Il Nazionale

Cronaca | 03 gennaio 2026, 09:47

Musica e silenzio al Diavolo Rosso, domani pomeriggio, per salutare Christian

La comunità si stringerà attorno alla famiglia del trentottenne astigiano morto in carcere. Asti Pride: "Una morte che interpella tutti"

Musica e silenzio al Diavolo Rosso, domani pomeriggio, per salutare Christian

Il dolore per una perdita lacerante cercherà conforto nelle note e nella vicinanza umana. Domani, domenica 4 gennaio, alle 16.30, il Diavolo rosso di Asti ospiterà un momento di raccoglimento per ricordare Christian, il trentottenne astigiano che si è tolto la vita nel carcere di Quarto negli ultimi giorni del 2025. 

Amici e familiari hanno scelto di salutarlo attraverso la musica, la passione che lo definiva e che lo aveva portato a collaborare come dj con diverse realtà locali.

Una tragedia figlia di fragilità 

La scomparsa di Christian ha sollevato pesanti interrogativi sulla gestione delle fragilità all'interno delle istituzioni totali. 

Secondo quanto ricostruito dal legale della famiglia, l’avvocato Maurizio La Matina, il giovane non era un criminale ma un uomo che stava affrontando un percorso presso il Serd. 

Al momento del fermo, avvenuto per resistenza a pubblico ufficiale dopo una crisi domestica, il trentottenne si trovava in uno stato di totale incoscienza.

 "Lo Stato doveva curarlo, non arrestarlo", è il grido amaro del legale, che sottolinea come la destinazione ideale per un soggetto in preda a un tale malessere sarebbe dovuta essere un presidio sanitario piuttosto che una cella.

La richiesta di verità e giustizia

Il dramma si è consumato in una sezione del penitenziario dove, secondo le prime testimonianze, la sorveglianza sarebbe stata ridotta a causa della carenza di organico della polizia penitenziaria. 

La famiglia,  profondamente colpita dall'accaduto, chiede ora che venga fatta piena luce sui passaggi che hanno preceduto il suicidio. 

L'appuntamento di domenica non sarà quindi soltanto un addio, ma un atto di testimonianza civile per chiedere che simili tragedie non si ripetano e che il diritto alla cura prevalga sulla sanzione penale quando il disagio è manifesto.

Il commento di Asti Pride 

Sulla vicenda scende in campo anche Asti Pride con una nota che riportiamo.

La morte di Christian non è un fatto isolato né una tragica fatalità. È l’ennesimo segnale di un sistema penitenziario al collasso, che continua a produrre sofferenza, esclusione e morte nell’indifferenza delle istituzioni.

Le carceri italiane versano da anni in condizioni strutturalmente critiche: sovraffollamento cronico, carenza di personale, insufficienza dei servizi sanitari e psicologici, assenza di reali percorsi di reinserimento. In questo contesto, il suicidio diventa troppo spesso l’esito estremo di una detenzione che, come in questo caso, smette di essere uno strumento coerente con i dettami della Costituzione e della legislazione penale e si trasforma in “arido” abbandono.

Le persone che, in via definitiva o provvisoria, sono detenute, non cessano di essere cittadine e cittadini. Restano titolari dei diritti sanciti dalla Costituzione italiana, a partire dall’articolo 27, che impone che la pena non sia contraria al senso di umanità e sia orientata alla rieducazione. Ogni morte in carcere rappresenta una sconfitta dello Stato di diritto e una violazione di questi principi fondamentali.

La qualità di una democrazia si misura anche — e soprattutto — da come tratta le persone più marginalizzate e private della libertà. Se la qualità della democrazia italiana fosse valutata sulla base dello stato del suo sistema carcerario, ci troveremmo di fronte a un quadro allarmante, più vicino a quello di uno Stato a regime autoritario che a una democrazia costituzionale matura.

È necessario un cambio di paradigma urgente: investimenti seri nel sistema penitenziario, misure alternative alla detenzione, tutela effettiva della salute mentale, trasparenza, responsabilità politica. Continuare a ignorare ciò che accade dietro le mura delle carceri significa accettare che la sospensione dei diritti diventi normalità.

La morte avvenuta nel carcere di Asti interpella tutte e tutti: istituzioni, politica e società civile. Non può essere archiviata come un episodio isolato. È il sintomo di una crisi profonda che riguarda direttamente la qualità della nostra democrazia.

Betty Martinelli

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