"Quella famiglia l'ho sempre considerata la mia. Ho fatto tutto quello che ho potuto. Se avessi saputo che sarebbe andata così, non avrei mai accettato di diventare amministratrice di sostegno”. Erano state queste le parole con cui una donna monregalese si è difesa in tribunale di Cuneo dalle accuse di peculato e omissione di atti di ufficio. Accuse, quelle sostenute dalla Procura e per cui è stata chiesta la sua condanna a 4 anni e 3 mesi di reclusione, che però non il Collegio di Cuneo non ha condiviso.
La donna è cognata del disabile di cui curava gli interessi come amministratrice di sostegno. Il processo a suo carico era nato dalla segnalazione dell’avvocato che le era subentrato nell’incarico da parte del giudice tutelare. L’imputata aveva ricoperto questo ruolo fra il 2018 e il febbraio 2022, quando appunto il legale le era succeduta nella mansione. Dopo aver notato che qualcosa non sarebbe tornato, il nuovo amministratore fece una segnalazione al giudice. Tra gli elementi ritenuti “sospetti” dalla Procura vi erano molte spese che l’ex amministratrice non avrebbe rendicontato.
Affetto da tetraparesi spastica, il beneficiario dell’amministrazione di sostegno è ospite di un centro diurno di Mondovì.
Dalle indagini sarebbe risultato un debito di oltre 15 mila euro, che però l’imputata ha pagato. Oltre a questo, il pubblico ministero contestava altre spese che non sarebbero state conteggiate nell’interesse dell’amministrato e non autorizzate dal giudice tutelare. Tra queste, una casa vacanze a San Teodoro e una scuola di sci a Prato Nevoso. Spese, queste, che come ha sottolineato la difesa della donna, sono state coperte: l’imputata ha infatti restituito tutto.
Il pubblico ministero contestava anche alcune spese odontoiatriche per alcuni interventi che sarebbero stati fatti dalla figlia dell’imputata, spese di ristorazione per circa 1.500 euro e anche spese di bollette telefoniche che nel 2020 avrebbero sfiorato i 420 euro.
“Non avrei mai pensato di dover tenere ogni scontrino - aveva assicurato l’imputata -. Ho sempre cercato solo di rendere la vita di mio cognato più bella possibile. Mi fa male andare a trovarlo e sentirmi chiedere quando potrà tornare a casa. Ora gli devo dire sempre di no e mi si spezza il cuore”.
“Il suocero la aiutava economicamente dove lei non riusciva ad arrivare - ha spiegato la difesa -. Lei si è sacrificata per parenti che avevano bisogno. Poi nel 2017 il suocero muore e lei, sbagliando, ha ritenuto, di poter usare quei soldi per l’assicurazione e le cure sanitarie alla figlia. Ma quei soldi sono stati restituiti”.
Quanto al rapporto tra la cognata e l’amministrato, i famigliari ascoltati nel corso delle precedenti udienze avevano riferito che tra i due ci fosse un forte legame: “Lui voleva solo lei - aveva dichiarato uno di loro –. Lei ha sempre aiutato lui e anche l’altro fratello del marito”.
Nessuna volontà, dunque, di volersi appropriare del denaro del cognato: “Nelle urgenze ha usato come stampella le finanze di lui”, ha concluso l’avvocato dell’imputata.
La donna, dichiarata non punibile per tenuità del fatto per quanto riguarda l’accusa di peculato, è stata quindi assolta con formula piena per rifiuto e omissione di atti d’ufficio.













Commenti