Dal giorno del rientro nel mondo del calcio dilettantistico, Andrea Tomatis non si era ancora lasciato andare a particolari dichiarazioni o commenti, seppur li suo approdo all'interno dei quadri dirigenziali del Pontelungo abbia rappresentato una delle notizie più rilevanti del 2025.
Il nome dell'ex presidente dell'Albenga è però tornato sulla cresta dell'onda, arrivati a poche settimane dalla pubblicazione del bando per l'acquisizione del marchio. I motivi sono molteplici: sportivi, economici e strategici. Tomatis ha infatti guidato per cinque anni il sodalizio ingauno, in un percorso culminato con la scalata dalla Prima Categoria all'Eccellenza. Inoltre è uno dei principali creditori della società essendo socio di Calciomania, oggi Sportstore, il negozio dove l'Albenga ha acquistato il proprio materiale sportivo. Infine, nella Città delle Torri si mormora di un possibile interessamento dello stesso imprenditore proprio per l'acquisto del marchio, in un possibile testa a testa con l'Albingaunia.
Argomenti e riflessioni toccati in una lunga risposta a un commento pubblicato sulla pagina facebook di Svsport.it
"Penso valga la pena confrontarsi con chiarezza - ha esordito Tomatis - senza trasformare un tema serio in una contrapposizione da tifoseria.
Anche io voglio che il nome Albenga resti in mano a persone serie e a un progetto credibile. Non ho alcun pregiudizio verso il progetto Albingaunia, anzi: se l’obiettivo è ridare continuità sportiva ad Albenga, io sono il primo a esserne felice e non ho alcun interesse a fare il tifoso contro qualcuno".
L'ex presidente ha anche spiegato i motivi che lo hanno allontanato dal possibile rientro in bianconero:
"Aggiungo solo, con la massima serenità, un elemento personale che forse aiuta a leggere meglio anche la mia posizione di oggi. Dopo una lunga assenza, da qualche mese sono rientrato nel calcio in modo molto discreto. Non mi sono riavvicinato all’Albenga non per disinteresse, ma perché ritengo che un progetto possa crescere bene soltanto in un contesto in cui responsabilità, decisioni e contributo concreto procedano insieme. Quando invece, attorno a una società, si crea un clima in cui alcune presenze tendono a voler incidere su ogni scelta, senza che vi sia la stessa disponibilità a sostenere davvero il peso delle decisioni e dei costi, io preferisco restare defilato. È una questione di metodo, prima ancora che di persone".
Sulle tematiche economiche il pensiero è altrettanto netto.
"Detto questo, c’è un passaggio che non possiamo cancellare con gli slogan, perché oggi non stiamo discutendo di un simbolo in astratto: stiamo discutendo di un marchio dentro una procedura concorsuale, e ci siamo arrivati per debiti che non sono un’opinione, ma fatture, prestazioni e forniture rimaste insolute verso persone e fornitori che hanno lavorato, consegnato, anticipato e poi non sono stati pagati. Tra quei fornitori ci sono anche io, e lo dico senza vittimismo e senza personalizzare, perché è un fatto noto. Il punto è che non si può chiedere che il marchio segua un progetto, per quanto meritevole, facendo finta che chi è rimasto esposto economicamente debba semplicemente voltare pagina. È troppo comodo, dopo un anno, pensare che chi ci ha rimesso soldi e lavoro non esista più.
Per questo non condivido l’idea che l’asta sia una questione di “moralità” contrapposta a “soggetti estranei” e non mi convince assolutamente la contrapposizione tra “morale” ed “economico”. In un bando pubblico conterà soprattutto l’offerta, perché il ricavato serve a soddisfare i creditori e, a maggior ragione in un contesto concorsuale regolato dal Codice della crisi, non è un dettaglio: è lo strumento con cui si dà un senso concreto alle parole rispetto, identità e comunità. Se davvero la città, la tifoseria e le associazioni tengono a vedere il marchio nelle mani dell’Albingaunia, benissimo, ma allora serve anche un impegno economico concreto, trasparente e adeguato, tale da rappresentare un valore congruo e da non lasciare ancora una volta il peso sulle spalle di chi ha già pagato per altri. Anche solo una piccola quota a testa, se sono davvero in tanti come si dice, può diventare una cifra importante. Quella è la vera e unica differenza tra le parole e i fatti".
La chiusura si concentra sugli scenari futuri, marchio compreso:
"Prima di giudicare chi partecipa come “estraneo” o “ostile”, bisognerebbe almeno sapere chi è e che progetto ha. Può esserci chi, magari non visibile oggi, ha risorse e competenze per costruire qualcosa di serio nel medio e/o lungo periodo. Io non chiudo la porta a prescindere, chiedo solo una cosa: che non si pretendano marchio e storia a condizioni irrisorie, a “due spiccioli”, lasciando ancora una volta il conto a chi è rimasto con il danno. Non parto da pregiudizi, parto da un principio semplice: tutela della storia, sì, ma senza rimuovere il tema dei debiti e senza trasformare i creditori in un fastidio. Il giorno dell’asta si vedrà quanto davvero la città ci tiene. Se arriverà una proposta forte, che valorizza il marchio e rispetta chi è rimasto creditore, sarò il primo a esserne contento. Perché Albenga è di tutti, ma i debiti e le responsabilità non si cancellano con un post. Forza Albenga, sempre".



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