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Eventi | 07 maggio 2026, 19:05

Le lacrime di coccodrillo della politica e il diritto di non nascondersi: Vladimir Luxuria, in attesa di Asti Pride si racconta ad Asti [INTERVISTA]

Lunedì 18 maggio il monologo "Stasera ve le canto" al Palco 19. Un'intervista profonda tra l'ipocrisia sulle leggi per i diritti e la forza terapeutica del teatro

Le lacrime di coccodrillo della politica e il diritto di non nascondersi: Vladimir Luxuria, in attesa di Asti Pride si racconta ad Asti [INTERVISTA]

La battaglia per l'affermazione di sé passa spesso dal palcoscenico, uno spazio in cui la memoria individuale si trasforma in atto politico e di rivendicazione. In avvicinamento all'Asti Pride, la città si prepara ad ascoltare Vladimir Luxuria, che lunedì 18 maggio alle 21 al Palco 19 di via Ospedale porterà in scena il suo spettacolo teatrale "Stasera ve le canto". L'evento, organizzato a ridosso della Giornata internazionale contro l'omobitransfobia, unisce l'introspezione alla denuncia sociale. In questa intervista, la storica attivista si racconta senza filtri, analizzando con lucidità e amara ironia i limiti di un'Italia ancora priva di tutele legislative adeguate e offrendo una chiave di lettura profonda sulla ricerca della felicità.

Il potere della memoria condivisa

Nel monologo intrecci ironia e memoria personale. Quanto è importante oggi usare il teatro non solo per intrattenere, ma per costruire nuove consapevolezze?
È sempre bello raccontarsi, tirare fuori quello che hai dentro, ricordare. Io lo faccio anche a livello teatrale, prendendo aneddoti dalla mia vita, storie che ho vissuto e incontri importanti. L'ho fatto in forma di monologo, usando la mia grande arma di sopravvivenza che è l'autoironia, ma lasciando spazio a ricordi più malinconici e di riflessione. L'obiettivo, forse presuntuoso, è emozionare attraverso il racconto e la musica, con una colonna sonora di autori che ho amato come De André, Aznavour e Manu Chao.

Il racconto portato in scena è intimo ma al contempo collettivo. In che modo la dimensione individuale riesce a dare voce a chi non si sente rappresentato?
Mi sono resa conto dell'importanza di raccontarmi non perché la mia vita sia più interessante di altre, poiché ogni vissuto è degno di essere raccontato. Ricordo però quando cominciai a narrare la mia storia al Maurizio Costanzo Show. Costanzo mi mostrò rotoli di fax inviati da persone che ringraziavano, perché quelle parole avevano aiutato famiglie chiuse nel silenzio e nel non detto. Ciò che non si tira fuori diventa stantio, macilento. Un po' come una buona bottiglia di barbera d'Asti, se non la stappi che gusto c'è? Si fa aceto, quindi meglio stapparsi.

Oltre l'ironia, la riflessione sui diritti

Affrontando temi profondi come l'identità e i diritti attraverso la leggerezza, c'è un momento esatto in cui si avverte il cambio di postura del pubblico, passando dal riso alla riflessione?
È proprio una scelta narrativa, un doppio registro evidenziato anche dalla posizione sul palco e dalle luci. Quando sto nella parte destra sono più ironica, a sinistra più introspettiva. A volte è la stessa storia raccontata in due modi, come la fatidica domanda sulla transizione. Prima prendo in giro i pregiudizi e le stupidaggini sulla teoria gender, poi affronto i problemi reali con la famiglia, la scuola e il bullismo. Ti assicuro che dal cambio di voce il pubblico sa perfettamente quando ridere e quando commuoversi.

Lo spettacolo coincide con i giorni in cui si celebra la giornata internazionale contro l'omobitransfobia. Rispetto agli inizi della militanza, l'Italia ha compiuto reali passi avanti o si corre il rischio di arretramenti?
"L'Italia è una nazione dove incredibilmente non c'è una legge sull'omobitransfobia. Esiste una giusta legge Mancino del 1993 che prevede aggravanti se si colpisce qualcuno per motivi etnici o religiosi, mandando un monito a un'intera comunità. Mi chiedo perché se qualcuno picchia una coppia di ragazzi che si tengono per mano non sia prevista la stessa aggravante. Ma ti dirò di più, a me interesserebbe la prevenzione, l'educazione nelle scuole. Se si prova a parlare di bullismo omofobo, ci accusano di voler convertire gli adolescenti, e non c'è una vera campagna di sensibilizzazione. Poi si suicida un ragazzo e arrivano le lacrime di coccodrillo della politica, ma nessuno fa mai un'ispezione alla propria coscienza."

L'odio social e il diritto alla felicità

I social network si trasformano spesso in piazze d'odio, dinamica subita anche dalle testate giornalistiche quando toccano certi temi. Quanto costa a livello umano dover mantenere costantemente il ruolo di chi combatte e argina queste derive?
Apprezzo molto chi denuncia, come ha fatto la sindaca di Genova Silvia Salis devolvendo ai centri antiviolenza 5.000 euro chiesti come risarcimento per insulti sessisti. Io ne ricevo tanti e ogni tanto reagisco, ad esempio facendo rimuovere pagine nate solo per colpirmi. Ho notato però che la più grande gratificazione per queste persone, che spesso hanno bassissima autostima e vite piene di magagne, è proprio essere prese in considerazione. Ho imparato a ignorarle, perché non ne vale la pena.

Il tema centrale del prossimo Asti Pride è il diritto alla felicità. Quanto è difficile rivendicarlo in una società ancora fortemente giudicante?
La felicità non è qualcosa che ti metti in tasca, è una saponetta che ti scivola tra le mani ma che cerchi sempre di riagguantare. C'è però una condizione fondamentale, se sei costretto a recitare una parte nella vita, a indossare una maschera e non puoi realizzare la tua sfera affettiva, non ci sono le basi per essere felici. Le persone represse spesso diventano violente e cercano di rovinare la vita altrui. Conosco tanti gay repressi che si trasformano nei peggiori omofobi, è la cosiddetta omofobia interiorizzata.

Nello spettacolo vengono reinterpretati brani di artisti molto diversi. C'è una canzone, tra quelle scelte per la serata, che rappresenta maggiormente il momento di vita?
Ho riscritto 'Clandestino' di Manu Chao, dedicandola alle famiglie arcobaleno che sono considerate clandestine anche da questo governo. Poi c'è 'Quel che si dice' di Aznavour, che rappresenta i miei momenti malinconici dell'adolescenza. E poi si ride con la mia personalissima versione di 'Bocca di rosa', diretta contro quella mentalità dei piccoli paesi pronti a spiare dalle finestre e a giudicare."

Per concludere, quale messaggio si può rivolgere ai giovani che vivono in contesti di provincia e che ancora oggi faticano a trovare il coraggio di esprimere se stessi liberamente?
È vero che esistono realtà di provincia, ma la mentalità provinciale si trova tranquillamente anche nelle grandi città. Non parto dal pregiudizio che un ragazzo gay ad Asti abbia sicuramente più problemi rispetto a Londra, dipende dal contesto familiare e da come si vive la sessualità. Sono sicura che ci sarà una bellissima accoglienza, nessuno deve sentirsi costretto a lasciare la propria città d'origine per il proprio orientamento sessuale.

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Betty Martinelli

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