Il rientro della politica a Genova dopo la pausa agostana (per chi l’ha fatta) partirà da Cornigliano e da una domanda rimasta sospesa per anni ora tornata di strettissima attualità: che fare dell’ex Ilva?
Martedì 2 settembre il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, sarà in città (QUI il programma completo) per presentare il progetto governativo di rilancio dell’impianto siderurgico con la costruzione di un forno elettrico. Un impianto annunciato come moderno, alimentato da energia (almeno in parte) rinnovabile, che riporterebbe a Genova la produzione a caldo, chiusa nel 2005 per ragioni sanitarie e ambientali.
Sarà il primo banco di prova si reale spessore e di portata nazionale per la sindaca Silvia Salis, che ha già chiesto un confronto “scientifico e neutrale” sul tema, invitando al tavolo anche tecnici indipendenti e professori universitari.
Il tema è cruciale, perché segna un confine sottile e ideologico tra transizione ecologica, rilancio industriale e tutela della salute pubblica.
Secondo il piano, il nuovo forno dovrebbe produrre oltre 2 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, destinati agli stabilimenti a valle del gruppo: Novi Ligure, Racconigi, e altri siti del Nord Italia. Un investimento da centinaia di milioni di euro, capace di creare 700 nuovi posti di lavoro (così dicono i promotori capeggiati dal presidente Bucci), oltre ai circa mille già presenti a Cornigliano.
Ma il progetto spacca la città. I sindacati, in particolare la Fiom-Cgil, sono favorevoli. Parlano di un’occasione storica per garantire continuità industriale e nuovi diritti ambientali e contrattuali. I comitati cittadini, invece, sono sul piede di guerra: denunciano il ritorno a una stagione che si pensava chiusa, evocano il “falso mito del forno green” e chiedono trasparenza. Anche Legambiente ha preso posizione: “Senza un piano nazionale sull’acciaio, questo progetto rischia di essere solo propaganda”.
È impossibile capire la posta in gioco senza guardarsi indietro.
L’acciaieria di Cornigliano ha smesso la produzione a caldo nel 2005, con un accordo che mise fine a un decennio di proteste, ricorsi e analisi sanitarie. La linea a freddo è rimasta attiva, garantendo occupazione, ma senza produrre acciaio. Il quartiere ha convissuto con gli impianti, tra riqualificazioni a metà e un’area industriale in attesa di futuro. Cornigliano è un quartiere che ha pagato a caro prezzo quella vocazione industriale che spesso la politica sbandiera senza sapere nel dettaglio quali siano le conseguenze dirette sul territorio e, soprattutto, non è ben disposto ad accettare il ritorno della produzione a caldo senza prima alzare la voce e far riemergere le sue cicatrici.
L’azienda ha cambiato nome e proprietà più volte: Italsider, Ilva, ArcelorMittal, Acciaierie d’Italia. E oggi, nel pieno della procedura di vendita, quella di Cornigliano è una delle aree contese da più soggetti.
Il rilancio di Cornigliano non si gioca solo a Genova. A metà settembre scade il bando per la cessione degli asset di Acciaierie d’Italia, con sei pretendenti sul tavolo. Ci sono i colossi stranieri Jindal, Baku Steel, Bedrock Industries, interessati all’intero polo, e i gruppi italiani come Marcegaglia, Sideralba, Eusider, attratti solo dagli impianti del Nord.
Il progetto di forno elettrico a Genova si inserisce nel più ampio disegno nazionale di decarbonizzazione dell’acciaio: l’addio agli altiforni a carbone e la costruzione di impianti elettrici in grado di produrre acciaio con minori emissioni. Ma resta da capire chi sarà il soggetto industriale a guidare questa transizione e quale ruolo avranno i territori, Cornigliano in primis, nelle scelte finali.
Il dossier Ex Ilva è tornato sul tavolo da qualche mese e, nel giro di pochi giorni, dovrà già sciogliere i primi nodi. E lo fa in un momento delicato: Cornigliano è un quartiere che cerca identità, la città è in transizione politica, l’Italia cerca una via industriale green senza perdere occupazione.
Il forno elettrico è simbolo di tutto questo. Sarà un’opportunità o un ritorno indietro? Un gesto di fiducia verso una Genova manifatturiera o una scorciatoia per dire che tutto cambia perché nulla cambi davvero?
L’incontro del 2 settembre sarà il primo passo, poi se la verranno i tavoli. E Cornigliano aspetta.
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