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Sport | 18 febbraio 2026, 10:18

LA STORIA / Rebecca Passler, un cucchiaio di Nutella tra sogno olimpico e incubo doping

Dalla terra della crema più famosa al mondo alla Corte d’Appello antidoping: quando una colazione diventa un caso internazionale

LA STORIA / Rebecca Passler, un cucchiaio di Nutella tra sogno olimpico e incubo doping

Se la si racconta al bar, davanti a un caffè e magari con una fetta di pane spalmata con religiosa abbondanza, la storia strappa quasi un sorriso. 

Un cucchiaio di Nutella, una mamma premurosa, una figlia atleta olimpica e un controllo antidoping. Sembra l’inizio di una barzelletta, di quelle che qui, in provincia di Cuneo, si raccontano con un certo orgoglio di marca. E invece è una vicenda che ha cancellato il sogno olimpico di Rebecca Passler prima ancora che Milano-Cortina 2026 iniziasse.

Il 2 febbraio la notizia della sua positività al letrozolo – sostanza contenuta in alcuni farmaci antitumorali – aveva scosso lo sport azzurro. Il controllo fuori competizione, effettuato il 26 gennaio ad Anterselva, aveva rilevato 1,1 ng/ml nelle urine dell’atleta. Numeri minuscoli, quasi invisibili a occhio nudo, ma più che sufficienti per far scattare la sospensione. Olimpiadi a rischio, reputazione in bilico, carriera appesa a un filo più sottile di una spatola sporca di crema alla nocciola.

Poi il colpo di scena. La Corte Nazionale d’Appello ha accolto il ricorso: riconosciuto il fumus boni iuris, ovvero la plausibilità che la sostanza sia stata assunta senza dolo. Rebecca è stata riabilitata e può tornare in squadra, con la possibilità concreta di gareggiare ai Giochi. La partita giuridica, però, non è ancora chiusa: il caso potrebbe approdare davanti al Tribunale nazionale antidoping e, in ultima istanza, al Tas di Losanna.

Ma non è una storia a lieto fine. Ciò che è definitivamente sfumato, purtroppo, è il sogno olimpico di Rebecca: seppur reintegrata, non parteciperà ai Giochi. La Fis ieri ha infatti ufficializzato il quartetto della staffetta femminile di biathlon in programma oggi ad Anterselva. E il suo nome non c'è.

Fin qui, si dirà, ordinaria amministrazione nello sport moderno. Il confine tra responsabilità oggettiva e involontarietà è da anni terreno scivoloso. Ma è la causa presunta della contaminazione a rendere questa storia quasi surreale.

Perché a provocare tutto sarebbe stata… la Nutella. Sì, proprio lei. Non un integratore sospetto, non una fiala clandestina, non un medico compiacente. Ma un cucchiaio condiviso in cucina, davanti a un barattolo che da queste parti è quasi un bene di prima necessità.

La madre dell’atleta, Herlinde Kargruber, sarebbe in cura per un carcinoma mammario e assumerebbe un farmaco contenente letrozolo. Rebecca, ignara – pare che la madre le avesse taciuto la malattia per non turbarla nel percorso verso i Giochi – avrebbe usato lo stesso cucchiaio per affondarlo nel barattolo della celebre crema albese. Due giorni dopo, il controllo. E il patatrac.

È una storia che commuove e inquieta insieme. Perché se da un lato racconta un legame familiare fatto di protezione e silenzi, dall’altro mette in luce la rigidità – necessaria ma spietata – del sistema antidoping. La responsabilità dell’atleta è oggettiva: ciò che entra nel corpo è, in ultima analisi, affar suo. Ma fin dove può spingersi questa responsabilità? Può una colazione diventare un rischio professionale? Può un cucchiaio trasformarsi, suo malgrado, in prova d’accusa?

Qui, nella provincia di Cuneo, dove la Nutella non è solo un prodotto ma quasi un simbolo identitario – diremmo una bandiera spalmabile – la vicenda assume contorni ancora più paradossali. La crema delle merende, delle colazioni domenicali, delle cucchiaiate consolatorie dopo una giornata storta, trasformata in protagonista di un caso olimpico. Non esattamente il testimonial che ci si aspetta.

La giustizia sportiva dovrà fare il suo corso. Se Passler dimostrerà di aver fatto tutto il possibile per evitare contaminazioni, potrà arrivare un’assoluzione piena. Resta però una domanda che va oltre il singolo caso: quanto è sottile il confine tra tutela della lealtà sportiva e rischio di trasformare ogni gesto quotidiano in potenziale infrazione?

Forse questa storia ci ricorda che il doping non è solo l’ombra dei grandi scandali, ma anche la zona grigia delle fragilità umane. E che perfino un barattolo di Nutella, orgoglio dolce della nostra terra, può finire, suo malgrado, al centro di un’amara vicenda olimpica. 

Con buona pace di chi, qui, continuerà comunque a difenderla a... cucchiaiate.



 


 

Cesare Mandrile

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