolo contro zero nostri. Io marcavo a uomo Giannini, che allora era giovanissimo, e in porta Zunico fece i numeri. In panchina c'era Vitali a cui andavo a genio perché correvo, saltavo e picchiavo. Con la Lazio, sempre in Coppa e sempre a Masnago, finì 2-2 e marcai Laudrup, che con le sue finte mi mandò al manicomio.
Poi arriva il passaggio al Lugano. Come succede?
Il Varese era entrato in difficoltà economica e noi eravamo da mesi senza stipendio. Mi ero appena sposato con Cristina e arrivò la possibilità del Lugano, che era in Serie B ma voleva salire in A. Andai a parlare con i dirigenti quasi senza essere convinto di trasferirmi in Svizzera. Diciamo che seppero convincermi... Firmai per tre anni.
E in Svizzera arrivarono due promozioni.
Con il Lugano feci un anno in B e due in A. Poi arrivò Galvão, nazionale brasiliano, e io ero uno dei tre stranieri: per me non c'era più spazio. Andai al Chiasso e anche lì conquistammo la promozione dalla B alla A. In totale ho fatto due promozioni nella massima serie svizzera. Poi altri due anni a Chiasso e ho smesso a 29 anni, perché fisicamente ero tutto rotto...
In Svizzera hai affrontato altri grandissimi.
Zamorano al San Gallo: prima della partita pensai "questo è piccolo", poi ci fece tre gol... Al Servette c'era Rummenigge, che arrivava dall'Inter e che qualcuno considerava finito e invece diventò capocannoniere. Ho affrontato anche Tardelli, sempre nel San Gallo, e Antognoni passato al Losanna che, ovviamente, ci fece gol su punizione con palla sopra la barriera. Era un calcio diverso anche lì, con stadi vecchi ma pieni e atmosfere incredibili.
Torniamo ancora più indietro: il Toro che cosa rappresenta per te?
Il Toro era tutto. Mio padre Giuseppe era granata, come tutti i suoi fratelli. Tutte le domeniche si andava allo stadio: da bambino vidi anche l'ultima partita di Gigi Meroni, prima che fu investito da Romero, che poi divenne persino presidente. Quando vincemmo lo scudetto partimmo da casa tutti assieme e andammo a piedi fino a Superga insieme a quarantamila persone. Io andavo in Maratona e quando si vinceva il derby - e allora accadeva spesso - si celebrava il funerale della Juve. Quando perdeva, invece, papà andava in giro con un baffo solo per mesi.
Hai giocato nel Toro?
Sì, da piccolino. Allora prima dei dodici anni funzionava così: facevi il provino e, se piacevi, ti dicevano semplicemente di tornare il mercoledì successivo al Filadelfia per l'allenamento. Poi arrivò il momento del tesseramento: mio fratello Sergio, che ha un anno in più di me, venne confermato, mentre dissero che io ero troppo piccolo. Mio padre non poteva portarci in due società diverse e così ci consigliarono di andare entrambi al Barcanova (c'erano ottomila spettatori ai tornei, dove arrivava anche il Real, e millecinquecento alle partite degli allievi: c'era solo quello, era un altro mondo) dicendo che il Toro ci avrebbe continuato a seguire. E da lì è cominciata la mia strada.
Oggi sei ancora tifoso del Toro?
Il Toro resta il Toro e con i miei fratelli ne parliamo sempre. Però devo dire che con Cairo è diventato triste. Quello che ho vissuto io da bambino e da giovane era un'altra cosa. Ricordo dopo una partita della Primavera tra Varese e Torino che ottenni di tornare a casa dai miei sul pullman granata, con Cravero e compagni...
E invece che cosa significa tornare oggi ad affrontare il Varese?
Gli anni passano, ma i ricordi rimangono molto più vicini di quanto dica il calendario. Sono passati più di quarant'anni, però certe emozioni sembra di averle vissute ieri. E per me il Varese rimane la squadra nella quale ho provato le emozioni più grandi. Non c'è niente da fare.
Arriviamo alla tua Solbiatese dopo l'ennesima promozione (hai superato quota 10, più due Coppe vinte). Che squadra hai ritrovato?
Sono arrivato durante la scorsa stagione e ho trovato un bell'ambiente, persone perbene e una squadra forte. Siamo riusciti a vincere i playoff e a conquistare la promozione. Adesso però entriamo in qualcosa di completamente diverso, perché la Solbiatese manca dalla Serie D da 15 anni e deve riscoprire questa categoria.
Avete scelto di cambiare poco. Perché?
L'input è stato proprio quello di mantenere il più possibile la rosa che c'era. Ho già vissuto questa situazione a Inveruno: vincemmo Eccellenza e Coppa, mantenemmo praticamente la stessa squadra in Serie D e arrivammo ai playoff: a quattro giornate dalla fine eravamo addirittura secondi. A Sant'Angelo dopo la promozione in D avrei voluto fare la stessa cosa, mi è stato detto che si doveva cambiare tutto e sono andato via, poi venni richiamato in una situazione difficile e ci salvammo grazie a un'ultima, storica partita. A parità di possibilità economiche preferisco tenere giocatori che conosco, che si conoscono tra loro e dei quali so caratteristiche e qualità umane, piuttosto che cambiare tanto senza avere certezze.
Avete scelto di tenere Chironi in porta e schierare gli under a centrocampo...
Noi crediamo che il portiere possa fare una grande differenza e un giocatore come Chironi ti dà delle garanzie. Poi è inevitabile che in alcune zone del campo magari pagheremo qualcosa,
Come ti aspetti la partita di domani?
Ho visto il Varese e conosco il suo allenatore: è un tecnico solido, che fa giocare bene le proprie squadre. Mi aspetto quindi una partita molto difficile, però ce la giocheremo: non dico alla pari, ma quasi. Noi giochiamo per vincere, questo è sicuro. Se poi saranno più bravi, vinceranno loro. E mi aspetto soprattutto un ambiente super: a Solbiate è bello giocare, ed è bello vedere le partite. Noi in casa abbiamo sempre vinto, pareggiando solo con l'Alessandria: il Chinetti ci porta bene.
Che campionato sarà questa Serie D?
Durissimo. Ci sono società che hanno costruito squadre da Serie C perché vogliono vincere, vedi Pistoiese e Pro Patria. Poi ci metto Lentigione, Cittadella Modena e probabilmente la Pro Sesto. Il Varese per tradizione lo metto immediatamente sotto alle primissime, anche se poi dovrà dimostrarlo sul campo. Dietro vedo una decina di squadre, compresa noi, che si giocano la salvezza. E questo significa praticamente dover vincere il "campionato delle altre". In Serie D non puoi mai sentirti tranquillo: ci sono stagioni in cui con 40 punti ti salvi e altre in cui con 46 finisci ai playout.


