È entrato nel vivo, davanti al Tribunale di Cuneo, il processo a carico dei dodici operatori della cooperativa sociale “Per Mano”, la struttura di via Savona che accoglieva persone affette da autismo e patologie psichiatriche.
L’istruttoria si è aperta con l’ascolto dei primi testimoni del pubblico ministero, che sostiene l’accusa di maltrattamenti. Venticinque tra ospiti e familiari si sono costituiti parte civile.
Secondo la Procura, tra il 2014 e il 2019, all’interno della struttura si sarebbe radicato un sistema fatto di umiliazioni, violenze e gestione irregolare delle terapie, in un contesto che , sempre secondo l’accusa, sarebbe stato tollerato dai vertici, chiamati a rispondere anche per condotte omissive. Nel corso dell’udienza sono stati ricostruiti i principali passaggi delle indagini operate da parte della Guardia di Finanza.
Un primo accesso alla struttura, nel novembre 2018, era stato effettuato simulando un controllo preventivo sul rischio legionella, consentendo agli investigatori di osservare dall’interno l’organizzazione della struttura.
Poi, nella notte tra l’8 e il 9 aprile 2019, il blitz: ingresso forzato dopo il rifiuto di aprire da parte di un operatore, identificato poco dopo all’interno. Durante l’ispezione emersero diverse criticità, tra cui schede terapeutiche prive di controfirma medica e farmaci senza indicazioni.
Al centro del processo, poi, la cosiddetta “relax room”. Una stanza pensata di colore "azzurro tenue" che sarebbe gesttaa a gestire le crisi degli ospiti, ma che, secondo l’impianto accusatorio, sarebbe stata utilizzata anche come strumento di isolamento punitivo. I rilievi tecnici hanno documentato la presenza di numerose macchie ematiche su pareti e pannelli. La stanza era dotata di telecamera, ma il sistema di registrazione non sarebbe mai stato attivato.
Ed è proprio sull’utilizzo di quella stanza che si è soffermata una delle testimonianze più significative, quella dell'educatrice che nel 2018 presentò un esposto contro la struttura e i suoi vertici. Il suo racconto ha delineato un contesto definito “instabile”, privo di una reale organizzazione e segnato da pratiche che lei stessa ha detto di aver messo in discussione. L'educatrice ha parlato di manovre di contenimento fisico insegnate dal personale sanitario: pazienti immobilizzati a terra, con operatori a cavalcioni e pressione sul torace. “Ci dicevano che bisognava far capire chi comandava” ha riferito.
Secondo la testimone, la “relax room” sarebbe stata utilizzata non solo durante le crisi, ma anche per isolare chi veniva considerato “fastidioso”, con permanenze che potevano protrarsi ben oltre i limiti indicati nei protocolli.
Il racconto si è poi soffermato su alcuni episodi di umiliazione: pazienti incontinenti derisi, ripresi in foto e video condivisi tra operatori o lasciati sporchi come forma di punizione; parassiti nel letto e presunti epsiodi di coercizione alimentare. In aula, l'educatrice ha riferito anche di immagini che ritraevano una giovane con lividi e segni sul corpo di cui aveva tenuta nota nel cosidetto "libro dei traumi".
Non solo. In aula è emerso anche il tema della gestione farmacologica: somministrazioni decise, in alcuni casi, senza visita medica e utilizzate,secondo quanto riferito, per contenere o sedare gli ospiti più agitati. Si sarebbe trattato della cosidetta "TAB": la terapia al bisogno che veniva somminisatrata al paziente opn una puntura.
Un quadro che, per la Procura, descrive una “continua situazione di sofferenza fisica e prostrazione psicologica”, in cui gli ospiti sarebbero stati costretti a vivere e ad assistere alle vessazioni subite da altri. Alcuni di loro, all’epoca dei fatti, erano ancora minorenni.
Il processo, già avviato nel 2021 dopo una prima richiesta di rinvio a giudizio non accolta, proseguirà con l’esame dei testimoni. La prossima udienza è fissata per il 21 maggio.



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