Tante partite in una questa sera, talmente tante da avere difficoltà a vergare un’analisi che sia abbastanza lucida da tenere conto di tutte.
Forse conviene affidarsi alla semplicità. E forse aveva ragione Vertemati dopo Pesaro, ostinandosi a parlare di intensità e atteggiamento in luogo della tecnica. Mentre noi, sconfitta dopo sconfitta, siamo qui a masturbarci su perché venga scelta la difesa a uomo invece che quella zona, sugli aiuti e recupero fiacchi o non portati, sul pick and roll che non viene giocato, su un attacco fiera dell’individualismo, sugli schemi e qualsiasi altre amenità da fanatici. Su questo e quell’altro. Tutte “seghe” mentali, evidentemente…
Stasera allora lo seguiamo, ancora prima di aver sentito la sua costretta testimonianza in conferenza stampa.
Se una squadra becca – e lo fa quasi regolarmente – 56 punti in 20 minuti e poi ne concede 7 in 10, il problema è la testa. Se una squadra per 22 minuti non fa un raddoppio aggressivo, un aiuto convincente, non si butta mai sui palloni da contendere e poi, per il resto del match, sequestra ogni attaccante ospite in una ragnatela di vigore e cattiveria agonistica, il problema è la testa. Se una squadra per 22 minuti si passa male la palla o, quando si ricorda di farlo, lo fa in maniera pressapochista, poi cambia andazzo e almeno qualche azione di pallacanestro si dimostra in grado di inscenarla, il problema è la testa. Se Egbunu, ma giusto per citarne uno, per 22 minuti è un personaggio in cerca di autore in mezzo all’area ma, nella seconda parte della gara, non lascia più svolazzare una boccia sotto le plance, il problema (forma o non forma, Covid o non Covid, fisiologia o non fisiologia) è la testa.
E questo è ancora più grave di qualsiasi discorso tecnico. E’ grave a settembre, è criminale a dicembre. E’ la base su cui si sta costruendo una retrocessione.
Non si può continuare a regalare fette di partite agli avversari: non è giustificabile, non è accettabile. Ed è una responsabilità che chiama tutta la squadra alla correità. Quindi, in sintesi, chiama soprattutto l’allenatore.
Per stasera ci fermiamo qui. Perché altrimenti attaccheremmo con la solita solfa, disquisendo per righe di argomenti di campo senza mai arrivare alla sensazione di averli citati tutti. Potremmo per esempio scrivere che anche oggi le individualità ci sono sembrate troppe da far coesistere, almeno finché una non si è eliminata da sola. Potremmo per esempio scrivere che Marcus Keene finora ha tolto – fluidità, gerarchie -invece di aggiungere. Potremmo scrivere che nella parte di metà campo in cui si attacca vediamo sempre tanti solismi e solo un’opaca idea di organizzazione.
Ma se prima sei orrendo (e arrivi a far rimpiangere ai tifosi di aver pagato il biglietto) e poi getti sul parquet cuore, polmoni e dignità agonistica, dimostrando di saper annullare Napoli e di valere questa serie, allora il primo problema è la testa.
Ha ragione il coach. Ma per lui, per i suoi giocatori e per noi che siamo qui a trepidare, non è una bella notizia.













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