“Non ho percepito alcun disagio, altrimenti mi sarei fermato”. Si è aperto così l’esame dell’imputato nel processo per violenza sessuale a carico di un neurochirurgo, accusato in relazione a una visita effettuata nel novembre 2021.
Secondo la ricostruzione della Procura di Cuneo, nel corso di quella visita, che fu la seconda, il medico avrebbe eseguito sulla giovane paziente – costituitasi parte civile – che si era rivolta a lui per un dolore alla zona lombare, una manovra che non avrebbe avuto finalità diagnostiche ma che si sarebbe tradotta in una violenza. In particolare, dagli atti emerge che il sanitario avrebbe proceduto a un’ispezione vaginale senza guanti, prima esternamente e poi internamente.
In aula, il professionista ha ricostruito entrambe le visite partendo dal primo accesso del 28 ottobre 2021, quando la paziente si era presentata nel suo studio su indicazione di un fisioterapista con cui collaborava da anni, alla presenza, almeno in parte, dello stesso fisioterapista e della madre, già sua paziente in passato.
“Ho raccolto l’anamnesi”, ha spiegato, soffermandosi su un elemento che lo aveva colpito: “Questo dolore durava da tanto tempo, ma era iniziato nel momento in cui, per motivi di lavoro, le era stato chiesto di cambiare la postura”.
La risonanza, ha riferito, non avrebbe evidenziato particolari criticità, per cui le aveva chiesto di accomodarsi sul lettino. L’obiettivo era verificare eventuali alterazioni della sensibilità: “Quando si fa un esame- ha spiegato- si cerca di capire se ci sono grossolane alterazioni della sensibilità”. Durante la visita aveva rilevato un dolore a livello sacroiliaco: “Non era un problema di colonna vertebrale” ha precisato il medico, motivo per cui aveva prescritto una terapia di venti giorni e ulteriori accertamenti.
Nel corso dello stesso accesso, ha aggiunto, aveva ipotizzato la presenza di condilomi “nella regione inguinale, da entrambi i lati”, spiegando di averlo segnalato e di aver invitato la madre ad accompagnare la figlia da un ginecologo.
La seconda visita era stata anticipata di circa dieci giorni per il peggioramento dei sintomi. La paziente si era presentata da sola: “Mi sono meravigliato”, ha detto, spiegando che gli sembrava “uno di quei pazienti che ha bisogno di essere accompagnato”. In quell’occasione, ha riferito, il dolore si era spostato in sede inguinale, diventando “più sordo, più violento”, e la paziente aveva detto di non poter escludere disturbi della sensibilità genitale o della minzione. Dalla risonanza emergeva “un versamento anterolaterale”, elemento che lo aveva portato a orientarsi verso “un problema del pavimento pelvico”.
A quel punto, ha spiegato, aveva effettuato un esame pelvico, inizialmente con una garza e poi con i guanti, chiedendo alla paziente di togliere i pantaloni ma non gli slip: “Perché avrei dovuto farglieli togliere? - ha risposto al pubblico ministero - L’avrei vista come una violazione”.
Sulla questione dei guanti, la Procura ha richiamato quanto riferito dalla paziente, secondo cui il medico non li avrebbe indossati, almeno nella prima fase dell’esame. Il neurochirurgo ha invece affermato il contrario: “I guanti li avevo. Li indosso sempre - ha affermato il sanitario-. Quando faccio un esame della sensibilità chiedo sempre al paziente di tenere gli occhi chiusi, probabilmente non se n’è accorta”.
"La patologia al pavimento pelvico incrocia varie specialità: non ci sono tanti medici che se ne occupano, io sono tra quelli che lo fanno in Piemonte" - ha proseguito il medico -. "Non chiedo il consenso per ogni gesto che faccio. Era sul lettino, tranquillissima. Se avesse comunicato un disagio mi sarei fermato immediatamente” ha ribadito.
Alla domanda del pubblico ministero sul perché avesse comunque proceduto con l’esame interno, il neurochirurgo ha spiegato di aver escluso la sindrome della cauda. "Era un esame di un attimo, interessava solo verificare che non ci fosse un disturbo di sensibilità. Mi sono concentrato sul pavimento pelvico”. Al termine della visita, ha aggiunto, aveva prospettato questa ipotesi diagnostica e proposto un’infiltrazione sacroiliaca.
Sul piano tecnico, il confronto tra i consulenti ha messo in evidenza due letture opposte.
Secondo i consulenti del pubblico ministero, le manovre descritte non avrebbero avuto rispondenza con l’arte medica: la sintomatologia non avrebbe giustificato un’esplorazione vaginale, né in relazione a una sindrome della cauda equina né a una neuropatia del pudendo. È stato inoltre sottolineato che un corretto esame neurologico si basa su altre verifiche e che restano centrali i profili del consenso, della spiegazione e della refertazione.
La neurologa, consulente del pm, ha inoltre precisato di non aver “mai visto eseguire questa visita con gli slip” aggiungendo che, in presenza di dolore non localizzato alla regione perineale, un’esplorazione vaginale non sarebbe indicata per la valutazione del pudendo. Sul punto anche la medico legale ha escluso qualsiasi stato di necessità, evidenziando come nulla impedisse al sanitario di spiegare nel dettaglio le manovre e acquisire il consenso.
Nel complesso, è stato richiamato il principio secondo cui l’atto medico deve rispettare requisiti precisi di continenza, consenso e tracciabilità, ritenuti nel caso concreto non soddisfatti.
Di segno opposto, invece, le valutazioni dei consulenti della difesa, che hanno inquadrato l’operato del medico nell’ambito di una diagnosi differenziale complessa. Secondo il ginecologo, la visita descritta sarebbe stata coerente con un sospetto di patologia del pavimento pelvico, ambito in cui i sintomi possono essere poco chiari e di difficile interpretazione: “La capacità espositiva del paziente non è sempre così netta”, è stato osservato, sottolineando come l’esame obiettivo rappresenti un passaggio necessario.
Il medico legale ha richiamato proprio la logica della diagnosi differenziale, parlando di un percorso in cui il sanitario avrebbe progressivamente escluso diverse ipotesi. Sulla stessa linea il neurochirurgo, secondo cui, a fronte di una risonanza non dirimente e di un quadro clinico non definito, sarebbe stato “opportuno completare la valutazione diagnostica”.
Due impostazioni inconciliabili: da un lato, per l’accusa, manovre non giustificate e non conformi ai criteri dell’atto medico; dall’altro, per la difesa, un accertamento inserito in un percorso diagnostico ritenuto coerente con il sospetto di una patologia del pavimento pelvico. Resta su questo nodo il cuore del processo che riprenderà in autunno.



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