Relax room, contenimenti fisici, gestione delle crisi comportamentali, somministrazione delle terapie e organizzazione interna della struttura. Sono questi alcuni dei temi al centro dell’ultima udienza celebratasi davanti al Tribunale di Cuneo nel processo sui presunti maltrattamenti avvenuti tra il 2014 e il 2019 nella cooperativa sociale “Per Mano”, in via Savona, che ospitava persone affette da disturbi dello spettro autistico e patologie psichiatriche.
Il procedimento vede imputati dodici operatori della struttura, tra infermieri, operatori socio sanitari, educatori e responsabili, mentre venticinque tra ospiti e familiari si sono costituiti parte civile.
L’udienza arriva dopo le prime deposizioni raccolte nelle scorse settimane, tra cui quella dell’educatrice che nel 2018 presentò un esposto contro la struttura e i suoi vertici. Nel suo racconto, la donna aveva descritto un contesto “instabile”, caratterizzato, secondo l’impianto accusatorio, da contenimenti fisici, utilizzo improprio della “relax room”, presunte umiliazioni nei confronti degli ospiti e gestione irregolare delle terapie.
Proprio su questi aspetti si sono concentrate anche le testimonianze ascoltate nell’ultima udienza, nel corso della quale sono stati sentiti due infermieri, un’educatrice, un’ex operatrice socio sanitaria e un luogotenente della Guardia di Finanza.
Tra i primi a deporre un infermiere in servizio nella struttura tra il 2016 e il 2017. Rispondendo alle domande della Procura, il testimone ha riferito di non avere mai assistito direttamente a episodi di violenza fisica nei confronti degli ospiti, pur confermando il frequente ricorso al contenimento durante le crisi comportamentali o gli episodi di autolesionismo. “Prima si provava con le parole, ma spesso non bastava”, ha spiegato, descrivendo situazioni in cui gli utenti venivano trattenuti fisicamente oppure accompagnati nella cosiddetta “stanza blu”, ambiente videosorvegliato e rivestito di materiale morbido nel quale restavano fino a quando non si calmavano.
L’infermiere ha parlato anche della presenza di lividi e segni sui pazienti, circostanze che, ha riferito, venivano annotate nelle schede traumi e talvolta discusse all’interno di una chat di gruppo tra operatori denominata “Il puttano”. Secondo quanto emerso in aula, la conversazione sarebbe stata utilizzata dagli operatori anche per comunicazioni di servizio. Alcuni testimoni hanno riferito di avere visto nella chat fotografie di pazienti con escoriazioni, lividi o ematomi, senza però sapere come quei segni si fossero prodotti.
L’infermiere ha inoltre descritto un ambiente di lavoro definito “non professionale”, caratterizzato, a suo dire, dall’assenza di un’organizzazione strutturata e da ruoli spesso sovrapposti. “Lì tutti facevano tutto”, ha dichiarato, spiegando che anche figure non infermieristiche si sarebbero occupate della gestione delle terapie o dell’igiene personale degli ospiti.
Davanti al Collegio ha poi deposto un’educatrice impiegata nella struttura tra il 2018 e il 2019. La testimone ha riferito di non avere mai assistito a episodi di maltrattamento, descrivendo le attività quotidiane organizzate per gli ospiti, laboratori cognitivi, passeggiate, palestra e attività sportive, e confermando che la relax room veniva utilizzata per brevi periodi nei momenti di maggiore agitazione: dieci minuti.
La testimone ha inoltre spiegato che gli operatori seguivano piccoli gruppi di utenti e che eventuali lividi o graffi venivano annotati nel cosiddetto “libro traumi”. Nel corso dell’esame si è parlato anche dell’utilizzo di imbracature durante alcune passeggiate con ospiti considerati a rischio fuga. “Non sono mai stata rimproverata dalla direttrice e della coordinatrice per essere stata precisa nella redazione del libro traumi” ha risposto.
Più critica, invece, la deposizione di un’ex operatrice socio sanitaria che lavorò nella cooperativa tra il 2009 e il marzo 2014. La donna ha riferito di avere assistito ad alcuni episodi ritenuti anomali nella gestione degli ospiti, raccontando di contenimenti fisici effettuati durante le crisi comportamentali e descrivendo un contesto nel quale, a suo dire, gli operatori si trovavano spesso soli a gestire contemporaneamente più pazienti.
La testimone ha inoltre raccontato un episodio che avrebbe riguardato una giovane ospite, mandata nel salone senza maglietta “per far ridere gli operatori”, e ha riferito di avere visto un infermiere immobilizzare contro il muro un utente durante una crisi. Una parte consistente del periodo lavorativo della donna, tuttavia, precede il periodo oggetto dell’imputazione, che riguarda fatti contestati a partire dal 2014.
Nel pomeriggio è stato sentito anche un altro infermiere impiegato in diversi periodi tra il 2014 e il 2019. Anche lui ha confermato il ricorso alla “relax room” e alla cosiddetta “TAB”, la terapia farmacologica somministrata nei momenti di agitazione. Secondo quanto riferito dal testimone, i farmaci venivano talvolta preparati o somministrati anche da operatori non infermieri, sulla base di liberatorie firmate dai genitori degli ospiti.
L’infermiere ha descritto un contesto caratterizzato dalla presenza di utenti particolarmente aggressivi o autolesionisti, riferendo di avere assistito ad aggressioni nei confronti degli operatori e spiegando che alcune modalità di gestione nascevano dalla necessità di evitare fughe o contenere le crisi più violente. In questo contesto ha collocato anche l’utilizzo di un’imbracatura durante le passeggiate con un ospite che, secondo quanto riferito, era già scappato in passato sulla statale.
Nel corso dell’esame, l’uomo ha riferito di avere visto colleghi dare “schiaffi” ad alcuni ospiti della struttura, ma, sollecitato sulle circostanze da parte del pm, ha ricondotto uno degli episodi ricordati a una situazione di forte agitazione da parte di una paziente. Secondo il testimone, la ragazza avrebbe aggredito un infermiere e quest’ultimo avrebbe mosso il braccio “a mo’ di schiaffo” per scansare i colpi ricevuti. Alla domanda se gli schiaffi venissero utilizzati “per calmare i ragazzi”, il teste ha risposto di non ricordare.
Ancora, l’infermiere ha ricordato che la direttrice invitava gli operatori a non utilizzare il “placcaggio”, forma di contenzione fisica che lui stesso ha detto di avere visto applicare in alcune occasioni durante le crisi più violente. "Di uno di loro avevo paura" ha dichiarato.
Nel corso della deposizione si è parlato anche di una giovane ospite che in alcune occasioni rimaneva con gli indumenti bagnati. Secondo l’infermiere, la situazione era collegata sia a difficoltà organizzative sia a un percorso educativo volto a ridurre l’uso del pannolone e incentivare l’autonomia della ragazza.
La prossima udienza è stata fissata per il 18 giugno.



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