Finisce in occupazione la querelle tra collettivi studenteschi e la rettrice Cristina Prandi che nei giorni scorsi ha disposto la chiusura per due giorni di Palazzo Nuovo, per evitare lo svolgimento di una festa serale annunciata da Askatasuna e prevista per il 23 gennaio.
Sicurezza e rispetto delle regole
La misura, adottata il 22 gennaio con una comunicazione interna dell’Ateneo, è stata motivata come un intervento di tutela della sicurezza e del rispetto delle regole, sottolineando che l’evento non era stato formalmente richiesto né autorizzato dall’Università e che la struttura non fosse idonea a ospitare manifestazioni di quel tipo. Tutte le attività didattiche e congressuali programmate per quei giorni sono state spostate in altre sedi universitarie.
La decisione ha mandato in scena una risposta immediata da parte dei collettivi studenteschi, che hanno definito la chiusura come un atto “politico" volto a limitare spazi di socialità e iniziative culturali autonome all’interno dell’ateneo. Secondo alcuni studenti, manifestazioni analoghe si sono svolte in passato senza problemi di sicurezza sollevati dall’Ateneo, e la nuova linea sarebbe frutto anche di pressioni esterne da parte di autorità e forze dell’ordine, accusa però respinta dalla governance accademica.
Le tensioni sono poi esplose in maniera più visibile ieri, 27 gennaio, quando alcune decine di studenti dei collettivi universitari si sono radunati davanti al Rettorato di via Verdi per protestare contro la decisione. I manifestanti hanno tentato di entrare nell’aula del Senato accademico, costringendo alla temporanea sospensione della seduta, mentre slogan contro la rettrice si levavano nel cortile.
La decisione dei collettivi
E oggi la decisione di occupare la storica sede delle università umanistiche. “Spinti dalla volontà di costruire i presupposti per l'università che vogliamo, occupiamo Palazzo Nuovo”, annunciano i collettivi.
"Un atto politico di riappropriazione dello spazio che vogliono toglierci, che vogliamo rendere invece vivo e partecipabile - sostengono in una nota - significa affermare che l’università non è un edificio che può essere svuotato quando diventa scomodo, ma un luogo politico di produzione critica del sapere, di relazioni, di possibilità. Opponiamo l'autonomia al controllo e alla sopraffazione”.
"Non bloccheremo gli esami"
Come confermato dagli studenti l’intenzione non è bloccare esami, né le attività. Saranno utilizzate solo aule non adibite allo svolgimento delle sessioni. “L'obiettivo - scrivono - è rendere lo spazio ancora più attraversabile in un momento di sessione, in cui il dare esami si possa accompagnare a momenti di socialità e confronto, dai pranzi alle cene condivisi, a momenti musicali e dibattiti politici”.
"Oggi più che mai - conclude la nota - è necessario essere protagonisti di una trasformazione reale che parta dal basso e dalle urgenze di questa fase storica".















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