Il Nazionale

Basket | 18 luglio 2026, 14:18

«La mia nazionale, specchio di un popolo che sa sempre come non morire»

Alla ricerca di una piccola fetta di “sueño mundial” qui a Varese ecco... Mauro Villa, ala ventiduenne della Pallacanestro Varese, rappresentante in campo della "colonia" argentina in biancorosso. Un tifoso speciale della selezione di Scaloni che ci ricorda, per l'ennesima volta, quanto lo sport sappia essere metafora di qualcosa di più grande e importante: «Davanti a quei dieci connazionali che cantavano e saltavano di gioia in piazza Monte Grappa, mi sono sentito più vicino a casa...»

«La mia nazionale, specchio di un popolo che sa sempre come non morire»

«Questa nazionale rappresenta perfettamente il nostro spirito, la nostra capacità di rialzarci, di non arrenderci».

Alla ricerca di una piccola fetta di “sueño mundial” qui a Varese, ecco le parole, l’orgoglio e la profondità di Mauro Villa. Insieme al grande capo di Pallacanestro Varese Luis Scola, all’allenatore Federico Renzetti e al preparatore atletico Marcelo Lopez, tutti nell’orbita biancorossa, è l’ala di Mendoza classe 2004 la “nostra” Argentina.

Ed è bello e significativo fare una chiacchierata “calcistica” con il “Toro” Maurito, perché ti dà l’ennesima possibilità di ricordare quanto lo sport sappia spesso diventare metafora di qualcosa di molto più grande e importante, una sorta di carta d’identità fatta di sentimenti, inclinazioni e aspirazioni collettive. Per un ragazzo di 22 anni lontano migliaia di chilometri dal proprio nido e partito nel buio dell’incertezza alla ricerca di una luce chiamata futuro, poi, anche dieci persone che cantano e ballano in una sonnacchiosa piazza Monte Grappa possono significare… casa.

Mauro, come hai vissuto la partita dell’altra sera contro l’Inghilterra? All’85’, sotto 1-0, ci speravi ancora?

«No, sinceramente no: quando mancavano otto minuti ed eravamo sotto 1-0 non me lo sentivo più. Però questa è una squadra che ogni volta ti lascia una sensazione strana, difficile da spiegare: sembra che abbia sempre qualcosa in più da dare».

Quest’attitudine a ribaltare le partite si è vista durante tutto il Mondiale: contro l'Egitto, contro Capo Verde, in parte contro la Svizzera e infine in semifinale. È il principale punto di forza dell’Argentina?

«Noi argentini ci riconosciamo in questa squadra proprio perché rappresenta la nostra capacità di non arrenderci, di non morire mai e di dare sempre qualcosa in più. E non parlo solo di sport, ma anche di vita fuori da un campo di calcio. L’Argentina non è paragonabile all’Italia, alla Francia o ad altri Paesi più avanzati: ha una società che soffre tantissimo ed è costantemente in crisi. Però è fatta di persone che non mollano mai e che, al di là delle difficoltà, cercano sempre di uscirne e di rimettersi in piedi».

Dove hai seguito la semifinale?

«Quella di mercoledì è stata la prima partita che ho visto fuori casa in questo Mondiale, perché sono rientrato a Varese pochi giorni fa. Le altre le ho seguite in Argentina, a casa mia: sono di Mendoza, una città vicina alle montagne e al Cile».

Con chi guardavi le partite quando eri a Mendoza?

«Con i miei genitori, i miei due fratelli e, qualche volta, anche con i cugini. Da noi è una specie di rituale: si prepara una grande grigliata, si mangia con tutta la famiglia e poi si guarda insieme la partita. Ognuno, però, ha il proprio modo di viverla. Ho amici che preferiscono stare da soli perché sono troppo nervosi, altri vanno al bar. Puoi trovare di tutto. Io, personalmente, sono abituato così».

Dal tuo Paese, e non è la prima volta, giungono immagini di entusiasmo incredibili…

«È pazzesco vedere come la gente celebri questi successi. Non so se una cosa del genere accada in altre parti del mondo: ogni volta si ritrovano in piazza in centomila, duecentomila o trecentomila, con fuochi d’artificio e festeggiamenti vari. Gli argentini sono “malati”, in senso buono, per la loro nazionale: c’è chi fa promesse assurde, c’è chi ha venduto la macchina, il frigorifero o la televisione per riuscire ad andare a vedere le gare dal vivo…».

Che ricordi hai invece della Coppa del Mondo sollevata quattro anni fa in Qatar?

«Bellissimi. Tanta roba. Io, sinceramente, non sono mai stato un fanatico pazzo del calcio, ma con questa nazionale lo sono diventato. Per me, al di là del calcio, c’è anche un messaggio di vita: per questo sono diventato un tifoso della “Scaloneta”».

Vivere e lavorare lontano da casa rende ancora più forte l’emozione per la nazionale?

«Sì, sicuramente. Come spiegavo prima, il match contro l’Inghilterra è stato il primo visto qui a Varese: sono andato a casa di due miei amici connazionali, Martino e Laura. Tornando e passando in centro in macchina dopo la vittoria, ho trovato in piazza Monte Grappa un gruppo di dieci o dodici argentini che cantavano e saltavano pieni di gioia. Beh, in quel momento, anche se non conoscevo nessuno di loro, mi sono sentito a casa e ho sentito meno la mancanza della mia Argentina…».

Parliamo di Lionel Messi. Ti aspettavi un altro Mondiale giocato a questi livelli?

«No, non mi aspettavo che giocasse ancora così. La cosa incredibile è che sta dominando senza la parte atletica, senza essere più velocissimo come lo era prima: domina perché capisce il calcio prima degli altri, perché è sempre un passo avanti… Questa Coppa del Mondo potrebbe essere la sua “Last Dance” e la sta ballando da fuoriclasse infinito…».

Per voi argentini è un simbolo che va oltre il calcio?

«Cento per cento. A livello sportivo, secondo me, è il più grande della storia. C’è chi lo paragona a Maradona, a Ginobili, a Luis Scola e ad altri grandissimi sportivi argentini: secondo me esiste un tavolo molto ristretto, composto da cinque o sei persone che hanno fatto cose fuori dal normale per il nostro Paese e per le nostre possibilità. Messi è sicuramente seduto a quel tavolo. Anche a livello personale, per quello che ho potuto capire, mi sembra una persona molto umile e con i piedi per terra. Quando arrivi a essere una star, deve essere molto difficile riuscire a rimanere così…».

Ora c’è la finale contro la Spagna. Come la vedi?

«Sarà una partita molto difficile. Noi inferiori? Magari giochiamo peggio di loro e di altre nazionali che sono già state eliminate (anche se secondo me ciò è vero fino a un certo punto…) però possediamo qualcosa in più… Non so se sia la voglia, la mentalità o il sostegno della gente. Io penso anche solo a quanto sia incredibile che così tanti miei connazionali siano andati negli Stati Uniti per vedere la nazionale… In Argentina una persona guadagna magari seicento o settecento dollari al mese, mentre un viaggio e un biglietto per andare a vedere le partite possono costare duemila, tremila o anche quattromila dollari. Eppure ci sono cinquantamila o sessantamila argentini allo stadio. Sapere che magari dovranno passare un anno a pagare tutto quello che hanno speso per esserci fa venire i brividi…».

Dove vivrai la finale?

«Con gli stessi amici e nello stesso posto, a casa loro. Non so se in italiano si dice “cabala”, ma visto che questa soluzione ha portato bene dobbiamo ripeterla».

Come stai, invece, dal punto di vista personale? Sei carico per la prossima stagione con la Pallacanestro Varese?

«Sto molto bene. Mi trovo in un periodo molto tranquillo e mi sento più consapevole. L’anno scorso era il mio primo anno: ero molto più nervoso, non conoscevo le dinamiche e non sapevo bene come funzionasse tutto. Quest’anno sono molto consapevole di me stesso. Spero di migliorare ancora e che la squadra riesca a trovare la propria identità e i propri punti di riferimento insieme alla città».

F. Gan.

In Breve