Il Nazionale

Cronaca | 29 agosto 2025, 09:23

Makka Sulaev, secondo la Corte non fu legittima difesa, ma un “misto di inesperienza e di disperazione”

Per i giudici la seconda coltellata dimostra volontà di uccidere, non paura: nove anni e quattro mesi per la giovane di Nizza Monferrato

Makka Sulaev, secondo la Corte non fu legittima difesa, ma un “misto di inesperienza e di disperazione”

Sono da poco arrivate le motivazioni della Corte d’Assise di Alessandria per la condanna a nove anni e quattro mesi nei confronti di Makka Sulaev, colpevole di aver ucciso il padre con due coltellate il primo marzo 2024 a Nizza Monferrato. Una sentenza inaspettata anche per l’avvocato della ragazza, Massimiliano Sfolcini, che aveva sostenuto con forza il tema della legittima difesa, non riconosciuta dalla corte. Una bilancia che ha favorito le tesi dell’accusa, che aveva chiesto una condanna a sette anni.

(La sentenza dello scorso 9 maggio, letta dal presidente Paolo Bergero)

Le motivazioni

Per la Corte d’Assise di Alessandria, Makka ha agito in un “misto di inesperienza e di disperazione”, usando un coltello, comprato appositamente per eliminare il problema alla radice, ovviando, così, “la possibilità che il padre potesse ancora aggredire la madre”.

I giudici hanno dunque escluso la legittima difesa, ritenendo che la ragazza avrebbe dovuto chiedere aiuto alle forze dell’ordine, cosa che era già stata fatta dall’insegnante presente nell’abitazione, come lei stessa ha spiegato durante la quarta udienza del processo, raccontando di aver chiamato i soccorsi subito dopo aver cercato spiegazioni. Elementi confermati dalle registrazioni audio acquisite agli atti.

Inoltre, stando alla sentenza dello scorso 9 maggio, non vi sarebbe stata nessuna attualità di pericolo “neppure nel momento in cui l’imputata sferrava la seconda coltellata al padre”. Proprio questa seconda coltellata, al centro di un acceso dibattito già dalla prima data del processo, ha pesato moltissimo sulle decisioni finali. Infatti, questo gesto contro il padre, ormai ferito, è stato letto dalla giuria come volontà della figlia che l’uomo morisse, senza una situazione di reale pericolo. Un’ulteriore motivazione che ha escluso la legittima difesa.

Durante la sentenza, che ha quindi condannato la ragazza per omicidio colposo, i giudici hanno escluso la premeditazione.

(Le prime parole dell'avvocato Sfolcini dopo la sentenza)

Il contesto familiare

Un elemento importante, su cui l’avvocato Sfolcini ha lavorato molto, è la valutazione del contesto familiare della ragazza, ma che nella sentenza non sembra aver avuto un peso decisivo.

Durante la propria testimonianza, infatti, Makka aveva descritto il clima di profondo terrore e violenza che lei e la sua famiglia vivevano a causa del padre: “Avevamo tutti paura di lui. La paura era una costante della nostra vita. Lui voleva che avessimo paura", aveva dichiarato con voce tremante, raccontando anche di un episodio in cui il padre minacciò la madre proprio con un coltello. 

Makka ha sempre sostenuto di non aver avuto l’intenzione di uccidere il proprio padre, giustificando l’acquisto del coltello come un atto di autodifesa, per spaventare e prendere tempo nell’attesa di un eventuale arrivo delle forze dell’ordine: “Il mio ragionamento era che, se devo minacciare un uomo più alto e grosso di me, non si sarebbe fermato con un coltello da pane o da burro. Un coltello più grande avrebbe spaventato di più”

Dall’inizio del processo, è sempre stato descritto un clima di violenza e paura, dove un uomo-padrone aveva il diritto di decidere sulle sorti di tutti. Un rapporto segnato dal controllo e dal possesso, che sfociava anche in episodi di violenza fisica quando le sue richieste non venivano assecondate. “In pace non abbiamo mai vissuto. Makka si è sempre messa tra di noi”, ha raccontato la mamma di Makka, sottolineando come la figlia fosse costretta a intervenire spesso per difenderla.

Francesco Rosso

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