Nato per soffrire.
Fatti, non parole.
L'appuntamento con Fabrizio Castori, l'allenatore anzi l'"uomo" dei record (record di promozioni in tutte le categorie e salvezze da nord a sud con squadre che solo lui poteva promuovere o salvare, spesso per per la prima volta nella loro storia), è proprio lì dove non vorremmo mai tornare, uno di quei tanti posti in città che ci ricorda il Varese che non c'è più, quello che difendeva il suo orgoglio, la sua ambizione e la sua storia. Rieccolo lì, anzi qui, 13 anni dopo, k-way per proteggersi dalla pioggia - figurarsi se non piove sulla sua strada - insieme alla sua Paola all'angolo di piazza XX Settembre, di fronte al Politeama, dove Fabrizio aveva casa durante la sua panchina biancorossa in Serie B caduta per una piccola congiura di piccoli uomini (dove sono finiti loro e dov'è lui oggi?) proprio a un passo dal traguardo della qualificazione ai playoff 2012/2013 (sarebbe stata la terza volta consecutiva per i biancorossi) che, infatti, poi fu fallita perché ogni volta che si sfila Castori dall'osso dell'umanità e della sua capacità di soffrire, il destino chiede conto ai responsabili.
Con Castori, che preferisce un amico - o un nemico - ad andare d'accordo con tutti, si parla del tempo (e della neve, della nebbia, della pioggia, del fango in cui emerge il carattere, suo e di chi lo segue, dal Franco Ossola a tutti i campi, e alle salite, della vita), delle persone ("se impari qualcosa lo fai da quelli bravi: all'allenamento del mio Cesena arrivava Sacchi"), dello spazio ricavato "per rinsaldare le mie amicizie" dopo le ultime due miracolose salvezze in Serie B al Sudtirol, con cui è ancora sotto contratto, e del suo calcio davvero italiano sulla via dell'estinzione dove devi sempre correre, unirti, soffrire, spremere ogni energia per un gruppo dove vincono le fede, l'umanità, l'aggressività, la mentalità, l'energia, la complicità, l'umiltà e la fedeltà.
Già, il suo calcio. Quello che è racchiuso in un meraviglioso video dell'ultimo allenamento prima della finale di ritorno dei playout in cui il suo Sudtirol si è salvato, facendo retrocedere - contro tutti e tutto - il Bari in Serie C: "No time to die" (non c'è tempo per morire) urlano in cerchio, correndo e sostenendosi, mano nella mano i giocatori riportandoci all'essenza purissima e nuda delle cose e, in fondo, anche del calcio. Non il tiki-taka, ma il ticchettio dell'anima.
Il suo calcio e i suoi luoghi, i suoi modi, i suoi gusti ruspanti e semplici (alla Paranza si complimenta con Pietro e Attilio per i tortiglioni con pomodoro e basilico, ma anche per il caffè), la sua curiosità ripensando a Varese e al Varese (da Silvio Papini a Giulio Ebagua, da Giulio Clerici a Luca Spriano, da Neto all'amico Paolo Limido, dal giornale a Sean e a strade forse un giorno non così lontane come accade da anni), i suoi figli e i suoi nipoti e il suo presente fatto di un'attesa piena di sogni - Castori sogna come un bambino e lotta come un leone -, soprattutto uno, il più grande che gli permetterebbe di chiudere il cerchio.
Intanto domenica lo aspetta il suo posto in tribuna allo stadio Manuzzi di Cesena, dove è considerato l'allenatore di ogni tempo ed è grande come il "mare" per il popolo romagnolo. Là e ovunque avremmo bisogno di uomini così, «nati per soffrire» come sussurra Paola.
Fabrizio Castori è l'unico tecnico italiano ad aver scalato interamente tutte le categorie del calcio italiano dalla Terza Categoria alla Serie A, conquistando 10 promozioni (due in A con Carpi e Salernitana) e superando le 1.500 presenze complessive in panchina tra dilettanti e professionisti, oltre a detenere il record assoluto di panchine nella storia della Serie B. Ha guidato il Varese in B nel 2012/2013.
Sport | 21 agosto 2026, 16:08
«Nato per soffrire»: l'allenatore e l'uomo dei record Fabrizio Castori, i vecchi amici varesini, un nuovo sogno e quel calcio che ci manca
Il tecnico con più promozioni, panchine e imprese per un giorno è tornato a Varese, dove allenò in B, tra una chiacchierata e una pasta con pomodoro e basilico alla Paranza. Tra aneddoti e lampi del suo calcio: non il tiki-taka, ma il ticchettio dell'anima. "No time to die" (non c'è tempo per morire) urlavano in cerchio, correndo e sostenendosi i giocatori del Sudtirol (due miracolose salvezza in Serie B) prima di vincere i playout lo scorso maggio e fare retrocedere il Bari
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