Milano: effetto sorpresa. Reggio Emilia: effetto “conosci te stesso”.
O meglio: sono gli altri a conoscere Varese. Bene. Priftis, evidentemente, meglio di altri: come si mette in tasca lui la ballerina Openjobmetis, il suo allenatore e tutta la compagnia cantante prealpina, pochi altri…
Al PalaLido i biancorossi hanno giocato sulle mancanze milanesi, la sorpresa è stata tutta nella differenza di freschezza e scioltezza, le briglie libere e non tirate lasciate loro sul collo hanno scritto un copione di partita da interpretare senza strappi, con la concreta possibilità di emergere, poi sfruttata a dovere.
Bene, bravissimi, ma il bis? Da scordare.
Perché Reggio Emilia, invece, è arrivata a Masnago con una sola idea in testa: distruggere Cartagine, non lasciare che macerie dietro di sé. “Pace” ridotto ai minimi termini, in una guerra di passo dove ha vinto il trotto e il galoppo non si è visto; fisicità e falli sistematici ogni volta in cui qualche kastritiano ha osato mettere il turbo; controllo perentorio delle plance; aggressività sugli esterni, attenzione a ogni uscita dai blocchi, pazienza in attacco, terreno sul quale sfruttare azioni muscolari e meccanismi semplici ma efficaci.
Poteva finire diversamente? No. Davanti ad avversarie cui tutto quanto sopra elencato riesce nell’effettività della prestazione, Varese non ha armi per controbattere. Troppi indizi fanno ormai una prova.
Contro Reggio Emilia, poi, è ormai una questione quasi storica: -15 (stasera), -24, -17, -15, +23 (l’eccezione che conferma la regola…) e -33 è l’elenco degli scarti delle ultime sei gare al cospetto della Unahotels. In quella che è da anni una battaglia di filosofie - la leggerezza e la velocità contro i chili e i centimetri - il credo varesino non fa altro che uscire sconfitto nel caso di specie.
La giornata di oggi non ha registrato una regressione, come potrebbe sembrare, ma una conferma: più di se stessa Varese non sa essere. Nel bene, Milano, e nel male, Reggio.
E allora, nel giorno in cui il sesto straniero Allerik Freeman raggiunge l’abisso dell’ “n.e.” per scelta tecnica, considerato meno di un ragazzino e mai contemplato nemmeno in versione scossa, e nel giorno in cui per l’ennesima volta la finitezza di mezzi fisici presenta pesantemente il conto, ci si chiede - senza malizia - se questa società, dal suo maggiorente fino al suo allenatore, sogni veramente di affrancarsi dalla zona salvezza per ambire seriamente a quella playoff.
Sì o no? Non c’è nulla di male a rispondere “no”, basta essere chiari e onesti: non ce lo permette il budget, non ce lo permette la parabola di crescita che abbiamo in mente, ancora non abbastanza acuita. Perché se la risposta è no, per la salvezza va già bene così.
Se invece la risposta è sì, allora che alle parole corrispondano i fatti: senza provare ad andare oltre la propria finitezza, a partire inderogabilmente dal mercato risolvendo l’assurdità del “caso” Freeman, la post season Varese non la vedrà mai e poi mai.
Però non prendiamoci in giro, facendo passare la situazione di uno straniero che gioca 2 minuti a partita come normale…













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