Bisognerebbe essere onesti, anche dopo una partita a scacchi: arrocco e scacco matto, oggi, sono stati tutti di Walter De Raffaele.
Onore al signore con gli occhiali fumé, perché dal punto di vista tattico non ha sbagliato nulla. Lo dicono i 25 tiri da tre della Openjobmetis, mai così pochi se non contro Reggio Emilia al ritorno (guarda caso un’altra sconfitta…). Se un paio di decenni fa avessimo accostato l’aggettivo “pochi” a un numero del genere di conclusioni dall’arco, qualcuno avrebbe fatto richiesta al Comune per spedirci senza ritorno al Molina: oggi invece ha un senso, che Varese ha pagato caro.
Non è nemmeno finita qui: che fatica per i biancorossi anche in difesa, aperta come le acque del Mar Rosso dai penetra e scarica di Green e compagnia, contro i quali - fino alla fine - non si è trovata contromisura. Se ci aggiungete le palle perse (20) - tante, troppe - e l’estrema precisione da fuori di Moraschini e soci, ecco un derby e un pezzo di playoff che volano via.
Un pezzo, non tutti: si può ancora fare, ma si fa più dura. Forse molto più dura.
Già, i playoff…
È incontestabile la crescita in termini di competitività, di adeguatezza al contesto, di risultati e di ambizioni che la stagione 2025/2026 lascerà ai posteri in casa prealpina, comunque essa vada a finire. Basta girarsi per trovare ancora caldi sulla scena del crimine i -40 dei “mandoleros”, il Moreyball che in salsa varesina diventava un circo e la salvezza da sudarsi fino all’ultimo respiro.
La Varese di oggi è diversa, non più irregimentata nei confini invalicabili della squadra che sa giocare e vincere solo in un modo. Paradossalmente lo ha rivelato anche nel derby odierno, scritto dei meriti tattici avversari, perché vistasi bloccare la propria arma offensiva principale, Moore e compagni hanno saputo reagire, hanno cercato e parzialmente trovato altri scripta per sopravvivere: il gioco sui tagli o le penetrazioni, ad attaccare il ferro anche con Nkamhoua.
Il concetto è ancora più chiaro se si guarda Alviti, capace di emergere anche nella gara peggiore possibile per un tiratore. Nessuno spazio, tutte le uscite dai blocchi negate: e allora Dado si è messo a difendere, a prendere i rimbalzi, a rubare palloni, a passarla ai compagni, a fare quel palleggio in più per battere l’uomo.
Alviti è il simbolo di una Varese che grazie al valore più marcato dei suoi singoli e al lavoro del suo condottiero greco ha fatto di se stessa qualcosa di più.
Non basta però, non basta ancora: le ultime sconfitte lo hanno rivelato in modo evidente.
Se poi il morso che la Openjobmetis ha più nelle corde - la difesa - resta un’intenzione, ecco perché dal PalaDesio che in questo momento sta cadendo a pezzi mentre fuori grandina, usciremo con la faccia torva.













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