Oggi, giovedì 15 gennaio, 30 anni dopo il fatto, è il giorno della lettura della sentenza nei confronti di Anna Lucia Cecere, la donna bovesana accusata di aver ucciso Nada Cella.
Un verdetto atteso, che arriva al termine di un processo lungo e complesso, riaprendo una ferita mai rimarginata e riportando alla memoria uno dei delitti più dolorosi degli anni Novanta.
Nada Cella aveva 24 anni e lavorava come segretaria nello studio del commercialista Marco Soracco, in via Marsala a Chiavari. Era il 6 maggio 1996 quando venne trovata senza vita, uccisa con ferocia. Un caso che fin dall’inizio sollevò interrogativi, piste investigative e polemiche, rimanendo per troppi anni senza un colpevole.
A riaprire un fascicolo che sembrava destinato all’oblio è stato, a distanza di oltre vent’anni, un nuovo filone investigativo nato dalla rilettura degli atti e da alcune testimonianze mai del tutto valorizzate all’epoca. Un lavoro paziente, avviato dalla Procura di Genova, che ha rimesso al centro vecchi sospetti e incongruenze, portando a riesaminare tracce, dichiarazioni e comportamenti rimasti a lungo sullo sfondo.
Determinanti sono state anche le sollecitazioni della mamma di Nada, Silvana Cella, che ha combattuto per decenni affinché la morte della figlia non fosse dimenticata, pagando un prezzo altissimo in termini di dolore e attesa.
Così, quello che per anni era stato considerato un delitto senza colpevoli è tornato nelle aule di tribunale, trasformandosi in un processo che ha riacceso il dibattito pubblico e riportato sotto i riflettori una vicenda che molti credevano definitivamente archiviata.
Oggi, davanti alla Corte d’Assise, ad attendere la decisione saranno Anna Lucia Cecere, imputata per omicidio volontario, e lo stesso Marco Soracco, chiamato a rispondere di favoreggiamento per il suo presunto coinvolgimento nella vicenda.
Alla vigilia della sentenza, ieri, è intervenuta pubblicamente la cugina di Nada Cella con una lettera-appello affidata ai social. Un messaggio intenso, che ha scelto di non schierarsi, ma di richiamare giudici e opinione pubblica a un senso profondo di giustizia e rispetto.
La lettera è stata pubblicata integralmente e così riportata nel contesto di queste ore decisive: “È giunta l’ora. Qualunque sia l’esito della sentenza di giovedì, ciò che conta è che la giustizia dia una risposta fondata sulla verità nel rispetto di tutti i coinvolti, ma in primis nel rispetto di Nada. Il tempo trascorso rende necessario un giudizio lucido, libero da pregiudizi, capace di riconoscere dignità a chi ha sofferto tanto, a chi è stata condannata 30 anni fa all’ergastolo, Silvana (la mamma di Nada Cella N.d.R). Vorrei tanto che questa sentenza possa essere tanto coraggiosa quanto giusta. Prego per la Corte, chiamata a questo compito e chiedo a chi legge di fare altrettanto”.
Parole che pesano come macigni nel giorno del verdetto. Al di là dell’esito processuale, la vicenda di Nada Cella resta una storia di dolore, di domande rimaste a lungo sospese e di una ricerca di verità che dura da troppo tempo.
Alla quale, oggi, la giustizia è chiamata a dare finalmente una risposta.













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