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Sport | 03 marzo 2026, 11:45

Addio Nane. Tuo il tiro in sospensione, tuo il "peccato originale" tra Varese e Milano

È mancato questa mattina all’età di 87 anni Gabriele Vianello, uno dei grandi bomber del basket italiano. Nel 1960/61 la sua “firma” sul primo scudetto della Pallacanestro Varese, poi la richiesta di trasferimento all’Olimpia, l’ira di Borghi e un anno fermo. Lo ricordiamo con il capitolo di Romanzo Varesino a lui dedicato

Addio Nane. Tuo il tiro in sospensione, tuo il "peccato originale" tra Varese e Milano

Ha cambiato il basket italiano. Con le sue scariche di punti, con la scoperta di un’arma prediletta - il tiro in sospensione - che ha codificato da precursore nel nostro Paese. E con l’ambizione del campione che fa carriera, “dettando” il decalogo di una rivalità arrivata ai giorni nostri, quella tra Varese e Milano.

Addio a Gabriele “Nane” Vianello, mancato questa mattina all’età di 87 anni. È stato uno dei giocatori più forti degli anni '60: suo e dei suoi punti il primo scudetto della Pallacanestro Varese, nella stagione 1960/1961, Tonino Zorzi come formidabile scudiero, Gavagnin, Maggetti, Nesti e Gatti vicino a lui (e Rico Garbosi in panchina) a formare il primo grande e vincente quintetto dell’epopea biancorossa. L’anno dopo la richiesta di passare agli acerrimi rivali dell’Olimpia, “l’ira” del cumenda Giovanni Borghi a bloccare il trasferimento, un’intera stagione passata a guardare i compagni giocare e infine l’effettivo passaggio ai “cugini”, dove conquista cinque scudetti e la Coppa dei Campioni del 1966, da protagonista. Da leggenda.

Il nostro ricordo di un grande campione è racchiuso nel capitolo a lui dedicato di “Romanzo Varesino”, il libro di Fabio Gandini che ha raccontato la storia degli 80 anni di Pallacanestro Varese.

Il “Nane” del peccato originale

Hanno quella calma pigra e ovattata che si addice ai lunedì mattina gli uffici del quartier generale della Ignis, a Comerio, il 12 giugno 1961. C’è silenzio, gli sguardi si sfiorano appena, senza voglia né cura, e solo l’inizio di settimana provvederà a poco a poco a riaccorciare i tempi di reazione che il weekend ha allungato.

A un certo punto, dietro a una porta, fa capolino un ragazzo giovane e alto. Nessuno lo ha sentito arrivare; nessuno, alzando gli occhi dalle proprie occupazioni, si aspettava di metterlo a fuoco lì, in quel luogo e in quel preciso momento; nessuno, d’altronde, può in verità considerare inattesa quella visita: gli accadimenti degli ultimi giorni, infatti, l’hanno resa inevitabile.

Entrato nel campo visivo dei presenti, il giovane uomo ha un attimo di esitazione, resta impalato, con gli occhi che rasentano il terreno. Poi si rinviene, come a ricordarsi improvvisamente il motivo del suo avvento: con gesti veloci e tesi consegna allora una borsa contenente il materiale da gioco che per due anni è stato suo e che ora non gli serve più. Tutti lo guardano, muti. C’è imbarazzo nell’aria. Augusto Ossola, fedele segretario della Pallacanestro Varese per oltre cinquant’anni e preciso custode della sua memoria, è tra gli astanti, e in uno dei suoi libri da storiografo del basket prealpino racconterà la scena con questa parole: «… È un saluto confuso, amaro, distaccato. Il suo gesto ci aveva raggelato».

Potessimo fare rewind, nemmeno di molto, scopriremmo tutto un altro mondo, tutta un’altra atmosfera intorno a quel giovanotto: braccia alzate al cielo o che si cingono in un abbraccio sudato e pieno di gioia, orgogliose pacche sulle spalle, lacrime di felicità, una folla festante a fare da quinta e un tricolore levato nell’aria, figlio di una caterva di punti segnati. Di classe. Pura. Sono passati solo due mesi, paion già secoli…

Gabriele Vianello non è più un giocatore della Ignis. Se ne va a Milano. Questo è stato il suo scialbo addio.

A rituffarcisi oggi con occhi un po’ più disincantati, in questa vicenda di basket e umanità cangiante, a riesaminare con più ampio respiro la parabola professionale ed esistenziale del “Nane” da Venezia, meglio si comprende quanto la liaison tra lui e Varese sia stata una piccola, seppur intensa, intrusa tra due amori ben più importanti: quello con la sua terra natia, la Laguna, la “mamma” che lo ha allattato di qualità cestistiche inarrivabili per la quasi totalità dei contemporanei, e quella con il capoluogo meneghino, la metropoli, il palcoscenico che lo ha fatto conoscere all’epica della pallacanestro italiana.

Vianello è stato uno dei più efficaci, mortiferi ed eleganti tiratori che il campionato nostrano abbia mai avuto l’onore di ospitare, uno di quei personaggi sportivi destinati a cambiare il corso degli eventi da varie angolature, come accade solo ai più grandi. Partiamo dai numeri di una macchina da canestri semplicemente straordinaria: 15 stagioni tutte concluse in doppia cifra di media punti, da quella d’esordio a quella d’addio, con in mezzo picchi generalmente inaccessibili come i 67 punti segnati in un match contro Treviso nel 1962-1963. Poi passiamo alla fisica: lui non tirava come gli altri, lui ha “inventato” il tiro in sospensione. Fu di fatto uno dei primi in Europa a utilizzarlo, mettendosi al pari dei “maestri” americani che fondevano l’azione di gambe, braccia, polso e polpastrelli in un unico e armonioso gesto che si libra al cielo e guadagna centimetri di libertà sui difensori. Il tiro in sospensione sarà per sempre l’arma per antonomasia dei grandi bomber, quelli che con il canestro ci vogliono fare all’amore, dal primo al quarantesimo minuto. Nane, a volte, la “estrae” persino in contropiede, anziché penetrare fino al ferro: uno sguardo a destra, uno a sinistra, tiro e cotone. Solo cotone.

La Pallacanestro Varese godrà di questa manna dal 1959 al 1961, per due giri di giostra appena: Vianello arriva nella Città Giardino a soli 21 anni, da “bimbo” prodigio che nella “sua” Reyer e alla Motomorini Bologna ha già incantato, poi improvvisamente decide di lasciarla.

Cosa succeda di preciso in quella maledetta primavera sta ancora oggi nell’incerto. La volpe Paolo Vittori, tra le righe della sua divertente biografia, “sussurra” di averci messo lo zampino: «Ma cosa ci fai lì a Varese? Vieni all’Olimpia…» (Lo stesso Vittori, qualche anno dopo, farà esattamente il percorso opposto, e non senza clamori…). Altri narrano di un’offerta economica irrinunciabile, per di più comprensiva anche di un lavoro in banca per l’extra campo e il fine carriera. Sia quel che sia, al posto di partire con i compagni di squadra per Trieste, dove è in programma un torneo post campionato cui la Ignis deve partecipare, Vianello chiede e ottiene dalla dirigenza gialloblù il permesso di aggregarsi alle Scarpette Rosse per disputare un’altra manifestazione dello stesso tipo e la richiesta non sorprende né preoccupa più di tanto: in quegli anni non è così raro che a fine stagione i giovani facciano esperienza con squadre diverse, da aggregati. Stavolta, invece, l’occasione farà l’uomo ladro: è proprio in tal lasso di tempo comune che il bomber deciderà di cambiare aria per sempre.

Con in tasca l’accordo con Milano, Vianello torna quindi in città e non è più lo stesso. Se prestiamo nuovamente fede alle cronache di Ossola, scopriamo che il nostro inizia «perfidamente» a mettere in giro voci di «dissapori con Nesti e Zorzi», le stelle della squadra, e di «alcuni strani accordi con Garbosi», con l’evidente intento di prepararsi il terreno prima della bordata. Che arriva, puntuale, qualche tempo dopo: «Voglio andare via…».

Sarebbe stato meglio dire posso e trasformare l’affermazione in una domanda, perché siamo negli anni Sessanta, il “cartellino” è proprietà delle società (non dei giocatori) e per cambiare casacca - lo abbiamo già visto - ci vuole l’assenso di tutte le parti in causa. La reazione di Borghi e soci è invece indignata, ferita, sorpresa e - definitivamente - avversa: no tu resti qui. L’atleta veneziano si oppone ma dal muro contro muro può nascere solo un’evenienza: Vianello, per un anno, non metterà più piede in campo. Né qui, né là.

I “cugini” voraci del Principe Cesare Rubini e del presidente Alfredo Bogoncelli dovranno dunque aspettare per godersi le gesta di un campione che diventerà mito (tutto milanese) in una serata di marzo del 1966, quando da solo, con 40 punti, eliminerà il Real Madrid aprendo le porte alla prima Coppa dei Campioni del Simmenthal, certificata qualche mese dopo in finale contro lo Slavia Praga.

Nessuno, al contrario, dovrà viceversa attendere per constatare che nel basket italiano sono appena nate una rivalità e un’antipatia che si dipaneranno aspre e senza esclusione di colpi in diverse altre puntate: dopo il “caso Vianello”, i rapporti tra Milano e Varese non saranno più gli stessi.

Fabio Gandini

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