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Sport | 12 agosto 2026, 14:56

Nicolò, ragazzo d’oro di una Varese che sa ancora allevare campioni

Dall’Azzate affacciata sul lago fino alla gloria del nuoto: Martinenghi è talento, caparbietà e semplicità, ma soprattutto il volto di uno sport vissuto con gioia e di una terra alla quale è rimasto profondamente legato. E allora, dopo tutto quello che ci ha regalato, «vediamo di meritarcelo...»

Nicolò, ragazzo d’oro di una Varese che sa ancora allevare campioni

Chissà se da bambino Nicolò Martinenghi, guardando il Lago di Varese dal sontuoso Belvedere di Azzate, avrà pensato di farci “una vasca”, magari già a rana o forse a delfino, e toccare per primo un’immaginaria “piastra”. “Tete”, soprannome che gli arriva dritto dal fratello maggiore Jacopo e porta una vaga reminiscenza con Tethys, l’immenso oceano mesozoico antenato del Mediterraneo (quando si dice essere predestinati), a vent’anni già batteva il record italiano dei 100 rana scendendo sotto i 59 secondi, ovvio che prima o poi avrebbe nuotato nell’oro e portato il nome di Varese nel mondo.

Cestista mancato (meno male), è la dimostrazione vivente che il nostro territorio continui a far germinare talenti, magari in sport non di cassetta come il calcio, ma di certo più nobili e faticosi, e vengono in mente i Ganna, Binda, Panizza, Basso, Garzelli, Nardello nel ciclismo, Elia Luini nel canottaggio, Viola Valli, nuotatrice di fondo, per tacere del grande basket di Ossola e Andrea Meneghin, solo per fare qualche nome di sportivi nati dalle nostre parti.

Qui abbiamo un campione olimpico e mondiale, e dobbiamo esserne fieri, perché accanto al ragazzo dal corpo scolpito che in acqua fila a più di sei chilometri all’ora (come un ottimo camminatore sulla terraferma) c’è il Tete di famiglia, quello che ha Azzate nel cuore (ricambiato dal paese con uno striscione di ringraziamento), che passeggia tranquillamente per il centro di Varese, segue il basket a Masnago con i genitori e si gode un “Apollo” da Pirola, salutando tutti e giocando con i bambini, magari assieme alla fidanzata Adelaide, che lo ha seguito a Parigi assistendo al suo trionfo.

Nicolò, ragazzo d’oro in tutti i sensi, è il simbolo della grinta e della determinazione che dovrebbero essere l’essenza della varesinità, un esempio di caparbietà e fiducia in sé stesso, se è vero che dopo l’infortunio alla spalla è ritornato sul podio più forte di prima, a mettersi l’Europa al collo, trovando motivazioni e traguardi che a un altro sarebbero mancati. Un campione di semplicità e umanità, che sa vincere con la testa, fermarsi e ripartire, dopo essersi ascoltato nel profondo per capire dove andare dopo l’ubriacatura del trionfo olimpico.

E dopo l’effetto Sinner, che ha portato centinaia di ragazzi a innamorarsi del tennis, sarebbe bello avere anche un effetto Martinenghi, che invitasse i giovanissimi ad appassionarsi al nuoto - morte la piscina comunale e quella olimpionica della Ignis, rimane la speranza del futuro impianto nell’ex-Aermacchi - sport che regala un infinito senso di libertà.

Quella libertà, voglia di esserci, forza del cuore e della mente che curiosamente può legare Nicolò a Luigi il “Negus”, il giovane e il vecchio, il campione e il pescatore, uniti dall’acqua e dalla nascita in paesi che affacciano sul lago, Azzate e Cazzago Brabbia, entrambi del segno del Leone, entrambi assolutamente certi del proprio valore, innamorati della nostra terra e certi di non lasciarla mai.

Varese, fucina di talenti in passato, continua a esserlo grazie a persone come Martinenghi, che vivono lo sport anche come una gioia, una competizione con sé stessi prima ancora che con gli avversari, rimanendo fedeli alla propria immagine di ragazzi normali, legati ai valori di un tempo e alla leggerezza della gioventù.

«Me lo merito, me lo merito tanto», ha detto Tete subito dopo aver battuto Kozhakin, con la voce incrinata dall’emozione. E tutti noi varesini, azzatesi in primis, vediamo di meritarci Nicolò.

Mario Chiodetti