Genova riconosce e promuove il neologismo “atéfano”, la parola nata per indicare il genitore che ha perso un figlio. Il consiglio comunale ha approvato all’unanimità due mozioni discusse congiuntamente, una presentata dal capogruppo di Forza Italia Mario Mascia insieme a Rosanna Stuppia di Vince Genova, l’altra dalla lista civica Silvia Salis, con le firme di Sara Tassara, Laura Sicignano, Erika Venturini e del capogruppo Filippo Bruzzone.
Due testi diversi ma complementari, entrambi orientati a sostenere la diffusione del termine nel linguaggio istituzionale, culturale e sociale, con l’obiettivo di colmare un vuoto della lingua italiana. Esistono infatti parole come “orfano”, per chi perde i genitori, e “vedovo” o “vedova”, per chi perde il coniuge, ma non una parola riconosciuta per indicare un padre o una madre che perdono un figlio.
La proposta nasce dal lavoro dell’associazione “Rachele Franchelli-Uno Sguardo Senza Confini APS”, costituita ad Albenga dalla famiglia di Rachele Franchelli, scomparsa il 12 ottobre 2024, a soli 16 anni, a causa di un tumore cerebrale. È da quella storia di dolore, ma anche di memoria e amore, che è nata l’idea di dare un nome a una condizione tanto profonda quanto, fino a oggi, priva di una definizione precisa.
“Atéfano” deriva dalla crasi di elementi di origine greca: “à”, prefisso privativo, “té” da “téknon”, figlio, e “fano” da “orphanòs”, privo, mancante, orfano. Il termine viene proposto come aggettivo e sostantivo per indicare chi ha perduto un figlio o una figlia. Il derivato “atéfanìa” indica invece la condizione di chi vive questo lutto.
Presentando la mozione, Mario Mascia ha ricordato il percorso già avviato in Regione Liguria, dove un documento analogo, a prima firma del capogruppo regionale di Forza Italia Angelo Vaccarezza, è stato approvato all’unanimità. “Ringrazio la collega Rosanna Stuppia, con cui abbiamo presentato la mozione. L’iniziativa è stata portata avanti dal nostro capogruppo in Regione ed è stata approvata all’unanimità”, ha detto Mascia.
Il capogruppo di Forza Italia ha sottolineato il valore del neologismo anche nel linguaggio amministrativo: “Il termine si affiancherebbe alle definizioni di orfano e vedovo. L’iniziativa nasce dall’associazione Rachele Franchelli, dalla sua famiglia e dalla volontà di introdurre un neologismo che possa trovare spazio anche nella terminologia dell’amministrazione”.
La mozione Mascia-Stuppia impegna sindaca e giunta a riconoscere il valore culturale e sociale della proposta, adottando il termine all’interno dell’amministrazione comunale, a promuovere iniziative di sensibilizzazione sul lutto genitoriale, a sostenere eventi e campagne informative insieme all’associazione promotrice e a trasmettere il testo agli organismi competenti in ambito linguistico e culturale, tra cui l’Accademia della Crusca e le istituzioni universitarie.
Un secondo documento, presentato dalla lista civica Silvia Salis, insiste in particolare sulla diffusione del termine attraverso i canali del Comune, il coinvolgimento dei Municipi, dell’Università di Genova e della Città Metropolitana, la creazione di un protocollo d’intesa con realtà associative, soggetti pubblici e privati, e la promozione dell’iniziativa anche attraverso Anci e nelle scuole.
A illustrarlo è stata Sara Tassara, che ha richiamato il senso più profondo della proposta: “Generare qualcosa di bello e costruttivo dalla tragedia più inimmaginabile”. La consigliera ha spiegato che l’idea nasce anche dal fratello di Rachele, dal bisogno di “dare un nome a questo dolore” e dalla possibilità per i genitori che vivono questa condizione di riconoscersi e fare comunità.
“Queste cose esistono, e c’è un modo per affrontarle e fare comunità”, ha detto Tassara. Tra gli obiettivi indicati dalla mozione, anche la costruzione di un protocollo con le associazioni coinvolte, tra cui Abeo, e la collaborazione con l’Università di Genova, in particolare con il dipartimento di linguistica. “La cosa importante per noi è fare sì che il termine cominci a diventare d’uso comune. Dobbiamo utilizzarlo”, ha aggiunto la consigliera, ricordando che il 10 ottobre l’associazione dedicata a Rachele organizzerà un memoriale di comunità.
Per la giunta è intervenuta l’assessora alla Formazione, Personale, Pari opportunità e Politiche di genere Rita Bruzzone, che ha espresso parere favorevole su entrambe le mozioni e su tutte le impegnative. “Ringrazio i proponenti, perché sono due documenti che si completano l’uno con l’altro, e questo è un ottimo inizio”, ha detto.
Bruzzone ha poi raccontato l’incontro con la famiglia di Rachele: “Ho conosciuto la mamma e il fratello, li ho incontrati e ho trovato un’estrema dignità. Ci hanno raccontato come sia stata lei a costruire questo termine, perché era consapevole, seppur molto giovane, che la sua vita avrebbe avuto un termine”.
L’assessora ha ricordato come la parola sia nata da una riflessione della stessa Rachele: “La mamma ci ha raccontato che, quasi ironizzando, Rachele aveva pensato: se muore una moglie il marito diventa vedovo, se nella lingua italiana ci sono questi termini, manca però una parola per definire non solo una figura, ma anche il tema emotivo di quella sensazione”.
Un passaggio che Bruzzone ha legato alla memoria e alla continuità: “Era una ragazza molto in gamba, studiava, ed è riuscita a coniare questo termine mettendo insieme tre parole. Consegnare questo messaggio alla sua famiglia è un passaggio di testimone che, da un certo punto di vista, ti fa vivere. Questa mamma, che porta questo dolore, fa sì che la voce della figlia non sia spenta. E lo fa con molta dignità e serenità”.
Da qui l’impegno del Comune: “Faremo in modo che il Comune di Genova, insieme alla Regione, possa portare ovunque il messaggio di questa ragazza, perché diventi una nuova parola. L’Accademia della Crusca ha già accolto l’istanza. Ringraziamo la famiglia per averci coinvolto: il Comune di Genova abbraccia questa iniziativa”.
Entrambe le mozioni sono state approvate all’unanimità.
A margine del voto, Mario Mascia e Rosanna Stuppia hanno ringraziato i colleghi consiglieri comunali e Angelo Vaccarezza, “che per primo ha aperto il fronte in Consiglio regionale”. Per i proponenti, il termine potrà valere anche “a tutelare i genitori di bambini mai nati, cioè le madri e i padri che hanno perso i figli durante la gravidanza senza averli mai potuti conoscere e abbracciare”.


