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Politica | 31 gennaio 2026, 18:55

Piccoli Comuni, l’allarme al convegno astigiano: "Senza risorse non c’è autonomia"

Al convegno della Fondazione Goria il grido d'allarme di sindaci e amministratori: bilanci al limite, segretari comunali troppo costosi e unioni che non sempre funzionano. Il Piemonte con 1.180 municipi è tra le regioni più colpite

Piccoli Comuni, l’allarme al convegno astigiano: "Senza risorse non c’è autonomia"

"Senza soldi non c’è indipendenza o autonomia." La sintesi, netta, è di Marco Bussone, presidente nazionale di Uncem, chiamato ad aprire il confronto sul futuro dei piccoli Comuni organizzato dalla Fondazione Giovanni Goria nella sede astigiana di Memoria Futura. Una riflessione che parte da un dato di fatto: "I piccoli municipi fanno sempre più fatica a sostenere le spese correnti, a garantire figure chiave come il segretario comunale, mentre le unioni di Comuni non sempre si traducono in una semplificazione burocratica e, in alcuni casi, finiscono per raddoppiare i costi" è il grido d’allarme del sindaco di Moncalvo Diego Musumeci, vicepresidente di Anci Piemonte.

Il nodo piemontese: tanti municipi, poche risorse

Il Piemonte è una delle regioni dove la questione si avverte con maggiore intensità: qui i Comuni sono 1.180 su 7.896 a livello nazionale, con territori costituiti in larga parte da municipi di piccole dimensioni. Una frammentazione amministrativa che pesa in particolare sugli enti intermedi, come la Città Metropolitana di Torino, che riunisce 312 Comuni, e la Provincia di Asti, che ne conta 117, entrambi oggi chiamati a fare da cerniera fra lo Stato e le amministrazioni locali.

Depotenziate dalla riforma Delrio del 2014, Città metropolitane e Province si muovono da anni in un quadro di risorse ridotte e organici tagliati, mentre il perimetro delle competenze – dalle strade alle scuole, fino all’assistenza ai piccoli Comuni – non è certo diminuito. È il caso della Città Metropolitana di Torino, passata da oltre duemila dipendenti a poche centinaia, con gli stessi chilometri di viabilità e gli stessi edifici scolastici da manutenere.​

Stesse regole per Olmo Gentile e Milano

"Se davvero riteniamo che i piccoli Comuni siano un valore da tutelare e non un problema da risolvere, non possiamo continuare a sottoporli alle medesime regole pensate per gli enti più complessi" osserva Matteo Barbero, dirigente della Città Metropolitana di Torino. L’esempio limite è quello di Olmo Gentile, minuscolo Comune della Langa astigiana con poche decine di abitanti, chiamato a rispettare quasi gli stessi adempimenti di una grande città come Milano, con l’unica attenuante di un Documento unico di programmazione semplificato.

In questo quadro, le unioni di Comuni avrebbero dovuto rappresentare lo strumento principale per condividere servizi e costi, ma l’obbligatorietà ipotizzata in passato si è via via annacquata, lasciando molte esperienze a metà del guado. "Senza una chiara volontà politica le unioni restano sulla carta" è il messaggio che arriva dagli amministratori presenti.

Unioni che funzionano (e unioni che non funzionano)

A portare un caso concreto è la sindaca di Settimo Torinese, Elena Piastra, che fa parte dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino. "Sul fronte casa l’Unione ha permesso di fare incontrare bisogni diversi: Settimo alle prese con un’emergenza abitativa e, dall’altra parte, Comuni come San Benigno Canavese con un patrimonio immobiliare disponibile. Mettendo insieme queste situazioni, si è riusciti a dare una risposta a entrambi i territori" racconta Piastra.

Non tutte le deleghe, però, hanno dato i risultati sperati. Affidare all’Unione la gestione della polizia locale, ad esempio, si è rivelato meno efficace del previsto e, dopo alcuni anni di sperimentazione, i singoli Comuni sono tornati a gestire direttamente il servizio. Il rischio, evidenziano gli amministratori, è quello di creare strutture doppie, con un aumento dei costi burocratici proprio mentre i bilanci comunali si assottigliano.

Segretari comunali, costi e limiti normativi

Fra le voci più pesanti per i piccoli municipi c’è quella del segretario comunale, figura indispensabile per garantire la regolarità dell’azione amministrativa ma sempre più difficile da sostenere per casse in affanno. Il costo annuo di un segretario può aggirarsi su cifre che, per un singolo micro Comune, diventano difficili da affrontare senza forme di convenzione con altri enti. Un’altra possibile leva di entrata, ricordano gli amministratori, sono gli oneri di urbanizzazione, oggi però frenati da piani regolatori spesso datati, che richiederebbero revisioni profonde e costose. La Regione Piemonte, nelle ultime leggi di bilancio, ha messo a disposizione contributi a fondo perduto proprio per aiutare i Comuni a rinnovare la propria pianificazione urbanistica. 

Nella prospettiva di nuovi piani, l’idea è di favorire la condivisione di aree tra più Comuni, così da creare zone commerciali, industriali o turistiche più estese e attrattive, capaci di generare maggiori investimenti e ritorni per l’intero territorio. Una logica sovracomunale che si collega anche alle strategie nazionali sulle Green Community e sulle aree interne, indicate da Uncem come terreno privilegiato per sperimentare forme innovative di sviluppo locale.

"Ripartire dalla Costituzione"

Sul fondo resta una questione di architettura istituzionale e di attuazione effettiva dei principi costituzionali. "Il Titolo quinto della Costituzione, che riconosce l’autonomia dei Comuni, è rimasto finora largamente inattuato: occorre ripartire da lì se vogliamo che i piccoli municipi non restino in un limbo amministrativo, schiacciati fra competenze crescenti e risorse insufficienti" è la riflessione conclusiva rilanciata da Bussone.

L’obiettivo, condiviso dai relatori, è trasformare l’attuale "grido di dolore" in una piattaforma di proposte capace di incidere sul prossimo ciclo di programmazione dei fondi europei e sulle riforme nazionali, a partire da un rafforzamento delle alleanze tra Comuni, enti intermedi e comunità locali.

Redazione

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