Jim Corsi è ritornato a Varese e sembra che non se ne sia mai andato. La leggenda dei Mastini passeggia per l’Acinque Ice Arena come a casa propria, sorride, stringe mani, sembra pronto a scendere sul ghiaccio e parare l’imparabile, come faceva abitualmente 40 anni fa, ai tempi dei due scudetti vinti con una squadra irripetibile.
“Big Jim”, il portiere con i baffi, è in città con la squadra della “sua” Concordia University di Montréal, ateneo dove ha studiato e che definisce “alma mater”, e domenica alle 19,30 sarà al fianco di questi ragazzi - di cui è goalie coach ma anche ispiratore e guida - impegnati nell’amichevole con i Mastini. Chissà che non rimetta le lame e scenda in pista a fare un giro d’onore, a prendersi gli applausi di un pubblico che non l’ha mai dimenticato.
Prima del suo arrivo al tavolo del bar dell’Acinque Ice Arena per l’intervista, Matteo Cesarini ci racconta che la squadra canadese si fermerà a Varese, dove fa base, fino a lunedì ed è qui per un tour che la impegna anche in Svizzera. «Vorrei che il collegamento con la Concordia University fosse duraturo, si ripetesse ogni anno, e i nostri ragazzi andassero in Canada a confrontarsi con i loro metodi di allenamento», ci spiega.
Intanto ecco Jim, 72 anni magnificamente portati, stretta vigorosa, sguardo fermo e indagatore, un varesino ad honorem che ha contribuito a portare in alto il nome della città e del nostro sport.
Jim Corsi, come mai ha tagliato i suoi mitici baffi?
Per due motivi, il primo è stato il Covid, con la mascherina era un problema. Secondo, i miei nipotini si lamentavano perché quando li baciavo, sentivano il ruvido dei peli.
Lei ha doppia nazionalità, canadese e italiana: di che parte dell’Italia era originaria la sua famiglia?
Di Roma. Mio fratello venne a Montréal nel 1952, faceva l’autista dell’ambasciatore americano. Nella capitale ho ancora dei cugini, mentre in Canada ho uno zio, che si chiama Malatesta, di 96 anni. Mio nonno è stato campione europeo di boxe amatoriale.
Come mai da ragazzo lasciò il calcio per l’hockey.
Giocavo a calcio da giovanissimo, ero una discreta mezzala. Mi piacevano i parastinchi del portiere delle squadre di hockey e così scelsi il ghiaccio, ma all’inizio sentivo un gran freddo ai piedi.
Ha seguito i Mondiali di calcio in Canada?
Sì, mi è spiaciuto molto non vedere l’Italia e anche per il comportamento antisportivo della squadra argentina durante la finale.
Cos’era la Varese del suo tempo, quando i Mastini erano fortissimi e dettavano legge in Italia?
Per me il luogo dove è cresciuta la mia famiglia, avevo tanti amici, anche fuori dallo sport. Si giocava solo per vincere, io stesso venni qui per vincere lo scudetto e ci riuscimmo per due volte, nell'87 e nell'89. Ma ce l'avremmo fatta anche prima se nell'85 non ci fecero ripetere la bella della semifinale con il Bolzano, vinta ai rigori perché muovendo le mani costrinsi Boni a fallire l'ultimo, dicendo che si erano sbagliati su quanti ne erano stati tirati... Avevamo un grande calore intorno, noi crescevamo e la città lo faceva con noi. Varese mi è sempre stata riconoscente, anche lo scorso gennaio, quando ho avuto l’onore di portare la fiaccola olimpica. Qui ho ancora amici come Malfatti, Orrigoni, Quilici e Merzario che sono cresciuti con me. Del resto, non fai parte della storia finché questa non è finita.
Di sicuro, ai tempi avrà avuto un sacco di ammiratrici!
Volevo solo vincere, e parare più dischi che potevo.
Esiste una sola parata che giudica importante e indimenticabile?
Ogni parata era importante allora, battemmo due volte il Bolzano! Poi ricordo i Mondiali in Finlandia, come difensore della porta della nostra nazionale, e le partite contro Canada e Stati Uniti, ma anche le parate che feci alla mia prima partita da portiere.
Che passioni ha Jim Corsi al di fuori dell’hockey?
Mi è sempre piaciuto studiare, e poi dedicarmi alla famiglia.
Che consiglio darebbe a un giovane che volesse fare l’hockeista?
Lavora forte e bene, e quando ci sono ostacoli, anche più forte! Quando il lavoro è duro è più facile smettere, ma non bisogna farlo mai.
A questo punto dell’intervista interviene il coach della Concordia, Marc-André Élément, a cui chiediamo come si trova a collaborare fianco a fianco con una leggenda come Jim.
Con lui è facile lavorare, è un mentore per me, a Montréal è una leggenda! La nostra è una squadra in evoluzione, abbiamo 16 giocatori nuovi molto forti.
All’Acinque Ice Arena gira voce che la maglia numero 35 di Jim sia già stata ritirata o che, magari, lo sarà, come peraltro è già stato fatto in Canada, e Corsi fa una battuta: «Non sarà che qualcuno l’ha rubata?».
C’è tempo per un’ultima domanda a colui che ai Mondiali finlandesi fermò il più grande giocatore di hockey del mondo, il canadese Wayne Gretzky. Segue ancora i Mastini da Montréal?
Sì, mi tengo sempre informato, anche attraverso amici come Orrigoni, Malfatti, Farè e Merzi, compagni di grandi vittorie.
Mentre l’incontro sta per finire, ci raggiunge Roberto Blumer, il presidente di quei lontani e mitici Mastini, vede Corsi e il loro lungo abbraccio vale più di ogni parola.













