Anna Lucia Cecere è colpevole. Lo ha deciso il tribunale di Genova nel pomeriggio di oggi, alle 16.40, con la sentenza che ha inflitto alla donna bovesana 24 anni di carcere.
Il tempo non cancella il sangue. Lo seppellisce, lo copre di silenzi, di archiviazioni frettolose, di vite rifatte altrove. Ma a volte lo riporta a galla, anche dopo quasi trent’anni, come è accaduto nel caso di Nada Cella, la segretaria venticinquenne uccisa il 6 maggio 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco, a Chiavari.
Una vicenda che per decenni è rimasta sospesa tra errori investigativi e verità mancate, e che oggi trova un epilogo giudiziario con la condanna a 24 anni di carcere di Anna Lucia Cecere, residente da anni a Mellana di Boves.
Quel lunedì mattina Nada Cella arrivò presto in ufficio in bicicletta, come faceva ogni giorno. Non ne sarebbe più uscita viva. Venne aggredita con una violenza brutale, colpita ripetutamente al capo con oggetti trovati nello studio: un fermacarte, una pinzatrice. Il cranio fracassato, una scena di furia cieca. Morì poco dopo in ospedale. Un delitto che fin da subito apparve anomalo: nessun segno di rapina, nessuna effrazione, nessun movente immediato.
Le prime ore furono decisive e, col senno di poi, tragicamente sprecate. Diversi testimoni parlarono di una donna vista allontanarsi dallo studio con le mani sporche di sangue, salita su un motorino. Un identikit preciso. Una mendicante confermò quella visione, prima di morire poco tempo dopo. Nell’agosto del 1996 arrivò anche una telefonata anonima intercettata: una donna descriveva Anna Lucia Cecere “sporca di sangue”, intenta a nascondere qualcosa nel suo scooter.
Cecere, allora 28 anni, ex insegnante precaria, con un carattere giudicato irascibile e un passato segnato dall’infanzia in orfanotrofio, finì nel mirino degli investigatori. In casa sua furono trovati cinque bottoni identici a quello rinvenuto sotto il corpo di Nada. Si parlò di gelosia, di un’ossessione per il commercialista Marco Soracco, di un desiderio di prendere il posto della segretaria. Ma dopo appena due settimane tutto venne archiviato. I bottoni ignorati. Le testimonianze accantonate. Il caso chiuso.
Poco dopo, Anna Lucia Cecere lasciò Chiavari. Si trasferì a Mellana, frazione rurale di Boves, insieme al compagno – poi marito – e al figlio. Una vita nuova, lontana, silenziosa. Nelle campagne cuneesi custodiva anche quel motorino mai perquisito a fondo nel 1996. A Mellana, Cecere è sempre stata una presenza discreta, quasi invisibile: una casa gialla, pochi contatti, nessuna parola con i vicini.
A non dimenticare mai, invece, fu Silvana Smaniotto, madre di Nada. Per 25 anni ha bussato a ogni porta, partecipato a trasmissioni televisive, lanciato appelli pubblici. Chiedeva solo la verità, senza mai pronunciare la parola perdono. “Per trovare pace”, ripeteva.
La svolta arriva nel 2021, quando la criminologa Antonella Pesce Delfino rilegge gli atti su incarico della madre e dell’avvocata Sabrina Franzone. Emergono falle enormi: testimonianze ignorate, reperti sottovalutati, intercettazioni dimenticate. La Procura di Genova riapre il fascicolo. Il motorino viene sequestrato proprio a Mellana di Boves: sotto la sella, con l’uso di luci forensi, emergono tracce compatibili con sangue. Il DNA non dà risposte definitive, ma il quadro indiziario si ricompone: dinamica, bottoni, testimonianze, comportamento post-delitto.
Dopo un primo stop del GUP, la Corte d’Appello impone il processo. Oggi la sentenza: colpevole.
Anna Lucia Cecere, oggi 56 anni, ex maestra poi licenziata per motivi disciplinari, viveva nell’anonimato. Il marito ha sempre sostenuto la sua innocenza. Ma per i giudici la catena di indizi è diventata prova.













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