L’ipotesi della giornata no, che può sempre capitare, non è da scartare ma è sottoposta a una sospensiva che solo l’immediato futuro potrà sciogliere: se Varese è in grado di rimediare - con la propria dignità - al tonfo di Napoli, lo faccia subito. Altrimenti…
… Altrimenti ci dovremo fermare ai dati oggettivi della vergognosa serata napoletana, un cahier de doléances da far arrossire per quanto lungo e sportivamente drammatico. E una doccia fredda, inaspettata, da qualunque parte la si guardi.
Una debacle di 29 punti contro un’avversaria semplice espressione della classe operaia della Serie A, in crisi nera (5 sconfitte di fila) e con un allenatore mezzo licenziato a guidarla, non appartiene ad alcuna grammatica fin qui rinvenibile. Non a quella “generale” di questo campionato, nel quale sono sì contemplabili le sconfitte di chiunque contro chiunque, qualsivoglia domenica il dio del basket mandi in terra, ma non i tonfi - anzi le scampagnate umilianti, i ko tecnici - senza storia tra due squadre di pari grado.
E non appartiene nemmeno alla Varese di Kastritis, al suo viaggio dai tanti e riconoscibili meriti, alla sua resurrezione dalle 6 sconfitte su 7 partite dell’incipit stagionale. Peggio di così Librizzi e soci hanno fatto solo contro Milano, alla seconda giornata, ma quella era una Openjobmetis agli albori, sbagliata e quindi cambiata, ancora a digiuno di filosofia greca e quindi di basket, un esempio di inadeguatezza che i risultati successivi avevano messo in una soffitta che credevamo chiusa a doppia mandata.
Invece.
Parliamo di tecnica? Ok. E allora fa male al cuore pensare che la zona di Magro abbia potuto distruggere mesi di miglioramenti, desertificando l’attacco varesino, facendolo tornare a uno sconsiderato “ciapa e tira” e agli individualismi. Se la pesante sconfitta patita sotto il Vesuvio è catalogabile come un’incapacità collettiva di superare gli ostacoli tecnici posti dal nemico lungo il cammino, ne siamo acutamente sorpresi (caspita è Napoli, non i Lakers…), ma lo accettiamo a malincuore.
Temiamo però che non sia tutto qui. Oggi il PalaBarbuto ci ha consegnato una squadra senza volto né anima, prona all’incedere altrui, incapace di reagire, seduta, quasi tranquilla nel naufragio patito, assente dal punto di vista mentale e professionale, sgretolatasi come il 5 sulla maglia di Freeman a fine gara. Succede di sbagliare un tempo e finire a -30: ritrovarsi a -30 anche alla sirena finale dimostra che nessuno ha battuto ciglio.
E allora forse conviene avvisare urbi (squadra) et orbi (dirigenza tutta) che se è vero che il primo campionato biancorosso è finito brillantemente domenica scorsa con la salvezza anticipata nei fatti, un secondo campionato è appena iniziato. E che lo stesso contribuirà al giudizio finale complessivo: se è questa la predisposizione mentale con cui Varese desidera ambire ai playoff, il fallimento (che non significherà non arrivare alla post season, quanto non provarci nemmeno, come stasera…) è dietro l’angolo.
E sarà negativamente sottolineato. Senza indugio.
Ora ne va della professionalità del gruppo, a partire dalla sua stessa definizione: la squadra di Kastritis è un insieme di individui che, messo in ghiaccio con anticipo il dovere minimo della permanenza in Serie A, sta già pensando al futuro (individuale), o un collettivo deciso - come tale - a non mollare gli ormeggi fino all’ultima sirena?
Lo vedremo.



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